LETTURE di Gianluca D’Andrea (36): LA VERTIGINE DEL LIVELLAMENTO

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Scheletro di Homo naledi (Fonte: Repubblica.it)

di Gianluca D’Andrea

«I nostri padri strapparono il pane da tronchi e da pietre».

(Robert Lowell, Figli della luce, 1943?, v. 1)

A parte che il termine “vertigine” richiama la dimensione lirica del soggetto in cerca continua di orientamento e accoglienza, ma in Dall’interno della specie, poesia tratta dall’omonima raccolta pubblicata da Andrea De Alberti per Einaudi agli inizi del 2017, ritroviamo ancora quel senso di sospensione ricollegabile a una malinconia che desidera il rigenerarsi di una vita di contatto. Sarà il tentativo di riscoprirsi nella relazione – nel caso del testo citato, paterna e filiale, ma anche d’appartenenza a un’umanità sull’orlo della trasformazione, e della “vertigine” che ne deriva, appunto, «dall’interno della specie».
Non m’interessa avventurarmi in un’analisi tecnico-formale approfondita del componimento, sono saturo di disquisizioni retorico-stilistiche – d’altronde il libro in questione non suscita in me alcuna tentazione in tal senso, semmai il desiderio di continuare a dire un ricordo –, mi attira lo “stupore”, cioè la sospensione, appunto, che allontaniamo da noi per non essere risucchiati dal gorgo della vertigine e del disorientamento. Infatti «ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia, / con le prove concepite fuori da ogni possibile / orizzonte di stupore», ed è con questo male che livelliamo su altro male, che tentiamo di inibire lo «scandalo» della trasformazione. Cioè la nostra vera natura di mutamento cerchiamo di sostituirla con immagini fisse che rappresentino costantemente come desideriamo apparire: immobili nel riflesso perpetuo di una posa rassicurante per quanto limitante e, aggiungerei, esiziale.

Dall’interno della specie

Eppure nel frammento di ogni memoria,
nella natura di un sorriso che supera a volte il nostro sguardo
accarezziamo la vertigine con una mano
nello scandalo innaturale che ci trattiene,
eppure, dall’interno della specie,
ognuno tenta di lenire il proprio male con una scheggia,
con le prove concepite fuori da ogni possibile
orizzonte di stupore.

(Andrea De Alberti, Dall’interno della specie, 2017, p. 15)

Ma dopo questo testo mi attrae un’altra coppia di versi della raccolta: «Esseri o prodotti di esistenze / a un minuto dall’abisso?» (Il vuoto, in Dall’interno della specie, cit., p. 23, vv. 7-8), forse perché questo lirismo della realtà apparente riesce a tollerare la scissione, la crepa che ancora ci determina. Una frattura non più tra fisica e metafisica, quanto tra conservazione e trasformazione di una figura concreta che si auto-tramanda attraverso il linguaggio. In poche parole è possibile ancora “raccontarci” ora che siamo a un passo dalla resa del linguaggio verbale? Forse non importa lo strumento ma ancora e soltanto la frattura relazionale, la separazione o sospensione che si crea tra soggetto e mondo:

«Noi siamo la scissione. Io sono la scissione. E finché l’Io presume che la scissione si trovi nell’insieme delle cose, e non in se stesso, se ne sta rannicchiato nella trappola del suo stesso inganno, della sua illusione».

(Thomas Hürlimann, L’ombrello di Nietzsche, 2017, p. 24)

Senza scissione sarebbe solo il livellamento, cioè l’espletamento di un desiderio di iper-attivazione dell’Io in funzione della promozione (e proiezione) della propria immagine e della conseguente insostenibilità di ogni attrito (una prospettiva di nevrosi e depressioni, come già avviene).
Come dice Günther Anders:

«Chi si ausculta in segreto? Chi osserva se stesso in camera dal buco della serratura? Occupazioni sconosciute.
Non c’è più alcun buco della serratura, perché non c’è più bisogno di chiavi. Non c’è più bisogno di chiavi, perché non c’è più la porta. Non c’è più la porta, perché la camera buia di ieri è oggi uno spazio come un altro».

