LETTURE di Gianluca D’Andrea (40): IL LINGUAGGIO È DELLE IMMAGINI

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John Flaxman
Trinitarian Circles

di Gianluca D’Andrea

«Le immagini di cui è fatta la nostra memoria tendono, cioè, nel corso della loro trasmissione storica (collettiva e individuale), incessantemente a irrigidirsi in spettri e si tratta appunto di restituirle alla vita. Le immagini sono vive, ma, essendo fatte di tempo e di memoria, la loro vita è sempre già Nachleben, sopravvivenza, è sempre già minacciata e in atto di assumere una forma spettrale».

(Giorgio Agamben, Ninfe, 2007, p. 22)

Nella sua Introduzione alle Rime di Dante del 1938 (ora in G. Contini, Un’idea di Dante – Saggi danteschi, Einaudi, Torino, 2001, p. 10) Gianfranco Contini parla del soggetto della scomparsa, cioè di un Dante che, nel suo slancio “stilnovista”, tende a un «individuo […] oggettivo e assoluto». In sostanza il soggetto in dissolvimento si riplasma in una nuova nascita che, proprio nella scomparsa del vecchio uomo, trova una potenzialità di riaffermazione.
Eliot, è lo stesso Contini a ricordarlo, pensava che Dante credesse ingenuamente all’importanza delle esperienze da lui stesso vissute, il che non faceva del poeta fiorentino un individuo “importante” ma contribuiva a rinforzare la convinzione di “oggettivazione” dello stesso individuo.
L’incarnazione in un oggetto – o “soggetto” dell’esperienza – porta il poeta alla materializzazione della propria immagine in un quadro, o meglio alla creazione plastica in cui le ombre della propria memoria si fanno materia di scrittura, opera. L’opera delle ombre, o la fantasmizzazione plastica con protagonista un soggetto sublimato in oggetto rappresentativo, è il concetto base che permette la costruzione della Commedia. Ma non è tanto necessario soffermarsi su eventuali spunti compositivi, quanto focalizzare la spinta inquieta – o l’oscillazione tensiva, secondo Benjamin – che conduce il poeta a una sorta di anti-stile. Il movimento nervoso e apparentemente ascensionale della lingua nel poema può essere riletto in una tensione ciclica infinita (l’Inferno come continuo riavvio del Paradiso), per cui il cammino è avvertibile nelle tappe – sì scandite nei canti, anche se spesso gli episodi travalicano il loro limite, “invadendo” lo spazio – che simulano proprio lo stesso cammino, confermando, invece, una stasi momentanea. Nello sforzo di equilibrio tra movimento e stasi si affacciano le ombre, cioè le reminiscenze del soggetto storico che prova a riattivarle e denunciarle nel presente dell’opera.
Dalla Vita Nuova in poi la memoria è in funzione dello sforzo di bloccare il tempo. Dalla visione d’insieme del “libro della memoria”, dalla ricopiatura mnesica alla pietrificazione del ricordo in un avvenimento che diventa presente in eterno. Le tappe nelle ombre della Commedia sono finalmente quelle che Agamben, parlando dell’atlante di Aby Warburg, indica come «le immagini del passato, che hanno perduto il loro significato e sopravvivono come incubi o spettri, sono tenute in sospeso nella penombra in cui il soggetto storico, fra il sonno e la veglia, si confronta con esse per restituire loro vita – ma anche, per destarsi eventualmente da esse» (G. Agamben, Ninfe, cit., p. 36). In questa dimensione ipnagogica, la penombra del pensiero rinnova, liberandosene, il passato, praticando quella stasi che abbraccia il tempo senza necessità di frazionarlo in una linearità cronologica: nessuna freccia temporale, allora, bensì l’insediamento-insidia della “sentenzia” (vedi Vita Nuova, Proemio), cioè del succo della storia che il poeta riesce a estrapolare dal libro della memoria.
La comprensione statica dei ricordi, letterari ed esperienziali, si trasforma in tensione agonistica, per cui l’equilibrio tra parola e immagine è sostenuto quasi miracolosamente grazie al ritorno sul sé, a una “passione” di sé che è anche volontà di allontanamento, o di annullamento di un sé precedente.
Il primo spettro cui l’autore vuole restituire la vita è proprio il soggetto storico, tentando di realizzare nell’infingimento linguistico-immaginale la sua resurrezione a “vita nuova”. Perché questa “vita nuova” sussista, occorre che lo stile non si fissi – rischio per il soggetto poetante e per l’essere umano in genere –, ma si trasformi continuamente e si disponga alle ombre, alle immagini del ricordo. Per questo il multi-stile di Dante è anche un anti-stile che si esprime nella stasi momentanea della memoria e non inibisce la storia, “il cammino”, in una stasi ulteriore che in assoluto concretizzi un’identità, cioè il vero spettro che minaccia l’essere in divenire e/o il divenire nell’essere, ma ne disciolga i connotati in un’alterità che renda possibile un nuovo inizio.

