Una nota su “Il cane di Tokyo” di Marco Bini, Giulio Perrone Editore, 2015

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Marco Bini

Il cane di Tokyo (nota di Gianluca D’Andrea)

cane_tokyoForse il limite di questo recente lavoro di Marco Bini (Vignola – MO, 1984) è proprio in quella «rinuncia […] a ricomporre in unità narrativa e “posticcia” (tale ricomposizione sarebbe possibile solo per via memoriale o sentimentale) i motivi dominanti delle quattro parti in cui […] libro è suddiviso» che Alberto Bertoni segnala nella sua Introduzione a Il cane di Tokyo.
Sì, perché molti dei testi del libro, presi singolarmente, sono veramente notevoli (soprattutto alcuni delle ultime due sezioni, ad esempio l’incipit del poemetto che dà il titolo alla raccolta, oppure YPRES: CENTENARIO e Dal nocciolo elettrico del temporale c’è chi, della sezione Resilienze, davvero la più riuscita dell’intera operazione, come annunciato sempre da Bertoni nella succitata Introduzione), perché ci presentano un senso di precarietà spaesante e angosciosa, che prova a farsi strada tra i meandri di una storia individuale per lanciarsi in incursioni nel collettivo.
Certo, pur avendo chiaro che siamo «Precipitati da qualche parte nel tempo» (YPRES: CENTENARIO, cit., p. 47) e “accomunati” solo da «un’origine convenzionale» (ibid., p. 47), la Storia sembra adagiarsi troppo passivamente sulla sua scomparsa, su una memoria ridotta a «magnifica desolazione» (BUZZ ALDRIN, p. 49), su uno sforzo inane che, almeno nell’ottica di Bini, pone i suoi riflettori troppo esclusivamente sui “primi”. Anche per questo la vicenda “eroica” dei “secondi” (ad es. Aldrin fu il secondo uomo a calpestare il suolo lunare ed ebbe problemi d’alcolismo, così come in A DIGIONE NEL ’79, p. 56, Gilles Villeneuve è “solo” secondo dopo un eroico duello con Arnoux) assume i toni del “risarcimento” storiografico. Il Soggetto, in questi termini, si pone ai margini insieme a queste figure subalterne (i classici anti-eroi, seguendo schemi tradizionali secondo-novecenteschi) e, solo così, può accogliere la propria identità al ribasso, della quale è necessario ricostruire l’immagine necessariamente partendo dai bassifondi della storia.
Mi sembra allora inesatto affermare, come fa Bertoni, che «l’efficacia inventiva e combinatoria di Bini risiede […] nella rinuncia a qualsivoglia morale o bilancio storico-esistenziale», perché, per quanto in ribasso sia l’identità, l’autore ha compiuto la sua scelta etica e proprio cercando «un’attualizzazione nitidissima e coinvolgente di ciò che per sempre sopravvive» (Bertoni, Introduzione, p. 9).
Perché proprio ciò che “sempre sopravvive” ha bisogno di ricomporsi in un’unità complessa, in un racconto che, per quanto possa apparire frammentario, non può più accontentarsi di questa evidenza. Magari dai rivoli della “desolazione”, dalla desertificazione della Storia, è già in cammino un nuovo racconto che le «Ore trascorse a mordersi la coda» (Ore trascorse a mordersi la coda, p. 13) reclamano «nel brancolare vicino casa» (DAI VENTI AI TRENTA TRA GLI ZERO E I DIECI, p. 64) e, riavvolgendo gli eventi, sia realmente possibile fissare «a terra/ le unghie» (Ore trascorse a mordersi la coda, cit., p. 13) per farne «radici» (ibid., p. 13).


Testi da Il cane di Tokyo

 

Ore trascorse a mordersi la coda
contano, eccome: sono ore vita
comunque si declini la nozione
riguardo l’utile e il tempo perso
il da farsi, il già fatto e il faceto
movimento del tempo quando annoda
i fili incustoditi in un gomitolo
serrato che non si apre con le dita.

Il piede piega alla posa del cane.

Il richiamo è uno schiocco trancia-vento
altro che un angolo ampio in eccesso
non dispiega davanti alla paura
della bocca che mastica e va a vuoto.

Così le zampe si fissano a terra
le unghie – dure – si fanno radici.

*

Nient’altro che un rimpallo di materia
infinitesima e non sparizione
degli strati più zingari del mondo
si ottiene a insistere fino alla crosta
atomica dei piani; è il pianeta
che espulso per igiene fa ritorno
e generandosi ancora si addensa.
Dal panno al vento: armata di puntini,
un uragano in una bolla elettrica.

