Antonio Lanza su «Transito all’ombra» di Gianluca D’Andrea

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Vizi e virtù affrescati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni

di Antonio Lanza

                        «TRANSITO ALL’OMBRA» DI GIANLUCA D’ANDREA

Transito-allombra_web-300x480Molto mossa la geografia lirica che innerva Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea, terzo volume della nuova collana di poesia di Marcos y Marcos «Le ali», diretta da Fabio Pusterla. Quasi a fare da contrasto a questo scenario mobilissimo che presenta in Messina e Treviglio i suoi due poli principali e in parole come “viaggio”, “confine” e “ritorno” il fondale lessicale dell’intero libro, la copertina di Luca Mengoni sembra rappresentare l’impossibilità del movimento o quanto meno la sua limitazione. Due neri serpenti infatti, più metafisici che reali, attorti ad anonime caviglie, ne rallentano o ne condizionano o addirittura ne ostacolano il movimento.
Il titolo e il tema della prima sezione “La storia, i ricordi”, nella quale l’autore intreccia le memorie private ai grandi eventi del secondo Novecento, mi fanno pensare che i due serpenti simboleggino la storia e i ricordi, appunto, mentre le gambe, raffigurate nella loro anonima magrezza e fragilità, siamo tutti noi, nelle nostre biografie atomizzate. Si agisce immersi nell’immenso palcoscenico della storia, con le nostre periferiche esistenze individuali, e i grandi accadimenti ci sembrano un’eco lontana, ma siamo a nostra volta dalla storia e dai ricordi condizionati, modificati, forgiati. Come se invisibili serpenti costantemente ci passassero tra le caviglie e mutassero, impercettibilmente o no, direzione, velocità, intenzione al nostro cammino nel mondo.
Un sotterraneo sentimento di allarme, suggerito da un lessico apocalittico, percorre le dodici parti di cui la prima sezione del libro, “La storia, i ricordi”, si compone. Guerra, atomo, collasso, scissione, catastrofe, paura, scoppi, carneficine, esplosioni, rovina, macerie, impatto, scempio sono le parole scelte da D’Andrea per descrivere l’epoca storica che va dalla fine degli anni Settanta fino ai Duemila. Parole che l’autore riesce a far consuonare con immagini private, siano esse ludiche, domestiche o scolastiche, coniugando racconto e riflessione.
Il luogo da cui l’io lirico si fa testimone di sé e di un’intera generazione è un sud globalizzato e inquinato, una porzione di mondo posta tra un mare, il Tirreno, la cui «brezza arriva dolce» ma in cui si riversa «il messaggio lontano della fogna» e una terra, Messina, in questa sezione mai nominata, nei cui campi e nei cui parchi scorrono liquami.
Fedele alla promessa mandelstamiana, esplicitata in epigrafe, di «seguire l’epoca», D’Andrea ci racconta gli anni Ottanta di un Occidente in vertiginosa trasformazione, dall’incubo atomico («la parola scissione / ogni tanto emergeva dallo schermo») fino al «limbo / di benessere», dalle ultime propaggini della Guerra fredda rappresentate dal disastro aereo di Ustica fino ai vittoriosi mondiali spagnoli dell’82.
Ma forse è la nascita delle TV private a sconvolgere gli assetti della società di quel decennio. La generazione di D’Andrea, che è del ’76, vive sulla propria pelle questo passaggio epocale («La TV degli anni Ottanta tentò / di rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio») senza però che abbia prima potuto forgiarsi gli strumenti intellettuali per difendersene («i cartoni / da cui apprendere lo sport e l’amore»).
I Novanta scorrono tra ulteriori carneficine e spinte individualistiche e, attraverso gli anni Duemila, inaugurati dagli attentati alle Twin Towers («Nel focus / miliardi d’impatti per giustificare / un altro scempio nero») e dalla destituzione di Saddam Hussein, si giunge fino ai giorni nostri: l’era digitale, le «testate esiziali» di Zidane in un altro vittorioso mondiale di calcio, la chiusura delle frontiere di alcuni paesi europei.
La sfida di restituire al lettore il rumore del tempo è ampiamente vinta. E in particolar modo, a mio avviso, nei primi sei movimenti della sezione, di più forte potenza drammatica, in cui il racconto di D’Andrea, assumendo toni profondi e partecipati, dell’infanzia e dell’adolescenza ci restituisce la pienezza del giocare furibondo («Così giocavamo / a nascondino nell’erba e l’odore / acerbo del sudore a quell’età / si mischiava alla terra») e, insieme, il vuoto che preannuncia la fine di quell’età meravigliosa («come quando il giocattolo / non parla più alla nostra immaginazione / e resta il vuoto, il buco del vuoto»).
“Immagini, i ricordi”, altra ampia sezione dopo il breve intermezzo del primo “Dittico”, mi sembra sin dal titolo speculare a “La storia, i ricordi”. Ma se nella sezione già presa in esame D’Andrea tentava di ricostruire un’epoca storica attraverso quelle che potremmo definire micro sequenze filmiche, qui l’autore si propone di fermare una serie di ricordi personali in alcune significative istantanee.
Dall’ossessione di ricordare («senza nostalgia» sottolinea l’autore), di preservare un particolare dal fluire del tempo e dall’altrettanto inevitabile constatazione della necessità dell’oblio nascono, come si dice nella nota finale al libro, «piccoli quadri di vita quotidiana»: una gita famigliare al parco, i lineamenti cangianti e perfetti di una bambina, una lezione scolastica non troppo coinvolgente, uno dei tanti ritorni in Sicilia.
In versi calibratissimi e sospesi, venuto meno il rischio che una progettualità narrativa di ampio respiro appesantisca la materia poetica, D’Andrea mostra in questa sezione di saper cogliere la congiuntura tra eterno e istante e di riuscire magnificamente a tradurla in poesia.
La sezione si chiude con un testo intitolato “Epoca”, in cui il dolore del ricordo dei bambini ceceni uccisi in una scuola di Beslan durante un blitz dell’esercito russo annulla la distanza tra l’Ossezia e il canale di Sicilia, dove amarissima sorte tocca ai migranti, e in particolare, ancora, ai bambini: «Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe, / mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi».
La sezione “Era nel racconto” è l’occasione per raccontare una stagione di disagio attraverso i luoghi che l’autore via via conosce grazie alla sua professione di insegnante: Zingonia, Vimercate, un quartiere a rischio di Messina, tra discese agli inferi, attesa eterna e continui viaggi, scanditi da precariato e concorsi a cattedra. Tra le poesie più belle della sezione troviamo La luce nei viaggi: «Così rifletto questi giorni di inattività, / di bilancio, di ritorno continuo. Messina è qui, / vedo scorci sereni e fantasie di raccoglimento; i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi».
Una inaspettata centralità assume Lettera a mia figlia. Ne è spia il richiamo in quarta di copertina dei suoi quattro versi conclusivi. La poesia è una esortazione alla figlia, la «piccola Sofia», a comprendere i propri confini per superarne i limiti attraverso l’esercizio continuo dell’osservazione, l’unica attitudine che spalanca la conoscenza della complessità del mondo. Qui D’Andrea, crediamo, non dà voce soltanto a quel che amore paterno gli detta, ma anche e soprattutto a quel che l’esperienza di educatore negli anni gli ha fatto maturare. Per cui, senza annacquare le intenzioni, Lettera a mia figlia mi pare che possa svincolarsi da una dedica strettamente familiare per estendersi a tutti i piccoli ragazzi che abitano o attraversano o sono soltanto sfiorati da questo libro: gli alunni multietnici di Zingonia e quelli disagiati di Messina, i bambini che giocano nei parchi lombardi e quelli in gita all’Acquario di Genova, i bambini di Treviglio «prima di un altro ritorno» e quelli morti a Beslan e nel canale di Sicilia, e, infine, retrospettivamente, lo stesso Gianluca bambino e la sua generazione, che «rotola / da una discesa dell’infanzia, ottanta / volte o più, nella luce del tramonto».
«Il Transito è movimento, divenire» scrive Pusterla. Certo, lo testimonia anche la sezione successiva, “Zone recintate”, in cui una breve e intensa vacanza diventa ansia di muoversi e di conoscere (VI. Braccare lo spazio, Giotto). Ma è anche desiderio di radici e di stanzialità, Transito. Di silenzi assoluti e di raccoglimento, di singoli passi che risvegliano ricordi. E di infanzia, il vero nucleo tematico dell’opera. I serpenti di Mengoni si attorcigliano alle caviglie. Forse per non farci allontanare troppo da quell’età: «Tutti siamo piccoli, Sofia, / abbiamo poco o niente da dire, / eppure questo fiato, così buffo, / è il dovere che ci unisce e dissolve».

