Poesie dall’inizio – 02) Fortini

Se il testo precedente di Hölderlin mostrava i segni della fine (“il sole dello spirito, il mondo più bello, è tramontato”) in una lotta che si faceva universale, lotta tra elementi (“E nella notte glaciale gli uragani si scontrano”), in questo di Fortini, il mondo è già “stretto”, rimpicciolito, ma non per questo la parola, che si fa speranza (lo “spirito”?) nonostante il mutamento in atto, smette di “viaggiare”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 02) Fortini

Fortini paesaggio

Come si è stretto il mondo…

Come si è stretto il mondo. I paesi lontani
sono in fondo al giardino
dove la sera sulla neve
la sera chiusa fra rami con neve
allude ad altro secolo
e alla lunga natura che fu.
E macchie gialle e arancio
oltre i rami, delle macchine
da costruzioni, delle gru
che oggi sabato non vanno.
Oltre il nero dell’orto l’Asia
e i suoi deserti. Più in là colorata di luci
al vento si piega South Kensington.
Di luna in luna si copre la spiaggia del Baltico.
Nella casa vicina qualcuno
accende le lampade. La cabina
in silenzio viaggia.

(Franco Fortini, Paesaggio con serpente, Einaudi, 1984)

Poesie dall’inizio – 01) Hölderlin

“Stare sulla soglia dell’altro”, questa bellissima frase, pronunciata da Gianluca Garrapa nel corso di un’intervista,  si adatta perfettamente a questi tempi drammatici, di transito. Suggerisce che “raccontarci” è un mantenerci all’erta, con le antenne puntate sull’alterità, sul diverso, che poi è l’unico modo perché l’arte, e la parola della poesia con essa, possa trovare ancora spazio o, con le parole assai più congrue di Fortini, “luogo a procedere”, per cui, cioè, possa emergere la speranza di una ancora plausibile trasmissione e di una “diversa possibile codificazione del reale e del linguaggio”. Questi giorni di clausura necessaria ci permettano di comprendere l’urgenza e captare la trasformazione per rilanciarla, perché “il mio futuro non è che il presente di un altro” (ancora Fortini), per rendere finalmente il tempo “redimibile”.

Per questo motivo abbiamo bisogno della parola e, una volta di più, della parola di poesia. Sulla scia di altre iniziative di lettura, allora, utilizzerò lo spazio del mio sito per pubblicare ogni giorno un componimento e diffonderlo attraverso i social. Buona lettura.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 01) Hölderlin

Hölderlin

Diotima

Vieni, tu che un tempo riconciliasti gli elementi,
Delizia della Musa celeste, e placa per me il caos del tempo,
Risolvi la lotta che infuria con celesti suoni di pace
Finché nel petto mortale si ricongiunga ciò che è diviso,
Finché l’antica natura dell’uomo, grande, tranquilla,
Serena e possente si levi dal tempo in fermento.
Torna nei miseri cuori del popolo, bellezza vivente!
Torna alla mensa ospitale, torna nel tempio!
Perché Diotima vive come le tenere gemme in inverno,
Ricca di spirito proprio, e tuttavia cerca il sole.
Ma il sole dello spirito, il mondo più bello, è tramontato
E nella notte glaciale gli uragani si scontrano.

(Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche, Milano, 2001 – Traduz. di Luigi Reitani)

Premio letterario internazionale “Franco Fortini” – Edizione 2019 – Registrazione audio della serata

Qui il mio intervento al Premio letterario “Franco Fortini” e la registrazione audio di tutta la serata

Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio

Premio Internazionale Franco Fortini 2019 (Foto dell’autore)

Discorso al Premio Fortini – dialogo aperto con Tommaso Di Dio (01/12/2019)

