LETTURE di Gianluca D’Andrea (32): IL FORESTIERO

computer
Commodore CBM 4032

di Gianluca D’Andrea

Il forestiero è l’intruso, cioè il computato che scompare nel computare.

A un computer

In computisteria si decidono le sorti del mondo.

G. Leopardi

       Se più de’ carmi il computar s’ascolta…

G. Leopardi

Tutto rùmini di tutti
E ancora sputti e inputti
Per digitati tasti ai tremolii
D’un nulla di tivù
Che d’uno schermo ai verdi zufolìi
Iberna fasti e guasti
Placido al nostro non poterne più:
Di te, pèste e diabolica
Macchinazione elettronica!

Fatuo monatto – e a me
Vorresti dimostrare
Che meglio stia chi sa più presto
E più si bea chi va più lesto?…
Che essenza del reale
Sia più del computato il computare?
Ahi vacanza del pensiero,
Ronzìo tuo labilissimo
Mondo senza mistero!

1987-1998

(Giovanni Giudici, Save Our Souls e altri inediti, in I versi della vita, 2000)

Ecco svaniro a un punto,
e figurato è il mondo in breve carta;
ecco tutto è simíle, e discoprendo,
solo il nulla s’accresce.

(Giacomo Leopardi, Ad Angelo Mai, 1820, vv. 97-100)

Il non conosciuto distanzia il livellamento a patto che si accetti che lo stesso sconosciuto diventi noto. Popolazioni alle frontiere, le soglie che uniscono l’uomo alla sua capacità di rifiuto, d’indifferenza. Possibilità per l’uomo di trasformarsi in “rifiuto”:

«Giacché ora una tal vita non si può distinguere dalla morte, e dev’essere necessariamente tutt’uno con questa».

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1. Maggio 1821, 1007)

«Non conosciamo ancora il mondo della chiarezza».

(Jean-Luc Nancy, Corpus, 2001, p. 41)

Il rigetto dell’altro che è in noi; la nostra parte malata? la nostra cattiva coscienza, l’inerzia che non vuole attriti, è questa la scomparsa:

«È solo una breve sequenza programmatica in una generale assenza di programmazione».

(Jean-Luc Nancy, L’intruso, 2000, p. 19)

Ma questa intrusione è un calcolo di prospettiva, la potenzialità di tutela che deriva dalla calcolabilità del rischio. Per questo le facoltà “computazionali” hanno mutato l’essere. Siamo esseri del “computo”, verificabili attraverso il nostro consumo, o meglio, la nostra “consumazione”. Eppure dietro l’astrazione del nostro essere calcolati aleggia il fiato di altri uomini: sono gli “stranieri” a ordire il complotto della nostra fine?

«È lecito contare gli avvoltoi tra gli uccelli da preda solo se è certo che hanno assunto voce umana».

(Paul Celan, Microliti, 1949, 2, 2010, p. 13)

Giovanni Giudici: una poesia da “Eresia della sera” (Garzanti, 1999) – Postille ai testi

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Giovanni Giudici (Foto: © Carlo Carletti)

di Gianluca D’Andrea

Giovanni Giudici: una poesia da Eresia della sera (1999)

eresia-della-sera

Voltati dopo tanto

Voltati dopo tanto
Dimenticati nomi
Al caos mentale non più
Distinguere tra poi e prima

Poco vigili sensi
Già eravamo persone di un tempo trascorso
Il nostro non ancora però del tutto consunto
Di un oltretomba vivi

Profeti di passato – l’esatto
Contrario di colui che nella Bibbia
Rammemorò il futuro
E a noi nessuna ormai fraterna lingua


Postilla:

Il disorientamento parte dalle difficoltà della memoria. Nella mente il “caos” perché sono scomparsi i nomi, dimenticati. La conseguenza è incapacità di scelta, distinguere, perdita della propria presenza “storica”: «Già eravamo persone di un tempo trascorso». C’è una comunità di riferimento (si noti l’utilizzo della prima persona plurale) ridotta, invecchiata, che si riconosce nell’incomprensione dei segni del futuro (il riferimento al profeta Daniele, nell’ultima strofa, sembra suggerire questo). Forse queste figure, che brancolano nel passato e si sentono rifiutate dal futuro, queste apparizioni attraversate dall’incertezza e dal senso di sconfitta, possono diventare monito, o meglio allarme, perché lo sforzo di comprensione dei segni del “futuro” non si sleghi dalla conoscenza di quelli del passato, per riattivare un orientamento temporale, una lingua, una storia, anche se non lineare (il componimento, infatti, è giocato sulla forza scardinante della metatesi, l’ingarbugliamento sintattico, l’iperbato: «E a noi nessuna ormai fraterna lingua»).