Guido Cavalcanti – “Rime”: Per il week-end – La lingua italiana III

cavalcanti

Giorgio Vasari, Ritratto di sei poeti toscani (part.), metà sec. XVI

Il Cavalcanti, che da buon medievale crede alla separazione fra la natura reale dei fenomeni (res) e la loro natura segnica (signa), sa che in poesia i segni, e in particolare quella squisita categoria di segni che sono i simboli e quell’altrettanto squisito processo segnico che è la fictio personae, hanno il potere di comunicare una forma nuova di conoscenza dell’universo spirituale nelle sue due facce di mondo psicologico interiore, la cui esperienza più folgorante è l’amore, e di mondo della invenzione artistica. Insomma, per visibilia (simboli e allegorie) ad invisibilia non vale solo in ambito filosofico-mistico, ma poetico; in tutti e due i territori i visibilia non sono i referenti, ma i loro segni, spersonalizzati perciò; donde il significato profondo che assume l’annotazione di Contini: «E se si estende man mano il campo d’osservazione, si constata che l’intera esperienza dello stilnovista è spersonalizzata, si trasferisce in un ordine universale: persa qualsiasi memoria delle occasioni, cristallizza immediatamente».

Maria Corti (1978)

Guido Cavalcanti – Testi

VI – sonetto

Deh, spiriti miei, quando mi vedete
con tanta pena, come non mandate
fuor della mente parole adornate
di pianto, dolorose e sbigottite?

Deh, voi vedete che ‘l core ha ferite
di sguardo e di piacer e d’umiltate:
deh, i’ vi priego che voi ‘l consoliate
che son da lui le sue vertù partite.

I’ veggo a luï spirito apparire
alto e gentile e di tanto valore,
che fa le sue vertù tutte fuggire.

Deh, i’ vi priego che deggiate dire
a l’alma trista, che parl’ in dolore,
com’ ella fu e fie sempre d’Amore.

*

IX – canzone

Io non pensava che lo cor giammai
avesse di sospir’ tormento tanto,
che dell’anima mia nascesse pianto
mostrando per lo viso agli occhi morte.
Non sentìo pace né riposo alquanto
poscia ch’Amore e madonna trovai,
lo qual mi disse: – Tu non camperai,
ché troppo è lo valor di costei forte – .
La mia virtù si partìo sconsolata
poi che lassò lo core
a la battaglia ove madonna è stata:
la qual degli occhi suoi venne a ferire
in tal guisa, ch’Amore
ruppe tutti miei spiriti a fuggire.

Di questa donna non si può contare:
ché di tante bellezze adorna vène,
che mente di qua giù no la sostene
sì che la veggia lo ‘ntelletto nostro.
Tant’ è gentil che, quand’ eo penso bene,
l’anima sento per lo cor tremare,
sì come quella che non pò durare
davanti al gran valor ch’è i . llei dimostro.
Per gli occhi fere la sua claritate,
sì che quale mi vede
dice: – Non guardi tu questa pietate
ch’è posta invece di persona morta
per dimandar merzede? –
E non si n’è madonna ancor accorta!

Quando ‘l pensier mi vèn ch’i’ voglia dire
a gentil core de la sua vertute,
i’ trovo me di sì poca salute,
ch’i’ non ardisco di star nel pensero.
Amor, c’ha le bellezze sue vedute,
mi sbigottisce sì, che sofferire
non può lo cor sentendola venire,
ché sospirando dice: – Io ti dispero,
però che trasse del su’ dolce riso
una saetta aguta,
c’ha passato ‘l tuo core e ‘l mio diviso,
Tu sai, quando venisti, ch’io ti dissi,
poi che l’avéi veduta,
per forza convenia che tu morissi – .