L’ultima lettera di Tommaso Di Dio (Lettera a Gianluca D’Andrea di Tommaso Di Dio, Nuova Ciminiera, 26/11/2019, qui) si chiudeva sul “canto della macchina” e mi ha fatto pensare a un’affermazione di Jean-Luc Nancy del 2018, “anomala” per me che seguo da molti anni questo autore così lontano da “meccanicismi” di sorta. Dice Nancy: “La vita è una macchina di sviluppo, di mantenimento e di riproduzione delle sue capacità e caratteristiche” (Cosa resta della gratuità, 2018), il che può ricondursi a una delle preoccupazioni di Fortini (soprattutto tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso) per cui il rischio della “reificazione” del mondo si svolge in contesti (intesi dal nostro come “ambienti e insiemi di determinazioni socio-culturali”) “di classe” che ci parlano di un mutamento storico ancora in atto. Sì, perché la “questione” storica va riattivata e l’eterno presente della nostra attualità è già in trasformazione, in cammino verso una nuova tensione tra passato e futuro, con uno sbilanciamento verso il secondo termine che può e deve essere re-immaginato partendo dalle capacità di immagazzinamento e archivio della memoria. La macchina potrebbe “non cantare” senza una riattivazione e una spinta “verso” da compiere attraverso un nuovo engagement.
Il nostro presente, dicevamo, è già reificato, è già “l’oggetto che ci pensa” (parafrasando un titolo di Baudrillard degli anni ’90 in cui si parla di immagine e fotografia), eppure da questa “oggettività” raggiunta, emergono nuove forme, non ancora identificate. Così, tra “formalismi e tendenze espressivistiche”, secondo una classificazione “in negativo” di William Carlos Williams (ben presente al nostro Fortini), sembrano ancora dividersi le pratiche di scrittura poetica. Tra “testualità” e “contesto” occorre si verifichi un incontro in direzione di una metatestualità che includa il mondo, da intendere, per quel che comporta la sua reificazione, come testo ulteriore, cioè come sua stessa allusione o evocazione. In questo modo il “canto della macchina” non è solo plausibile ma diventa necessario.
Fortini, a mio avviso, ha insistito su questo punto, tanto da diventare il suo lascito più attuale: la richiesta di mantenere le due istanze, la formalista e l’espressivistica, cioè FORMA e VITA in un unico ipertesto. L’abbrivo restando la reificazione e, quindi, la potenziale estraneità o inaccettabilità del mondo, solo sentendone l’effettività la poesia potrà avvertirne la necessità di trasformazione, in due direzioni: azione o rifiuto (che può interpretarsi come speranza). In buona sostanza è produttivo ancora sentire la necessità del NO. Dice infatti Fortini, seguendo Brecht: “l’utopia, l’oltranza, l’estremismo sono ineliminabili” (L’ospite ingrato, 1966). È solo ripartendo da questo NO che, però, è consapevole di una fine – quella del mondo “progressivo” – e di un inizio post-ideologico che può riattivarsi la storia. Quella di un “passato” (la forma, ciò che è formato), allora, che si “propone/oppone a un futuro” (in formazione. Fortini lo dice ne I confini della poesia, 1981) è la sfida lasciata in sospeso dal nostro. Recupero della tradizione e slancio trasformativo che possono far ripartire il mondo:

“Allora comincerò con un altro disegno 
un’altra carta, ancora una leggenda”.

(F. Fortini, Il custode, 1989)

Forme del tempo a inaugurare il Premio Fortini 2019

Premio Fortini – 1 dicembre 2019 dalle 15:00 presso ChiAmaMilano – Via Laghetto, 2 – Milano

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LETTURE di Gianluca D’Andrea (48): INDISTINZIONE

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Ruskin & Marx (elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea)

di Gianluca D’Andrea

Di ritorno dalla morte di ritorno dalla vita
Passo da giugno a dicembre
Attraverso uno specchio indifferente
Nel cavo della vista.

(Paul Eluard, Poesia ininterrotta, 1976, p. 5. Traduzione di Franco Fortini)