L’arte come Avvenimento – Alla scoperta di Giotto: Intervista al Professor Roberto Filippetti (di Enrico Marcucci)

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Roberto Filippetti

L’arte come Avvenimento

Alla scoperta di Giotto attraverso la voce e lo sguardo del Professor Roberto Filippetti

a cura di Enrico Marcucci

La mattina dello scorso venerdì 17 aprile, i ragazzi della lista universitaria “Obiettivo studenti” dell’Ateneo di Macerata, hanno invitato all’Antica Biblioteca di Piaggia dell’Università, situata all’interno della facoltà di Giurisprudenza, uno dei maggiori specialisti, se non il più esperto, di Giotto e dei più grandi capolavori dei maestri della tradizione artistica italiana, Roberto Filippetti, per accompagnare i numerosi presenti in aula in un per-corso intitolato “Giotto e i giotteschi marchigiani”.

Avvinti e incuriositi dalle sue incredibili capacità comunicative, abbiamo deciso di incontrarlo al termine dell’evento, convinti che ce ne saremmo andati ancora più ricchi e rinnovati da questo nostro incontro; ed è stato proprio così. Di seguito riportiamo alcuni quesiti ai quali il professor Filippetti ha gentilmente voluto rispondere prima di recarsi a Corridonia dove ha spiegato in serata la sua mostra digitale delle principali opere caravaggesche.


EM: Professor Filippetti. Prima di tutto la ringraziamo per aver accettato di rispondere ad alcuni brevi quesiti e per aprirci ogni volta lo sguardo sui capolavori della tradizione artistica italiana con le sue preziose ed avvincenti decifrazioni. Ci tolga una curiosità, quando e come è sorta la sua attività di critico e studioso dell’arte e, in particolare, da cosa è nato il suo interesse per i capolavori di Giotto?