Canzon, tu sai che de’ libri d’Amore
io t’asemplai quando madonna vidi:
ora ti piaccia ch’io di te me fidi
e vadi ‘n guis’ a lei, ch’ella t’ascolti;
E prego umilemente a lei tu guidi
li spiriti fuggiti del mio core,
che per soverchio de lo su’ valore
eran distrutti, se non fosser vòlti,
e vanno soli, senza compagnia,
e son pien’ di paura.
Però li mena per fidata via
e poi le di’, quando le se’ presente:
– Questi sono in figura
d’un che si more sbigottitamente – .

*

XVI – sonetto

A me stesso di me pietate vène
per la dolente angoscia ch’i’ mi veggio:
di molta debolezza quand’io seggio,
l’anima sento ricoprir di pene,

Tutto mi struggo, perch’io sento bene
che d’ogni angoscia la mia vita è peggio;
la nova donna cu’ merzede cheggio
questa battaglia di dolor’ mantene:

però che, quand’ i’ guardo verso lei,
rizzami gli occhi dello su’ disdgno
sì feramente, che distrugge ‘l core.

Allor si parte ogni vertù da’ miei
e ‘l cor si ferma per veduto segno
dove si lancia crudeltà d’amore.

*

XVII – sonetto

S’io prego questa donna che Pietate
non sia nemica del su’ cor gentile,
tu di’ ch’i’ sono sconoscente e vile
e disperato e pien di vanitate.

Onde ti vien sì nova crudeltate?
Già risomigli, a chi ti vede, umìle,
saggia e adorna e accorta e sottile
e fatta a modo di soavitate!

L’anima mia dolente e paurosa
piange ne li sospir’ che nel cor trova,
sì che bagnati di pianti escon fòre.

Allora par che ne la mente piova
una figura di donna pensosa
che vegna per veder morir lo core.

*

XVIII – sonetto

Noi siàn le triste penne isbigotite,
le cesoiuzze e ‘l coltellin dolente,
ch’avemo scritte dolorosamente
quelle parole che vo’ avete udite.

Or vi diciàn perché noi siàn partite
e siàn venute a voi qui di presente:
la man che ci movea dice che sente
cose dubbiose nel core apparite;

le quali hanno destrutto sì costui
ed hannol posto sì presso a la morte,
ch’altro non v’è rimaso che sospiri.

Or vi preghiàn quanto possiàn più forte
che non sdegn[i]ate di tenerci noi,
tanto ch’un poco di pietà vi miri.

*

XIX – ballata mezzana

I’ prego voi che di dolor parlate
che, per vertute di nova pietate,
non disdegn[i]ate – la mia pena udire.

Davante agli occhi miei vegg’io lo core
e l’anima dolente che s’ancide,
che mor d’un colpo che li diede Amore
ed in quel punto che madonna vide.
Lo su’ gentile spirito che ride,
questi è colui che mi si fa sentire,
lo qual mi dice: – E’ ti convien morire – .

Se voi sentiste come ‘l cor si dole,
dentro dal vostro cor voi tremereste:
ch’elli mi dice sì dolci parole,
che sospirando pietà chiamereste.
E solamente voi lo ‘ntendereste:
ch’altro cor non poria pensar nè dire
quant’è ‘l dolor che mi conven soffrire.

Lagrime ascendon de la mente mia,
sì tosto come questa donna sente,
che van faccendo per li occhi una via
per la qual passa spirito dolente,
ch’entra per li [occhi] miei sì debilmente
ch’oltra non puote color discovrire
che ‘l ‘maginar vi si possa finire.

*

XXVI – ballata grande

Veggio negli occhi de la donna mia
un lume pien di spiriti d’amore,
che porta uno piacer novo nel core,
sì che vi desta d’allegrezza vita.

Cosa m’aven, quand’ i’ le son presente,
ch’i’ non la posso a lo ‘ntelletto dire:
veder mi par de la sua labbia uscire
una sì bella donna, che la mente
comprender no la può, che ‘mmantenente
ne nasce un’altra di bellezza nova,
da la qual par ch’una stella si mova
e dica: – La salute tua è apparita – .

Là dove questa bella donna appare
s’ode una voce che le vèn davanti
e par che d’umiltà il su’ nome canti
sì dolcemente, che, s’i’ ‘l vo’ contare,
sento che ‘l su’ valor mi fa tremare;
e movonsi nell’anima sospiri
che dicon: – Guarda; se tu coste’ miri,
vedra’ la sua vertù nel ciel salita – .