Spogliazione. A un profilo più prudente
il rasoio riduce delle guglie,
al formicaio ripiega le case.
Rattrappiscono i corpi e la memoria
si assembla per sfaldarsi. A galla, polvere,
dei flutti fino al fondale s’infiltra,
sott’acqua ricongiunge terre emerse.

Millenni di travaso e l’equilibrio
di un’unica palude dilagante:
in un sottomarino articolarsi
nostalgico dell’alba non c’è scoria
rimasta intatta al nostro dilavarci,
solo avanzi sommersi senza storia.

*

Il cane di Tokyo

I

L’attesa è il tempo che stringe le tempie
morsa di gomma e vento tra le orecchie,
osso spolpato più volte al midollo.
C’è uno spartito di questo tuo stare?
Sì, ma si spezza in contrappunti e fughe
svelte per paura dell’identico
proporsi dei minuti privi di ali.

Che ci fai, occhi attenti e zampe salde,
piccola parte del creato tu
nel pieno cuore di un filo sospeso
tra due finestre alternate di gioia
pulita biancheria stesa, lucente?

*

YPRES: CENTENARIO

due i petti tra gola e basso ventre
uno traspira mobile bersaglio
l’altro di fango è una replica esatta
dei campi abrasi attorno che a secchiate
il sangue inglese tedesco francese
sterili ha reso ai germogli piovendo
a terra dopo l’arco di granata
disegnato su fondo grigio-belga…

Precipitati da qualche parte nel tempo,
foglio bianco senza bordi, una matita
sta al guinzaglio di un’origine convenzionale.

Caduta e botto non si sovrapposero.
Strati di terra lo fecero invece
cicatrizzando ripiene di schegge
le ferite; affidabile il metallo
per annientare assemblato o durare.

Storia, un filamento unico e malvagio,
amica malfidata che nello zaino sorprese
infila e conseguenze. Srotolarsi continuo,
ma se due nodi uguali si ripetono nel filo?

A testa bassa nessuno li nota.
Dicono che a non chiedere e non dire
a malapena parlando la lingua
col crescere dei muri si riemerga
per ricompensa alla luce fiamminga.
Sparire silenziosi dentro il caos.
Mulinando il badile sulle zolle
brillare di sudore. Due gli ignari
quattro le braccia – BUM – da rimpiazzare.

*

Dal nocciolo elettrico del temporale c’è chi
ci ha scattato un’istantanea; si è tirato
il nero delle nubi sulla testa e ha fatto clic.
Di sorpresa ci ha colti nel bagliore
riassumendoci nei contorni e nel nero
di concavità e nodi sottraendoci spessore:
adesivi apposti su natura viva.
Sulla ghiaia erbacce portate dal vento sbalordisce
quanto siamo casuali e smontati a compromessi
confinati dalle spalle e sotto il peso dei capelli.

Vale allora un lampo a fare luce anche dentro
noi e l’aria compresi nello squarcio
ad attrarci gli occhi gli uni dentro gli altri
a rivelare quanto inerme è la pelle, e la pietra.

È una sera di quelle che l’indomani non sapremo
raccontare, l’attimo prima della bomba:
uno spavento al confronto è fosforo allo stato puro.

*

DAI VENTI AI TRENTA TRA GLI ZERO E I DIECI

Esorbitanti ne capitavano, incontenuti dai recinti
e altri che in un buco alla difesa il perimetro
eccedeva: gli anni si inanellano e non tornano
nel conto in diretta piuttosto collimando
al ricordo cui disporsi. Sereno, trattabile,
nei venti tra gli Zero e i Dieci ad urti
proceduti e scatti come evolvendosi una specie,
accerchiato dall’eccentrico mio espandermi.

Di frequente nella fronte si rovesciava il sangue
dal rischio manifesto spinto forte
che allo scrutarmi crollasse il sipario delle ciglia.
Ore per calmare il cuore e nello sbattere
il tappeto volante posteggiato sotto casa.

Sarà la vampa che si ossigena ammattita
a temprare o il bluastro sottotono delle braci
undicimila giorni dopo con la forza avermi offerto
l’aria il destino cui mi accingo o che già incarno?

Non sopito un indizio almeno nella cenere
lucciola preziosa la notte riorienti
un soffio attizzi e non sparpagli come stelle
ciò che ancora in qualche mia parte brucia:
mi faccia luce nel brancolare vicino casa.

Spazio Inediti (4): Marco Bini – di Gianluca D’Andrea

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Marco Bini

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (4): Marco Bini

Ignari
esprimete con quello antiche cose
meravigliose

U. Saba

A Digione nel ‘79

Voglia da vendere e condizioni perfette del fondo.