RF: Direi che la forte attrazione che nutro per l’arte è germogliata in me proprio nei primi mesi d’insegnamento, nel lontano autunno 1977. Avevo appena compiuto ventiquattro anni e l’Istituto superiore in cui insegnavo, a Padova, si affacciava sulla piazza da cui partiva via Giotto, e in soli cinque minuti a piedi portava dritti ne La Cappella Scrovegni, affrescata da questo grande maestro.

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Cappella Scrovegni a Padova

Essendo marchigiano, nato a Fano, e avendo svolto i miei studi in Lettere ad Urbino, avevo già avuto modo di frequentare le opere di Raffaello, Piero della Francesca, del Lotto, di cui il mio professore tra l’altro, Pietro Zampetti, era fra i maggiori specialisti. Giotto era stato comunque lontano dai miei interessi giovanili. In quanto professore di Letteratura Italiana, ero più che altro innamorato di Ungaretti e Leopardi, piuttosto che di Michelangelo, Caravaggio, del Beato Angelico o degli altri di cui poi mi sono appassionato in seguito. Ricordo ancora come fosse ieri quel mio primo anno di insegnamento. Fu anno difficile per l’Italia intera. Un anno violento. Fu l’anno dell’assassinio di Aldo Moro per mano delle “BR”. Io stesso mi trovavo ad insegnare a classi in cui vi erano aderenti ad “Autonomia Operaia”, alle stesse “Brigate Rosse” o ad altri movimenti estremisti dell’epoca. Eppure ho bene a mente che fu proprio in quell’anno, trovandomi a portare frequentemente in visita i miei alunni alla Cappella Scrovegni, che mi resi conto di quanto fascino e stupore generasse negli occhi lucidi dei miei alunni la comunicazione dei capolavori di Giotto, di questo grande pittore con il quale nel frattempo avevo avuto modo di familiarizzare. Spesso e volentieri mi trovavo a parlare oltre che ai miei alunni anche ad altre comitive di visitatori provenienti da tante altre parti d’Italia che incuriositi si univano a noi. Era per me motivo di grande soddisfazione vedere tanta gente avvinta e profondamente colpita dalla profondità espressiva di Giotto e dal mio modo di ridonarlo dal centro dell’opera. La scuola in cui al tempo insegnavo era un Istituto di Ragioneria, e dovendo preparare le classi per gite scolastiche o quant’altro, ho iniziato prima con la presentazione di Giotto, poi con quella di altri pittori imprescindibili. Per almeno un ventennio, dal ’77 al ‘97 circa, l’approfondimento e la comunicazione dell’arte fu per me soltanto una forte passione, sebbene notassi come sempre più spesso mi capitava di entrare in Cappella Scrovegni seguito da venti persone per poi uscirne con quaranta esterrefatte che mi tempestavano di domande e curiosità. In molti si aggregavano ed altrettanti venivano a domandarmi in quale università insegnassi: ”alle superiori!”- rispondevo lusingato. Con il passare degli anni un continuo numero di persone, comitive di amici prima e poi gente qualsiasi, iniziarono a chiedermi di accompagnarli in Cappella. Ricordo ancora che nel gennaio del 1998 arrivarono a Padova tre autobus da Ascoli Piceno. Fu perciò un avvenimento spontaneo far arrivare Giotto a quanti, attratti dall’arte, ancora non avevano avuto modo di guardare più da vicino le sue eccellenze.

 

EM: Quando è sorto invece il desiderio di farne una vera e propria mostra itinerante?

RF: Nell’anno Duemila, l’anno dell’ultimo Giubileo, ebbi l’idea di far ricostruire le opere del Giotto presenti in Cappella Scrovegni in scala “uno a due”, grazie al finanziamento del Vicesindaco di Venezia, e della Banca di Credito Cooperativo che ha pagato il catalogo e la stampa del volume. L’anno successivo, nel Duemilauno, questa mostra da me progettata, è stata esposta al meraviglioso evento interculturale del Meeting di Rimini. Devo dire che quest’invito mi ha in un certo senso cambiato la vita. Quell’anno infatti mi comunicarono che la mia mostra era stata la prima al Meeting sia per presenze ottenute che per vendita dei cataloghi. Si rese subito chiaro che per questa via Giotto era arrivato in un punto da cui sarebbe presto ripartito per spingersi molto, come direbbe Montale, più in là. Da quell’anno in poi infatti feci tra i diciassette e i diciotto allestimenti con questa mostra alta cinque metri. In poco tempo decisi allora di riprodurla in versione un po’ ridotta, in scala “uno a quattro”, con tutte le immagini ad alta definizione, fotografate dopo i restauri del 2001-2002. La mostra raggiunse davvero gli antipodi del Pianeta. Dal Sud America a Taiwan, dal Parlamento Europeo a Gerusalemme, dalle grandi città ai piccoli borghi d’Italia. Ogni volta mi trovo personalmente a preparare le persone che al mio posto si troveranno a fare da guide. Spesso ci ritroviamo insieme a discutere e approfondire per settimane; in alcuni casi addirittura mesi. Uno degli ultimi allestimenti lo abbiamo fatto in un paese di ventottomila abitanti circa ed ha ricevuto quattromila presenze. Circa settecentomila persone in tutto il mondo hanno potuto godere di questa bellezza lungo questi ultimi quindici anni. Essendo le mostre itineranti solitamente composte da pannelli, non era necessaria la mia presenza. Spesso e volentieri bastavano le guide da me preparate. In questi casi l’interlocutore si trovava ogni volta di fronte all’integrale ricostruzione delle quattro pareti della Cappella. Presto però, sulla sua scia ne nacquero altre sulla Basilica superiore di Assisi, sui capolavori di Caravaggio e una quarta su Van Gogh nel 2010. In alcuni casi come dicevo poc’anzi, è la mostra ad andare “sola”, senza di me.