*

XXVII – canzone

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è si altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ‘l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no sper – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramemto
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ‘l piacimento – che ‘l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

In quella parte – dove sta memora
prende suo stato, – sì formato, – come
diaffan da lume, – d’una scuritate
la qual da Marte – vène, e fa demora;
elli è creato – ed ha sensato – nome,
d’alma costume – e di cor volontate.
Vèn da veduta forma che s’intende,
che prende – nel possibile intelletto,
come in subietto, – loco e dimoranza.
In quella parte mai non ha pesanza
perché da qualitate non descende:
resplende – in sé perpetual effetto;
non ha diletto – ma consideranza;
sì che non pote largir simiglianza.
Non è vertute, – ma da quella vène
ch’è perfezione – (ché si pone – tale),
non razionale, – ma che sente, dico;
for di salute – giudicar mantene,
ch la ‘ntenzione – per ragione – vale:
discerne male – in cui è vizio amico.
Di sua potenza segue spesso morte,
se forte – la vertù fosse impedita,
la quale aita – la contraria via:
non perché oppost’ a naturale sia;
ma quanto che da buon perfetto tort’è
per sorte, – non pò dire om ch’aggia vita,
ché stabilita – non ha segnoria.
A simil pò valer quand’om l’oblia.

L’essere è quando – lo voler è tanto
ch’oltra misura – di natura – torna,
poi non s’adorna – di riposo mai.
Move, cangiando – color, riso in pianto,
e la figura – co paura – storna;
poco soggiorna; – ancor di lui vedrai
che ‘n gente di valor lo più si trova.
La nova- qualità move sospiri,
e vol ch’om miri – ‘n non formato loco,
destandos’ ira la qual manda foco
(Imaginar nol pote om che nol prova),
né mova – già però ch’a lui si tiri,
e non si giri – per trovarvi gioco:
né cert’ha mente gran saver né poco.
De simil tragge – complessione sguardo
che fa parere – lo piacere – certo:
non pò coverto – star, quand’è sì giunto.
Non già selvagge – le bieltà son dardo,
ché tal volere – per temere – è sperto:
consiegue merto – spirito ch’è punto.
E non si pò conoscer per lo viso:
compriso – bianco in tale obietto cade;
e, chi ben aude, – forma non si vede:
dungu’ elli meno, che da lei procede.
For di colore, d’essere diviso,
assiso – ‘n mezzo scuro, luce rade,
For d’ogne fraude – dico, degno in fede,
che solo di costui nasce mercede.

Tu puoi sicuramente gir, canzone,
là ‘ve ti piace, ch’io t’ho sì adornata
ch’assai laudata – sarà tua ragione
da le persone – c’hanno intendimento:
di star con l’altre tu non hai talento.

*

XXXIII – sonetto

Io temo che la mia disaventura
non faccia sì ch’i’ dica: – I’ mi dispero – ,
però ch’i’ sento nel cor un pensero
che fa tremar la mente di paura,

e par che dica: – Amor non t’assicura
in guisa, che tu possi di leggero
a la tua donna sì contar il vero,
che Morte non ti ponga ‘n sua figura – .

De la gran doglia che l’anima sente
si parte da lo core uno sospiro
che va dicendo: – Spiriti, fuggite – .

Allor d’un uom che sia pietoso miro,
che consolasse mia vita dolente
dicendo: – Spiritei, non vi partite! – .

*

XXXIV – ballata mezzana

La forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

Disfatta m’ha già tanto de la vita,
che la gentil, piacevol donna mia
dall’anima destrutta s’è partita,
sì ch’i’ non veggio là dov’ella sia.
Non è rimaso in me tanta balìa,
ch’io de lo su’ valore
possa comprender nella mente fiore.

Vèn, che m’uccide, un[o] sottil pensero,
che par che dica ch’i’ mai no la veggia:
questo [è] torment disperato e fero,
che strugg’ e dole e ,ncende ed amareggia.
Trovar non posso a cui pietate cheggia,
mercé di quel signore
che gira la fortune del dolore.

Pieno d’angoscia, in loco di paura,
lo spirito del cor dolente giace
per la Fortuna che di me non cura,
c’ha volta Morte dove assai mi spiace,
e da speranza, ch’è stata fallace,
nel tempo ch’e’ si more
m’ha fatto perder dilettevole ore.

Parole mie disfatt’ e paurose,
là dove piace a voi di gire andate;
ma sempre sospirando e vergognose
lo nome de la mia donna chiamate.
Io pur rimango in tant’aversitate
che, qual mira de fòre,
vede la Morte sotto al meo colore.