Si riduceva tutto a una sillaba: Gilles, come un fiore
che in un attimo cresce sopra i denti ed era un lampo
di presenza quando a sportellate fece storia

contro Arnoux, su Renault.
Dal casco un ciuffo biondo

quanto basta per star bene nelle foto con il fiocco
a sbalzo sulla cornice. Un sorpasso a freni in fumo
è un controsenso appassionante anche a trenta

e passa anni; “come avessero fermato il mondo”

si dice a chi non c’era, “altra pasta e sangue
ribollente che non scalda nuove vene”,
nel tempo in cui da tempo il turbo è fuorilegge

e rimangono la polvere a bordo pista, il giro in tondo

che smarrisce conto e orientamento e solo un’ombra
della tigna che ci vuole a puntare il retrotreno
divorare gomma e cordoli con rabbia

andare d’infilata, tagliare il traguardo per secondo.


Il sintomo di una nostalgia impresso dalle parole, nello sport, in un immaginario che tenta di rifarsi collettivo. Tutto il senso della memoria (e, dunque, della storia) si ri-espande attraverso un’emozione che ci raggiunge da anni grazie agli strumenti della registrazione perpetua. Quale strada percorre la poesia? La resistenza nella testimonianza che ci aggancia a una tradizione, la quale rischia di perdersi nell’oblio rovesciato dell’estrema possibilità di accesso all’informazione. Il poeta da puro testimone si trasforma in cercatore, lavora al reale attraverso i suoi immani archivi e, in questo lavoro di setaccio, estrapola la pepita etica, quello slancio umano e folle che si mette alla prova per il solo fatto di essere.
Andando alle scelte testuali, il ritmo, scandito da versi lunghi e piani, tradisce il desiderio del racconto, l’andamento imperfetto di martelliani mascherati. Sboccia l’epica, per frammenti, nello stesso modo per cui il nome Gilles, «come un fiore/ che in un attimo cresce sopra i denti», si riaffaccia nel ricordo dell’evento agonistico, quasi accavallandosi alla memoria di una poesia da intendere come impresa e che, nel suo farsi (ma anche nella sua scomparsa, «che smarrisce conto e orientamento e solo un’ombra…») possiede ancora «Voglia da vendere», ma deve attendere le «condizioni perfette del fondo» per giungere a compimento. Nel dettato, apparentemente semplice, s’insinuano dubbi, l’ambiguità si manifesta in una voce che dallo sfondo, col suo intervento diretto, giudica straordinario l’evento cui ha assistito («“come avessero fermato il mondo”», «“altra pasta e sangue/ ribollente che non scalda nuove vene”»), un’alterità trasparente, generica, che sembra rimproverare la disillusione di chi scrive adesso. Si attiva un messaggio che, nella sua stessa ambiguità, può appoggiarsi alla tradizione, in questo caso orale, di chi era presente. Emerge il tema della trasmissione che può avvenire su più canali, si stabilizza la posizione del soggetto scrivente che deve attendere il più possibile agli stessi canali nel tentativo di riscoperta o semplice tutela di valori etici da rimettere in comune.
Il movimento di riscoperta, però, non è solo abbinabile a una conservazione del reperto (a Modena nel maggio 2013 è stato conservato proprio il modello della Ferrari 312 T4 utilizzato da Villeneuve) che rischierebbe di “musealizzare” e immobilizzare l’esistente, ma deve tendere a riattivare nelle coscienze la dignità di un gesto veramente esemplare nella sua unicità, distanziandosi dalle fagocitanti capacità della riproduzione.

(Febbraio 2014)


Marco Bini è nato nel 1984, e abita a Vignola (MO). Si è laureato in lettere moderne all’Università di Bologna. Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, collabora con l’organizzazione di Poesia Festival in provincia di Modena e collabora con il quotidiano «La Gazzetta di Modena».
Suoi testi sono apparsi sulle antologie Pro/testo (Fara edizioni, 2009) e La generazione entrante (Ladolfi editore, 2011), e sulla rivista «Ali». Ha vinto diversi premi per la poesia, tra cui il Premio De Palchi-Raiziss 2010, la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010, il Premio Gianfranco Rossi 2011, il Premio Giuseppe Giusti 2011 e la sezione speciale del Premio Beppe Manfredi 2012, ed è stato finalista al Premio Penne 2011, al Premio Mauro Maconi 2012 e al Premio Camaiore 2012. Nel 2011 è uscito il suo primo libro di poesia, dal titolo Conoscenza del vento (Giuliano Ladolfi editore).