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Assisi, prospettiva navata centrale della Basilica Superiore

In altri invece, sono io ad andare senza la mostra, servendomi unicamente di un proiettore e del mio computer personale. Con l’aiuto di esperti e ricercatori delle più avanzate tecnologie di resa fotografica sono riuscito ad acquisire le immagini direttamente dalle opere attraverso la più alta definizione di zoom attualmente esistente al mondo; una definizione che rende in maniera nitida e dettagliata le tre dimensioni effettive dell’opera. Oltre alla riproduzione attraverso questa tecnica che riflette gli stessi soggetti delle mostre itineranti precedentemente elencate, sono riuscito a realizzarne ulteriori sui maggiori capolavori presenti a Ravenna, su quelli del Beato Angelico, su tutti i più grandi capolavori di Duccio di Boninsegna, di Ambrogio Lorenzetti, di Raffaello ne La Stanza della Segnatura, e di molti altri ancora.

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Stanza della Segnatura

Dopo aver minuziosamente acquisito le immagini, le abbiamo digitalizzate e con questa tecnica di zoom appositamente studiata, stiamo portando questa meraviglia dove il Mistero ci chiama.

EM: Guardando ancora a Giotto. E’ in Cappella Scrovegni a Padova che possiamo osservare un esempio di prospettiva rovesciata, ad esempio nel lunettone dell’arco trionfale, dove è il Creatore a mirare all’uomo con lo sguardo, mentre fino ad allora era più facile trovarsi di fronte al contrario. Potrebbe parlarci meglio degli usi specifici che fa Giotto di questa tecnica e, se presenti, quali le sue innovazioni a riguardo?

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Particolare dell’arco trionfale presente in Cappella Scrovegni a Padova

RF: Bene. Giotto vede la Roma davvero “romana”, per così dire, quella di settecento anni fa, e non la Roma rinascimentale e barocca che vediamo noi oggi. Giotto vede a Roma ciò che noi vediamo ai giorni nostri a Pompei o ad Ercolano grazie agli scavi; vede cioè come veniva utilizzata la prospettiva nei mosaici e soprattutto negli affreschi, o a fresco o a encausto, come voleva la tradizione antica. E mira ad agevolare al massimo l’immedesimazione dell’interlocutore, mira a facilitare al massimo l’interesse, inter-esse appunto (essere al centro, partecipare), di colui che entra in questi templi intramontabili: nella Basilica di Assisi, o nelle cappelle Bardi e Peruzzi in Santa Croce a Firenze o nella Cappella degli Scrovegni, ma anche in S.Francesco a Rimini, in Santa Chiara a Napoli, e potrei continuare… con altri monumenti affrescati da Giotto.

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Cappella Bardi in Santa Croce a Firenze
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Chiesa di Santa Chiara a Napoli. Prospettiva della navata centrale

In questi luoghi Giotto, strutturalmente francescano, è riuscito a curare al massimo grado l’immedesimazione. Si è accorto che è più facile entrare in un edificio dipinto in tre dimensioni – non è certo un caso se oggi esiste questo tipo di cinema, come ad esempio Avatar -, che non nella piatta pittura bidimensionale bizantina, molto affascinante ed efficace ad educarci alla trasfigurazione. La pittura da Giotto in poi iniziò a preoccuparsi della raffigurazione, cioè di dire la realtà nel modo più mimetico possibile ed anche più capace di lanciarci verso l’oltre, verso la trascendenza. Questo è il modo comune che tutti gli artisti conoscono di concepire la prospettiva, denominato “occidentale”, cominciato allora da Giotto, perfezionato da Brunelleschi e da Masaccio e definito in modo impeccabile da Piero della Francesca centocinquanta anni dopo.

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Bozzetto raffigurante linee guida e punti di fuga delle tre dimensioni della prospettiva “accidentale”

Questo geniale pittore ad esempio, e ciò è un episodio meno noto ai più, in Cappella Scrovegni, nelle due finestre ai lati dell’arco trionfale, non ha dipinto semplicemente i due famosi coretti in prospettiva con i due lampadari, ma ha dipinto anche quattro loggette aggettanti che incorniciano da una parte l’angelo annunciante e dall’altra la Madonna annunciata, raffigurandoli visti da una prospettiva rovesciata, quella che allora era la prospettiva tipica dell’arte bizantina. Chi oggi ha modo di andare in Russia, può vedere uno dei maggiori capolavori di Andrej Rublev, La Trinità, dipinto in prospettiva rovesciata appunto.