(Günther Anders, Amare, ieri – Appunti sulla storia della sensibilità, 2004, p. 19)

Cioè l’anonimato insito nell’iper-specialismo dell’autopromozione nell’apparente trasparenza, è in realtà la caduta del mistero e del particolare. L’avvento della specie.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (31): SERIE DEL NULLA

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Ai Weiwei distrugge una vaso della dinastia Han (206 a.C.– 220 d.C) dopo averlo ridipinto con il logo della Coca-Cola (Fonte: Rapporto confidenziale)

di Gianluca D’Andrea

… paradiso per scherzo
di fato, non è nulla quello che tu cerchi
fuori di me che sono la rinuncia, m’annuncia
da prima doloroso e poi cauto nel suo
crearsi quel firmamento che cercavo.

(Amelia Rosselli, Serie Ospedaliera, 1969)

“Affinché i fatti «arrivassero» era necessario che la limitazione al risultato e la «riduzione allo smisurato» fossero revocati”.

(Günther Anders, Dopo Holocaust, 1979, 2014, p. 39)

Re-vocare, richiamare per trattare, mutare i propri convincimenti. In primo luogo nei confronti del soggetto della storia e della sua specificità “fatale”, dei suoi margini recintati. La ricerca “fuori” riguarda la rinuncia agli obiettivi, a una classifica, a una tassonomia.
La “serie del nulla” che è l’accumulo, elude la presenza del soggetto, il suo essere fattivo, conduce a una potenza “consumatrice”, al brivido della consumazione.
Dopo le atrocità avviate dal Secondo Conflitto, il mondo non ha finito di “cadere” nella sua scomparsa, che è scomparsa dell’individuo di presenza e ascolto. Al suo posto si “presenta” un ente impersonale, “virtualizzato” dalla sua necessità di consumo. Dalla “consumazione” dell’uomo all’uomo del consumo, in campo è una potenza distruttrice che fa dell’astrazione una nuova forma di violenza, che agisce sempre in funzione della scomparsa.
Revocare lo “smisurato” in un nuovo “firmamento”, cioè in qualcosa di saldo che possa ricreare nuove costellazioni di contatto.
Una camera, una stanza ospitale dove si raccolgono i forestieri, gli infermi che sentono la necessità di scambiarsi un racconto di esperienze prima della “vera” scomparsa. In questo luogo – il nostro luogo – il forestiero è il solo individuo “ospitabile”, nonostante i rischi che l’ospite si trasformi per esigenza vitale in mostro esiziale. Nella sua alterità lo straniero “mostra” la sua decisiva particolarità, scuote il livellamento della scomparsa con una “riconoscibilità” straniante.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (30): DOPO CONSUMAZIONE

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Jasper Johns, 0 through 9 (1961). Fonte: Tate

di Gianluca D’Andrea

«Il consumo non è in relazione né con il passato né con il futuro, giacché il consumatore non è né un pianificatore orientato al futuro né un nostalgico che rimpiange il passato».

(Günther Anders, Dopo Holocaust, 1979, 2014, p. 31)

Forse perché il tempo è stato inghiottito dal capitale? Consumo che brucia in un ciclo ripetitivo. Il ricordo è scomparso nell’azione compulsiva, in questo senso il capitalismo è antimillenario e consentito solo in un contesto democratico. Ma non è la dimensione democratica, è più il decisionismo liberista che rimodula l’individuo e che permette alla memoria di ricondursi costantemente al prossimo acquisto, al brivido della “consumazione”.
Se il ricordo non è più lineare, non può neanche seguire la ripetitività del ciclo del consumo. Occorre che si dirami attraverso salti emotivi e s’incanali in un racconto non-lineare. Come in una nuova “numerologia” che parta dagli stessi rapporti numerici per elaborare la cifra di una ripersonalizzazione:

«Come se l’orrore non avesse investito delle persone, come se la realtà stesse nella somma, non nell’addizione delle unità; nella cifra, non nei singoli computati».

(Günther Anders, Ibid., p. 33)

I ricordi del singolo nella sua non linearità possono realmente ripersonalizzare il mondo? possono difendere la parallela “nullità” di soggetto e mondo?

Difendi questa luce, se sei un nulla
come tutti. Difendi questo nulla
che non smette di essere.