*

XXXV – ballata mezzana

Perch’i’ no spero di tornar giammai,
ballatetta, in Toscana,
va’ tu, leggera e piana,
dritte’a la donna mia,
che per sua cortesia
ti farà molto onore.

Tu porterai novelle di sospiri
piene di dogli’ e di molta paura;
ma guarda che persona non ti miri
che sia nemica di gentil natura:
ché certo per la mia disaventura
tu saresti contesa,
tanto dal lei ripresa
che mi sarebbe angoscia;
dopo la morte, poscia,
pianto e novel dolore.

Tu senti, ballatetta, che la morte
mi stringe sì, che vita m’abbandona;
e senti come ‘l cor si sbatte forte
per quel che ciascun spirito ragiona.
Tanto è distrutta già la mia persona,
ch’i’ non posso soffrire:
se tu mi vuoi servire,
mena l’anima teco
(molto di ciò ti preco)
quando uscirà del core.
Deh, ballatetta mia, a la tu’ amistate
quest’anima che trema raccomando:
menala teco, nella sua pietate,
a quella bella donna a cu’ ti mando.
Deh, ballatetta, dille sospirando,
quando le se’ presente:
– Questa vostra servente
vien per istar con voi,
partita da colui
che fu servo d’Amore – .

Tu, voce sbigottita e deboletta
ch’esci piangendo de lo cor dolente
coll’anima e con questa ballatetta
va’ ragionando della strutta mente.
Voi troverete una donna piacente,
di sì dolce intelletto
che vi sarà diletto
starle davanti ognora.
Anim’, e tu l’adora
sempre, nel su’valore.

*

LI – sonetto

Guata, Manetto, quella scrignutuzza,
e pon’ ben mente com’è divisata
e com’è drittamente sfigurata
e quel che pare quand’ella s’agruzza!

Or, s’ella fosse vestita d’un’uzza
con cappellin’ e di vel soggolata
ed apparisse di dìe accompagnata
d’alcuna bella donna gentiluzza,

tu non avresti niquità sì forte
né sarestii angoscioso sì d’amore
né sì involto di malinconia,

che tu non fossi a rischio de la morte
di tanto rider che farebbe ‘l core:
o tu morresti, o fuggiresti via.

L’idea irraggiungibile: Due testi di Clemente Rebora da “Canti anonimi” (1922)

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Clemente Rebora

di Gianluca D’Andrea

L’idea irraggiungibile: Due testi di Clemente Rebora da Canti anonimi (1922)

«E l’individuo, nulla per sé, è tuttavia creatore nella storia».

G. Contini (Due poeti degli anni vociani: I. Clemente Rèbora, in Esercizî di lettura – Sopra autori contemporanei con un’appendice su testi non contemporanei. Nuova edizione aumentata di «un anno di letteratura», Einaudi, Torino, 1974, p. 4).

Scrive Contini, nel saggio citato in esergo, riflettendo sullo storicismo presente nell’opera reboriana: «l’attuazione dell’idea nel reale è […] interpretata nel senso dell’insufficienza della rappresentazione e della riflessione alla comprensione del reale» (G. Contini, Due poeti degli anni vociani, in op. cit., p. 4). Questa storia dell’idea, interpretata come irraggiungibilità dell’ideale in vita, si concentra sulla “lombardizzazione” delle scelte linguistiche, riguardanti lo storico senso d’inferiorità di una koinè che, nella consapevolezza della distanza dalla lingua “letteraria”, scopre la plausibilità di emancipazione dalla stessa, proprio credendo nell’umiltà scarna delle sue potenzialità.
L’accensione, l’ideale di lingua pura, s’intensifica, anzi, dal basso, da un humus popolare che tenti di ristabilire il contatto con la “naturalità” di «un’immediatezza ingenua» (G. Contini, ibid., p. 7). L’iniziazione alla natura, appiglio “reale” che, però, si rifà a un’idealizzazione della stessa, ottiene come risultato il sentimento nostalgico verso una purezza illusoriamente perduta, in sostanza è il tentativo di annullare il divenire, questione ben evidente in alcuni testi dei Canti anonimi:

Sotto il deserto

Sotto il deserto
Sterile nel tempo,
Procede fresco e lento
Un fiume immenso.

*

La terra gli fa largo,
E si pulisce;
La tenebra in letargo
Si spoltrisce.

*

Nel profondo trae umore
Da chi vive e da chi muore:
Comunica col mare
E vien dalle montagne:
Aiuta le compagne
Che sono in mostra al sole,
Acque cupe e acque chiare;
E circola, e varia
Con le nuvole dell’aria.