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Coretto sx
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Coretto dx

 

 

 

 

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Prospetto frontale arco trionfale con rispettivi coretti sx e dx
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Andrej Rublev, Trinità. Chiaro esempio di prospettiva rovesciata

C’è un bellissimo libro di Pavel Florenskij intitolato proprio La prospettiva rovesciata e altri scritti sull’arte. Le icone russe ancora oggi sono considerate dei sacramentali come lo sono per noi l’acquasanta o la cenere del “Mercoledì delle ceneri”. Attraverso l’arte irrompe il Mistero, si insinua l’al di là nell’al di qua.

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Visione dei troni celesti in Assisi. L’altare di fronte al quale sta Francesco genuflesso è dipinto in prospettiva rovesciata

Il rischio della prospettiva usata in occidente rispetto a quella russa delle icone, è quello di procedere verso l’uomo ad un’unica dimensione, come se egli fosse proteso in una tensione drammatica che non è mai in grado di arrivare pienamente a raggiungere l’ideale. Invece al nostro ad-tendere corrisponde il Suo ad-venire: l’irruzione del Mistero eterno che s’incarna nel tempo e nello spazio. Proprio come nella prospettiva russa, dove troviamo questa passività (l’uomo viene incontrato da Dio) da cui inizia la nostra attività, l’incontro di due dinamiche – attendere e avvenire – che si corrispondono. Si parla di Avvento, avvenimento appunto.

EM: Data l’influenza di Giotto nel Rinascimento e nei pittori contemporanei, da Van Gogh a Salvador Dalì, quale crede che siano le peculiarità che fanno sì che Giotto sia stato così tanto a lungo singolarmente considerato e ammirato?

RF: C’è da premettere che accanto a questa sua modernità, che potrebbe anche considerarsi un difetto, tenendo presente che l’arte moderna comincerà di lì a poco a giocare “a chi è più moderno” approdando in pochi secoli agli effimeri trascorsi degli sperimentalismi, delle avanguardie e delle neoavanguardie. Invece Giotto è stato capace di resa della realtà, e non parlo di realismo, non amo affatto gli –ismi, quanto piuttosto di resa mimetica della realtà. Letteralmente Giotto è capace di far emergere la realtà fisicamente descritta e insieme attraversata in prospettiva metafisica. Egli è stato inoltre capace di dare luce ai moti dell’animo, di dare forma e colore a sentimenti o espressioni come l’ira, l’angoscia, l’attesa, il turbamento o il corrugarsi della fronte. Addirittura un volto dipinto di giallo come nel dettaglio presente ad Assisi di Pietro di Bernardone colpito improvvisamente da un attacco di itterizia, o per un “travaso di bile” come si diceva all’epoca, nel momento in cui suo figlio Francesco si spogliò di tutte le sue vesti pubblicamente.

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Pietro di Bernardone particolare (a sx)

A quei tempi era viva nel popolo l’ idea dei “temperamenti”, che cioè i vari mescolamenti di liquidi all’interno del nostro corpo andassero ad influire sui nostri comportamenti e sulle nostre emozioni, motivo per cui se Caio aveva un comportamento passionale era perché il suo cuore pompava più sangue della norma; se Tizio era malinconico era perché aveva la bile scura. Melancolia vuol dire propriamente “bile nera”. Per questa eccezionale intersezione di talenti molteplici, tra allegorie bibliche e credenze popolari, Giotto per trecento anni è stato al centro dell’attenzione, capace di arrivare direttamente alla mente e al cuore dell’interlocutore ed essere eletto emblema di riferimento per le generazioni a venire. Così è stato per lo meno fino a quando non è approdato in scena un altro genio indiscusso dell’arte mondiale che è Caravaggio. Da qui in su ci saranno tutti i caravaggeschi del Seicento e non ci si potrà più non misurare con la sconfinata sensibilità creativa di un uomo che dipinge così come Caravaggio. Ecco, questo mi sembra particolarmente interessante. Mi pare tipico del genio. Genio non vuol dire appena un’eccezionalità, una alchemica combinazione di molecole nel “DNA” di un individuo, ma più precisamente l’espressione della voce e del sentimento di un popolo intero. Il genio allora è colui in grado, nel momento storico a cui è stato assegnato, di comunicare il cuore di un popolo e il suo ripartire. Perciò un artista, Giotto, all’altezza del Giubileo del Trecento, all’altezza di Dante o di Giovanni Pisano, l’altro, Caravaggio, all’altezza del celebre Concilio di Trento e del Giubileo del Seicento, agli albori di un mondo che riparte dopo la duplice vittoria sull’eresia luterana e calvinista da una parte e del fondamentalismo islamico dall’altra. Due periodi tanto simili, Trecento e Seicento, al nostro attuale Duemilaquindici.

EM: Secondo lei da dove scaturisce il genio? E’ forse più una questione di talento o di esercizio? Cosa rende un artista davvero geniale tanto da essere efficace espressione di un popolo intero?