(Massimo Gezzi, Il numero dei vivi, 2015, pp. 13-14, vv. 24-26)

Carteggio XXXVI e LETTURE di Gianluca D’Andrea (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di “Transito all’ombra”

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S-House / Yuusuke Karasawa (particolare)

Carteggio XXXVI e LETTURA (21): LA NON-CASA – una risposta a Vito Bonito e alla sua lettura di Transito all’ombra

Il 3 gennaio 2017 Vito Bonito mi ha inviato tre foto in cui sono “registrate” le sue parole scritte “a penna” su Transito all’ombra. Quale miglior auspicio per “ricomporre” un carteggio – l’ultimo risale a luglio 2016 [qui] e parla ancora di ritorni, case, dimore e può collegarsi a quello che Cecilia Bello Minciacchi dice a proposito del “dimorare” che interessa tanto a Vito e che emerge nella sua ultima raccolta, Soffiati via, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2015: “«nessuna dimora nessuna» (p. 66), verso ancora più asfittico, chiuso com’è nella negazione reiterata che toglie ogni speranza di rinvio o di proroga: questo significa, «con Derrida, la parola enigmatica dimora, che riconduce al latino demorari (de e morari) e a quel senso di attesa e di ritardo che si porta dentro»” (C. Bello Minciacchi, Campioni # 11. Vito M. Bonito, in Doppiozero, 07 settembre 2015).
A me non resta, allora, che continuare a riflettere sulla “NON-CASA”, riflessione che forse lega i miei pensieri a quelli di Vito, come mi è già capitato di fare in Carteggio XIX: Heimat – Stimmung (10 settembre 2014): Un “transito” che è anche un “soffio”, insomma, che può condurci alla fine di una presenza e, chissà, a un nuovo riconoscimento.
Una LETTURA, la mia, che parla di una ripetizione, ma prima ecco le foto-parole di Vito Bonito:

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LETTURA (21): LA NON-CASA di Gianluca D’Andrea

«colui che ‘immagina’ ora diventa propriamente colui che ‘registra’, poiché, per rimanere all’altezza di se stesso, cerca di tenere il passo di ciò che ha fatto e dell’incalcolabile potere che egli ha acquisito attraverso il suo fare, potere che però lo sovrasta».

(Günther Anders)

Il potere di essere liberi di fare ci rende schiavi di questo stesso potere. Il pensiero di Anders è ripreso nel 2014 da Byung-Chul Han per il quale il potere, il poter fare, non ha limiti e paradossalmente ci costringe a fare, trasformandoci in “figuranti”, soggetti sottomessi alle dinamiche di un “potere” più strutturale di altri poteri, perché intimo, scelto (vedi Byung-Chul Han, Psicopolitica, 2016).
«Passano le figure, inseguono gli eventi» (Acquario, in Transito all’ombra, p. 47) e non trovano requie, non trovano una dimora; nel “vuoto”, eppure, risiede qualcosa, un’angoscia. Un po’ come in Heidegger, più che “fuori-da-casa”, però, l’essere è immerso in una “non-casa” che individua la nostra distanza dal contesto proprio nella nostra presenza in continuo transito, qualcosa che ci soffoca proprio quando più ampie ci sembrano le prospettive. La libertà che ci costringe a re-inventare lo spazio svuotato da responsabilità, se non le nostre: questo è un terror panico provocato, però, dalla libertà manipolatoria dell’homo technologicus che sente il peso del potere (dovere di tracciare un percorso senza fondamenti, senza una mappatura già acquisita che possa indirizzarlo. Ecco, il nostro essere senza indirizzo ci limita a una continua trasformazione («di trasporto, di trasposizione o di trasmutazione», dice Nancy in L’equivalenza delle catastrofi (dopo Fukushima), Mimesis, 2016, p. 45) con cui dobbiamo fare i conti senza possibilità di ristabilire una tregua col mondo, perché immersi, anzi compartecipi e sempre più spesso protagonisti, della sua metamorfosi.
Forse uno degli sforzi più plausibili, in questi tempi trapassati (come sempre d’altronde, è caduto anche il confine tra finito e infinito) è quello del ricordo, perché possa riverificarsi una nuova narrazione, ma anche la memoria è a rischio perché è implicita una volontà, una scelta, nel selezionare i ricordi. Forse è il momento di correre questo rischio:

«senza memoria d’immagine,
noi lontani da sempre
pronti ad abbandonare la non-casa
la certezza di affacciarsi
in altre distanze, non nostalgia
di un luogo che è lo stesso,
sempre un altro».

(Transito all’ombra, p. 29)

Collage Invernale – Il mondo dopo l’uomo

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di Gianluca D’Andrea

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Foto tratte da: G. Anders, Il mondo dopo l’uomo – Tecnica e violenza, Mimesis Edizioni, Milano, 2008