*

Ogni goccia in sé raccoglie
Che filtrava esaurita,
E l’abbevera di vita,
Non più sola con la morte.

*

Ma di fuori sta il deserto
Senza avere giovamento:
Moltiplica la sabbia,
Ammucchia pietre e rabbia;
Ignora il fiume immenso,
Che se sporge in refrigerio
Dentro l’oasi feconda
Una cinta lo circonda,
E fa suo il desiderio.

*

Così il fiume torna ancora
Nel mister del proprio corso –
E per sé nemmeno un sorso.

(C. Rèbora, Le poesie, a cura di G. Mussini e V. Scheiwiller, Garzanti, Milano, 1999, p. 157).

Le referenze, evidentemente antinomiche del “deserto” e del “fiume”, espresse nell’incipit del testo, mascherano il proprio antagonismo nel ritmo giocoso, al limite della filastrocca, esprimendo una scelta di poetica: la simplicitas linguistica può già intendersi come tensione alla purezza ingenua, fingendo un raggiungimento innocente che, dal piano formale, si dipana sugli impulsi timbrici. Così, le gocce raccolte nel fiume dell’esistenza significano, attraverso l’utilizzo di una metafora estremamente semplificata – retorica del luogo comune – la tensione a un’appartenenza tradita, per cui l’alterità non è accettata, se non nel senso di un’opposizione ipostatizzata. L’alterità (il fiume?) appare, certo, ma come macchiata da una colpa, per cui il divenire è allegorizzato ambiguamente, così da risultare costipato nella metafora bassa, che vede come unica risorsa il contatto con una zona del reale minima, che il soggetto desidera originariamente pura.
La stessa tensione assoluta è avvertibile anche in Gira la tròttola viva (C. Rèbora, Le poesie, op. cit., p. 159):

Gira la tròttola viva

Gira la tròttola viva
Sotto la sferza, mercé la sferza;
Lasciata a sé giace priva,
Stretta alla terra, odiando la terra;

*

Fin che giace guarda il suolo;
Ogni cosa è ferma,
E invidia il moto, insidia l’ignoto;
Ma se poggia, a un punto solo
Mentre va s’impernia,
E scorge intorno, vede d’intorno;

*

Il cerchio massimo è in alto
Se erige il capo, se regge il corpo;
Nell’aria tersa è in risalto
Se leva il corpo, se eleva il capo;

*

Gira, – e il mondo variopinto
Fonde in sua bianchezza
Tutti i contorni, tutti i colori;
Gira, – e il mondo disunito
Fascia in sua purezza
Con tutti i cuori, per tutti i giorni;

*

Vive la tròttola e gira,
La sferza Iddio, la sferza è il tempo:
Così la trottola aspira
Dentro l’amore, verso l’eterno.

Il perno simbolico dell’esistente si ravviva in un movimento impresso dall’alto, che attrae «verso l’eterno» (v. 24). Perno che, se abbandonato, lascia la vita «priva, / Stretta alla terra, odiando la terra» (vv. 3-4). Ancora a emergere è il senso di una mancanza, che andrebbe riempita col restauro di una purezza originaria, l’idea di un punto fisso. Ancora al divenire occorre un’origine – la metafora semplice della trottola, che si richiama all’immaginario infantile – che funga da canale simbolico per una definizione evidente del reale. La vibrazione allegorica, appena accennata, è identificabile nello spostamento del segno che non ammette il mutamento senza direzione, anzi diventa il desiderio stesso che si convoglia nell’immutevolezza; la circolarità ripetitiva che abbisogna di una spinta per attivarsi, ribadita dall’associazione amorosa: «Così la trottola aspira / Dentro l’amore, verso l’eterno» (vv. 23-24). Questa poesia aspira, così, alla permanenza, per rispondere all’assenza e alla caduta nel caos della materia. Poesia del rimpianto, anticipata già dal linguaggio dei Frammenti lirici, anche se lì era avvertibile un diverso slancio espressivo, per quanto chiuso dalla morale stringente di un «mistico colloquio» (LXVIII, in C. Rèbora, Le poesie, op. cit., p. 124, v. 2) che sarà conservato ad ogni costo (vedi la scelta esistenziale dell’autore) nel rifiuto definitivo del mondo, nella scelta dell’Altro assoluto, immobile: la non fattiva «trasparenza dell’eternità» (ibid., p. 124, v. 4).

(Marzo 2014)