RF: Non vi è dubbio che debba esservi un talento in origine, talento nel senso esplicito della parabola dei talenti. Se si ha un talento sarebbe un peccato, una miseria non spenderlo; sarebbe una terribile omissione privarsene o non coltivarlo. Credo allora ci sia un talento che si imbatte per caso, ma caso è la parola che di più ci avvicina a miracolo, diceva Giancarlo Cesana al Meeting di Rimini molti anni or sono. Caso è qualcosa che “cade”, ad-cade davanti a me e che io non posso fare a meno di cogliere al volo. Meglio: qualcosa che ob-cade: occasione. In greco si chiama kairos cioè “tempo favorevole” che viene dall’esterno. Caso è la risposta desiderata ad una domanda magari inconsapevole, ma che accade imprescindibilmente, come a Giotto è accaduto di incontrare Cimabue e a Cimabue di comprendere e dare fiducia al talento del giovanissimo Giotto. Cimabue aveva un temperamento da “numero uno” e quest’ultimo, come scrive Dante nell’undicesimo canto del Purgatorio, lo supera, e a noi non ce ne dispiace. Dunque per poterci trovare di fronte ad una personalità geniale dobbiamo trovarci di fronte ad un talento coltivato, educato; sebbene ciò ancora non basti. Il terzo passaggio è un talento naturale che si imbatte in una precisa circostanza storica, che di solito si presenta come momento di svolta epocale, di rinnovamento e anche di confusione se volgiamo, tale da far si che quell’uomo lì, l’artista o il genio, quello vero, sia capace di tracciare indelebilmente le sinopie della realtà del suo tempo. Un esempio: non vi è dubbio che Benigni sia un talento del teatro, come non vi è dubbio che non sia l’uomo più colto del mondo, poniamo il caso banale perché ha frequentato Ragioneria invece che il Liceo Classico, eppure ha capito Dante come in pochi riescono. Il padre di Benigni – uomo di umili condizioni – Dante lo recitava a memoria. Fino a pochi anni fa si era soliti imparare Dante a memoria in tante parti della Toscana, come Tasso fra i gondolieri di Venezia, come constatò Goethe duecento anni fa. Allora volgendo lo sguardo alla storia vediamo come ci sia una poeta nazionale veneto, Tasso, un poeta nazionale toscano, Dante, un poeta nazionale marchigiano, Leopardi, e via dicendo. Tutti uomini che genialmente hanno svelato carnalmente gli aspetti più umani dell’uomo attraverso le parole o attraverso il pennello, si da ricordare l’essenziale ad intere generazioni. Vedere un Papa come l’attuale inchinarsi commosso davanti ad un capolavoro di Caravaggio, di uno che fu a suo tempo pure assassino e malvivente, ci fa capire che ciò che conta non è essere coerenti, ma valorizzare il talento, la bellezza scaturita dal fatto che anche e forse in special modo uomini inquieti e tormentati, moralmente incoerenti con se stessi e con la società, sono stati capaci più d’altri di ridire in modo bello e nuovo il vero al mondo.

EM: Quale valore attribuisce alla tradizione e perché vale la pena fare ad essa costante ritorno?

RF: L’uomo medioevale è solito dipingere le Sette virtù, quattro virtù “cardinali” e tre “teologali”. La prudenza è sempre bifronte. Ha una faccia giovane davanti e una faccia anziana dietro. Così la raffigura Giotto in Basilica Inferiore ad Assisi e a Padova, così Giovanni di Balduccio Pisano nella tomba di San Pietro martire a Milano; in modo leggermente diverso Lorenzetti a Siena, dove la Prudenza sta ad indicare le tre fasi del tempo, presente passato e futuro. Si va davvero avanti (pro-gressus, pro, avanti e gressus, passo), si cammina davvero in avanti, solo se ricchi di una profonda tradizione, di ciò che c’era ieri. Questo ci salva, diciamo così, dal ritrovarci tra “la padella e la brace”. Ci evita la padella del tradizionalismo e la brace del progressismo. La “padella” di Epimeteo e la “brace” di Prometeo. Epi-meteo è colui che pensa indietro, Pro-meteo è colui che pensa in avanti. La schizofrenia che oppone nostalgia dell’età dell’oro ad utopia di un futuro radioso. Il mondo moderno in genere trasgredisce in forma utopistica e ammazza gli uomini concreti di oggi in nome dell’idolo di una futura umanità perfetta. Forti di un ricco passato, radicati, costanti, cioè consistenti per un ricco passato, possiamo davvero essere capaci di edificare un ricco futuro. Anche profit. Tutta la bellezza della natura, dell’enogastronomico e dell’arte nelle Marche e in Italia sono una grande risorsa per la nostra ripartenza nazionale. Non l’unica, di certo. Ma sicuramente almeno il settanta per cento del patrimonio dell’umanità presente Italia non ce lo possono togliere! Pensate a quanti “secoli” sono nascosti negli abissi dei fondali delle acque che circondano la nostra penisola.

EM: In quanto studioso di Letteratura Italiana, molteplici e di prezioso valore sono i suoi studi e le sue pubblicazioni. Ad esempio ricordiamo Ungaretti Homo viator, L’uomo spezzato e la domanda di assoluto oppure Leopardi e Manzoni. Il viaggio verso l’infinito; ancora, Il per-corso e i percorsi. Da metà dell’Ottocento al 2000, e molti altri ancora. Quando e come è sorta la sua passione per Giacomo Leopardi e cosa porta quotidianamente con sé di questo grande autore?

