JOKER – WILD CARD

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Una scena dal film JOKER – WILD CARD

di Francesco Torre

JOKER – WILD CARD

Regia di Simon West. Con Jason Statham (Nick Wild), Dominik Garcìa-Lorido (Holly), Milo Ventimiglia (Danny De Marco), Michael Angarano (Cyrus), Peter Dinklage (Eddie).
Usa 2015, 92’.

Distribuzione: Koch Media.

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Nick Wild è un bodyguard freelance di Las Vegas che ha visto giorni migliori. Sogna di raggranellare 500.000 dollari per una fuga di 5 anni in Corsica, ma quando riapre gli occhi vede solo umiliazioni e guai. Da uno di questi ultimi – lo scontro con un giovane boss italiano per aiutare un’amica a vendicarsi – riesce però a ricavare un discreto bottino, che investe magicamente al black jack fino ad arrivare all’agognata cifra. Inutile dire che la dissiperà subito con una giocata ingorda, salvo poi riacciuffare in extremis una seconda chance di libertà.
Romanticismo alla berlina, curve pericolosissime, inguardabili parrucche, scazzottate nel retro di un saloon. Questa è Las Vegas, baby, il regno dei sogni di cartapesta e delle occasioni perdute. Ideale per Nick Wild, sorriso da ebete e sguardo inespressivo, autoironico loser in salsa british, abile nell’arte di uccidere un uomo “con la sola imposizione delle mani” ma del tutto incapace di tagliare le catene che lo tengono ancorato allo sfondo marginale della Storia per costruirsi un destino da protagonista. Siamo idealmente nei territori di Frank Miller e di Sin City, insomma, e la colonna sonora imbastita sull’alternanza di gloriosi crooner e grintosi blues, la violenza esibita e mescolata al sesso, certi metaforici rimandi iconici (una fiammella che brucia in una mano; un ago che penetra il tessuto) sembrano peraltro rimandare a quel preciso universo estetico. La prima mezz’ora risulta così anche godibile: dialoghi brillanti, personaggi minori ben caratterizzati e una regia – di Simon West, da Con Air a I Mercenari 2 una carriera all’insegna dell’action – egregiamente in grado di disegnare le direzioni e i dissidi emotivi dell’(anti)eroe senza eccessi verbosi né continue esibizioni di forza bruta.
L’incontro di Nick con il villain di turno, però, irrigidisce irreversibilmente trama e ritmo del film: Danny De Marco non è altro che l’ennesima macchietta di boss italiota che fa il verso a Al Pacino, il rallenty delle scene d’azione appesta l’atmosfera di roboanti effetti estetizzanti e anche il protagonista sembra perdere smalto e humour cominciando a prendersi un po’ troppo sul serio.
La sottotrama legata alla vendetta della prostituta Holly sul boss violentatore che sotto le mutande ha “ciò che il mondo gli invidia”, d’altra parte, si esaurisce nel giro di poco, e la sceneggiatura di William Goldman – colonna della New Hollywood, suo lo script di Tutti gli uomini del Presidente – finisce per adagiarsi, e franare, sui più convenzionali temi della “seconda opportunità” come simbolo dell’”american way of life”. In questo senso, i flash-forward della barca a vela in Corsica potrebbero anche non essere quell’insondabile, esile, funzionale traguardo che trascina le azioni del protagonista fino alla prevedibile conclusione (ricordate la cartolina con la spiaggia dei sogni che il tassista Jamie Foxx contempla in Collateral?), ma la loro rappresentazione risulta infine talmente ambigua, irrilevante e timida da non offrire alcun concreto appiglio drammaturgico. Due interminabili, parossistiche scazzottate conducono così stancamente il burbero ma onesto Nick verso una mesta e del tutto ingloriosa uscita di scena.

La citazione: «Libertà: per questo servono i soldi».

JOHN WICK

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Una scena dal film JOHN WICK

di Francesco Torre

JOHN WICK

Regia di Chad Stahelski. Con Keanu Reeves (John Wick), Michael Nyqvist (Viggo Tarasov), Willem Dafoe (Marcus).
Usa 2014, 100’.

Distribuzione: M2 Pictures.

Simbolismo cromatico, fotografia antinaturalistica, divertito uso del lettering diegetico e sonorità immersive che spaziano dal punk all’elettronica. Con lucidità formale e gusto iconoclasta, Chad Stahelski (trascorsi da stuntman, qui alla prima regia) gioca con i generi costruendo e decostruendo le fondamenta di un thriller prima e di un action poi, approdando infine nei territori – accidentati e metacinematografici – del western urbano post-contemporaneo.
Il motore della storia è la vendetta. La vendetta di John Wick, professionista del crimine in “pre-pensionamento”, nei confronti di un giovane boss della mala russa che ha profanato il ricordo della moglie recentemente scomparsa.
Strutturalmente didascalico, narrativamente inverosimile, psicologicamente privo di sfumature, il film cerca (e trova) nella bidimensionalità del protagonista e nella fumettistica rappresentazione del contesto metropolitano in cui si svolge la vicenda riconoscibili strumenti di un’esplicita quanto ironica indagine semiotica.
Non a caso vorticoso è il valzer citazionista nel quale fluttuano Tarantino e i fratelli Wachowski, Frank Miller e John Woo, ma soprattutto Michael Mann e Nicolas Winding Refn. Stahelski, infatti, sembra ereditare da “Collateral” l’immaginario della nuova frontiera metropolitana (lì era Los Angeles, qui New York), che dall’alto dei grattacieli, con le sue luci e il suo dinamismo compulsivo e astratto, si mostra insieme labirinto di possibilità condivise e spazio finito per la conquista della libertà individuale. Del regista di “Drive”, invece, aldilà di una più che casuale adesione alla prassi della messa in scena, si condivide il sentimento del tempo, l’etica della violenza, l’indifferenza sociale, la proposizione di valori neoromantici. Non l’aura mitica di autorialità, però, verso la cui irriverente demistificazione il film lancia la sua carta forse più convincente.