RF: Su Leopardi nel 1972 feci l’esame di maturità. Sei mesi dopo, nel dicembre del ‘72 mi resi conto che forse di Leopardi non avevo capito nulla. Frequentando ad Urbino un gruppo di ragazzi che seguivano un prete brianzolo che parlava ai loro cuori attraverso Leopardi, iniziai a capire che Leopardi era un’altra cosa, era molto di più per questa gente. Loro avevano visto in Leopardi qualcosa che io non ero riuscito a vedere fino ad allora. Oggi non smetto di ripetermi ogni giorno Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Un anno e mezzo fa mi sono fermato nell’abbazia di Sesto di Reghena e ho imparato a memoria l’Inno alla sua donna, che non sapevo ancora e me ne dolevo. Conosco a fondo Leopardi e me lo ridico ogni giorno. Leopardi mi aiuta a tenere… il bicchiere girato in su, ovvero a ricordarmi che sono “capace” dell’infinito. Consapevolezza drammatica al limite del tragico se non ci si imbatte in un’acqua che plachi la sete del proprio cuore e lo soddisfi a pieno. Manzoni, Ungaretti, Dante, Giotto o Caravaggio, ci dicono che quest’acqua c’è, esiste. La samaritana del Purgatorio dantesco, la ”femminetta samaritana” ci dice che quest’acqua che soddisfa fino in fondo esiste. Allora non possiamo non essere grati a Leopardi che ci dice di che pasta è fatto il nostro cuore e alla tradizione cristiana che ci porta quest’ipotesi di soddisfazione piena e totale.


Roberto Filippetti è nato a Fano nel 1953. Laureatosi in Lettere con il massimo dei voti e dichiarazione di Lode, insegna dal 1977 nelle Scuole superiori, dapprima a Padova e poi a Dolo (VE). Studioso d’arte e letteratura, ha pubblicato circa una ventina di libri, a partire dalla monografia Ungaretti homo viator (1983).

È fra gli estensori dei commenti alla Divina Commedia di Dante Alighieri, Rizzoli BUR, 2001.

Questi alcuni dei volumi, editi e/o distribuiti da Itaca (www.itacalibri.it): Pirandello narratore e poeta. Ragione e mistero (1997); Il per-corso e i percorsi (2002); L’Avvenimento secondo Giotto, catalogo della mostra itinerante sulla Cappella degli Scrovegni, di cui Filippetti è ideatore e curatore (la seconda edizione, del 2002, in cinque lingue, presenta tutte le riproduzioni degli affreschi di Giotto dopo i restauri); Il Vangelo secondo Giotto, concepito come racconto della Cappella degli Scrovegni ai ragazzi, (2002); Antonio di Padova (2002); Fiabe d’identità (2003); Caravaggio: l’urlo e la luce. Una storia in cinque stanze (2005); La bellezza salverà il mondo? (Marietti, 2007); Educare con le fiabe (2008); Leopardi e Manzoni: il viaggio verso l’infinito (2008); Van Gogh: un grande fuoco nel cuore (2008); Pietro mi ami tu? Lo sguardo di Gesù secondo Giotto (2009); L’io spezzato e la domanda di assoluto (2012); Francesco secondo Giotto (2013). E’ stato chiamato a tenere conferenze di arte e letteratura nelle università di Bologna, Venezia, Padova, Bergamo, Milano (Cattolica, Statale, Bocconi, Politecnico Bicocca), Pavia, Palermo, Bari, Trieste, Cagliari, Sassari, Torino, Modena, Firenze, Chieti, L’Aquila. E’ stato cooptato per Corsi di aggiornamento da IRRE Lombardia e Sicilia. Tantissime le conversazioni nelle Scuole di ogni ordine e grado in tutte le principali città italiane. Ha tenuto cicli di conversazioni in Israele (Gerusalemme e Betlemme), Austria (Innsbruck, Neumarkt), Svizzera (Lugano, Locarno, Tesserete, Ginevra, Neuchatel, Bellinzona, Ascona), Spagna (Barcellona), Paraguay (Asunciòn); a Lima, in Perù, ha tenuto lezioni magistrali presso la Universidad Peruana de Ciencias Aplicadas, presso l’Università Cattolica Sedes Sapientiae e presso il “Museo del Arte Italiano”.

Ha collaborato con la redazione culturale del TG2 della Rai ed è stato intervistato in una serie di servizi di TG2 Mizar (visitabili nel sito www.filippetti.eu), rispettivamente su Pietro da Rimini, Caravaggio, Giotto (Padova, Assisi e Firenze). L’ultimo è del 26 aprile 2014.

Dal 2007 al 2015 è stato chiamato a tenere la docenza di “Iconografia e iconologia cristiana” nel Master Universitario di 2° livello in “Architettura, Arti Sacre e Liturgia”, nel Corso di Alta Formazione e nel corso di Formazione e Aggiornamento in “Arte Sacra Cristiana e Conservazione del Patrimonio Ecclesiastico” istituiti presso l’Università Europea di Roma con il Patrocino della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti.

Ha ideato e curato quattro mostre didattiche itineranti in sinergia con Itaca e ne ha scritto i relativi cataloghi: alla ricostruzione in scala dei cicli affrescati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova (2002) e nella Basilica superiore di Assisi (2006), si sono aggiunte nel 2010 le mostre dedicate ai capolavori di Caravaggio e di Van Gogh (si veda www.itacaeventi.it).

Suoi volumi e cataloghi delle mostre sono ordinabili in qualunque libreria, online o direttamente visitando il sito web www.filippetti.eu/Home/home.html.

Per chi fosse interessato a mostre o incontri, è possibile inoltre contattare il Professor Filippetti all’indirizzo roberto@filippetti.eu.

Carteggio XXVIII: Braccare lo spazio, Giotto

cappella-scrovegni
Cappella degli Scrovegni (interno)

di Gianluca D’Andrea

Braccare lo spazio, Giotto

Questo gioco, quello della verità, ha come regola che il distinto, il determinato, il separato – l’individuo, la coscienza, il cucito, il punto a filo doppio – non si distingua più nel chiaro intrico del merletto, il quale, anch’esso, si mescola ai velluti o alla seta che orna e che ne sono lo sfondo.

Jean-Luc Nancy

 

Sono state vacanze rapide ma intense quelle di Pasqua 2015. La micro-famiglia in 5 giorni è stata in 4 città. Nonostante le monellerie della piccola o, anzi, accompagnati dal ritmo, a volte estenuante ma vitale, del “teatro” educativo che si modifica tentando sempre nuovi approcci per diventare efficace, abbiamo braccato lo spazio, frazionando il tempo.
Istantanee e parole hanno fissato alcune sensazioni, ancorato il flusso, riportandolo al passato, rilanciando il futuro – come si diceva una volta – disturbando l’eterno presente.
Mi piace condividere con voi immagini e versi perché strategicamente si fondono in un unico metodo che salvaguarda lo “spazio” (il mondo, se volete) soffermandosi, solo per istanti è vero, sulla sua implacabile trasformazione.
Restiamo all’erta, la caccia e il desiderio sono la spinta per captare e “proteggere” la mutevolezza.

trieste
Trieste

Trieste, Lubiana

Nella sintesi i nomi romani
scompaiono con la luce magmatica
dei secoli. Odore di crauti sul fiume
e, in cerca dell’odore, il nostro
dimorare padano annusa l’ombra
marina. Illude Trieste, non vede –
Saba, Cattafi – il novecento morto
nell’assimilazione presente.
Topografia e conformazione nascoste
nella memoria, carsica, inavvistabile.
C’era Roma, l’Austria, la Jugoslavia,
ora un’altra stellina
in moneta risuona d’ordine
neoslavo, altre lingue si mischiano,
altre facce. Mia figlia urla
per le strade, dal castello,
i salici piegati sul fiume, le bandiere ondeggiano.

lubiana
Lubiana: Salici piegati sul fiume

Cane nero, Padova

Camminavamo per quei portici
brulicanti, strato su strato la storia
e la notte che si appressa.
Dentro i passi e le ruote del passeggino
ticchettano i selciati, le pietre,
Scrovegni e Gattamelata
frugano, ombre, la mia memoria,
desiderio e freschezza nel passato,
in un sogno-immagine e rami
e rami, sempre rami in città.
D’un tratto, in fondo,
un cane nero, tarkovskiano,
spunta di sbieco, al guinzaglio.
Il navigatore prosegue la sua rotta.

padova
Padova: Sempre rami in città

Venezia, Cina, Ucraina

Reticoli di autostrade e voli,
pensavo al doge, alle rotte,
a precedenti più faticosi incroci.
Entrammo in un parco a tema
dove la laguna veneta e l’Adriatico
inacidiscono in cibi approntati
da mani ucraine per dirigenze
cinesi che acquistano in contanti
un monopolio in espansione.
Come le calli prima
della Piazza gerarchica,
ispirata da troppe Bisanzio.

san marco
Venezia: San Marco
venezia bambini
Venezia: Bambini e pallone

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma prima del ritorno – in ogni viaggio s’intuiscono prospettive ma non si fissano quadri, ecco perché lo spazio è in tensione: da un lato l’apertura al diverso, dall’altro l’ancoraggio al passato, la radice non può essere braccata ma circondata e protetta, l’albero è solo i rami, i rami, reticolati il cui sfondo dall’azzurro dorato di quest’inizio primavera si trasforma nel bianco venato di grigio, nubi fratte, nubifragio di linee, di visuali in fuga, dirette a un orientamento senza scopo, senza nostalgia – si verifica un ultimo spostamento.
L’entrata alla Cappella degli Scrovegni va prenotata su internet almeno 72 ore prima della visita. Naturalmente non ne sapevo nulla così fummo costretti a rinunciare alla vista “dal vivo” di quel monumento d’arte incommensurabile. Comprai un opuscolo illustrato con particolari della Cappella. Mi dibattevo, però, nella delusione, per aver mancato un impegno urgentissimo, l’occasione di manifestare il mio rispetto per l’arte del maestro fiorentino. Giotto si dibatteva per trovare uno spazio, inventò prospettive “istintuali” perché il desiderio d’orientamento, l’inserimento di figure “vive” nei loro gesti quotidiani all’interno di uno schema iconico in cerca di simmetria e monumentalità, spezza la forma: lo spazio si rigenera realizzandosi nell’imperfezione della banalità dei gesti. Il passaggio dal luogo vivo al “textum”, al volume che intreccia e raffigura, si “eterna”, si fa stasi nel cammino, dimora che accede, involontariamente, al ritorno.

(Aprile 2015)