Come distinguere tra le varie ripercussioni di un pensiero umano (occidentale), perennemente – nella semplificazione radicale della lettura del tempo storico – scisso?
E, infatti, non c’è da distinguere quanto piuttosto da constatare il gioco oscillatorio delle idee, al di là della fissità delle polarizzazioni. In questo modo è avvertibile la necessità metamorfica di ogni percorso e la trasformazione costante del pensiero fino all’estremizzazione negli opposti.
La figura dello specchio – così decisiva dal XIX secolo in avanti – racconta, allora, il percorso umano, non trascurando l’evidenza d’illusione – e quindi finzione – che pertiene a ciò che, nonostante il rischio arcaizzante, si può ancora definire come “verità”.
C’è del romantico in fondo nel riconoscere la “banalità del male” e allo stesso tempo sentire un forte disagio d’appartenenza in un mondo che ruota nella sua ripetitività consumistica, eppure mobile e quindi accessibile nel tentativo nostalgico di una fuoriuscita.
Ma tutti i percorsi sono liminari, occorre capire quando e in che direzione avvengono gli attraversamenti. Per mantenermi sul generico, che voglio resti tale in queste mie “letture”, allora dirò, come ho già sottolineato in altri luoghi, che l’opera di Wallace Stevens, ad esempio, oscilla costantemente tra conservazione e progressione, nonostante le etichettature critiche facciano del grande poeta statunitense un rappresentante della corrente modernista.
Non c’è niente di “moderno” in un’opera che fa delle capacità immaginifiche uno dei suoi punti di forza, pur non rinnegando la necessità di aderenza la contesto. In questa oscillazione tra constatazione e slancio utopico (l’immaginazione non è altro che l’immagine del soggetto rovesciata in un mondo ritenuto più “adatto”, che rispecchia qualità ideali non quantificabili, bensì proiettate) è in scena la mutazione, e non soltanto in epoca moderna, del concetto di uomo.
Ben oltre pragmatismi e idealismi di sorta (sempre su un piano “generalizzante”, e forse per questo più “radicale”, non vedo molte differenze tra un Marx e un Ruskin, se non che l’ingenuità asistematica del secondo possiede una forza d’attrazione maggiore per chi, essendo fuori dal secolo breve e dal pensiero debole, non può non riconoscere la magniloquenza insita in ogni sistema che si sforza nella sua coerenza. In buona sostanza, nel pensiero di Marx l’ombra del romanticismo tende a ribaltarsi, se non a nascondersi, nella superficie utopica di un superamento – laddove già in Lukács si avverte la crisi dialettica che blocca ogni fuoriuscita –, in Ruskin l’ibridazione romantica è manifesta nelle sue oscillazioni: “tutto e il contrario di tutto” è il vero reale), a contare è l’a-sistematicità del sistema, la consapevolezza di uno strato di irrealtà né più né meno profondo di ciò che si percepisce nel quotidiano.
Come in ogni immagine, non si può eludere l’evidenza della sua falsificazione – quantomeno rispetto al flusso, al movimento del reale – né il rischio di frammentazione delle scelte soggettive (mi viene da pensare in termini di “visuale” all’importanza “retorica” della “soggettiva” nelle scelte cinematografiche, così diverse, di Hitchcock e Pasolini), eppure è proprio in questa necessità immaginifica che sembra giocarsi il destino di fuoriuscita dall’impasse del ciclo del consumo: nella ri-creazione di un’illusione di fuoriuscita e non nell’attesa del concretarsi della sua possibilità.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (47): FAMILIARIZZARE COL MONDO

Holbein-ambassadors
Hans Holbein il Giovane, Gli Ambasciatori (1533)

di Gianluca D’Andrea

Ma profondamente familiare non significa “intimo”. Iniziare ad annusare «la fanghiglia delle strade» come la “macchia” lacaniana che ci attrae perché ne possiamo compartecipare.
Lo spettacolo dell’ombra non è fatto per restare – «le nostre ombre, / le loro ombre, non restano» (Guido Mazzoni, La pura superficie, Roma, 2017, p. 77) – ma può ridurre la vanitas di un soggetto appeso all’immagine.
La compartecipazione apre a una nuova prospettiva e fa cogliere altri principi. Certo, i motivi sono sempre “ritornanti” (rette, curve, punti, ecc.), ma ci permettono di accedere a parametri di un diverso orientamento spaziale (cambia il tempo perché cambia lo spazio che attornia il soggetto osservante, ecc.) che provoca un assestamento nella vertigine del mutamento.
L’attrazione per l’apparenza/apparizione del mondo (che ha già digerito la scomparsa) inaugura, da sempre, un tragitto:

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda.

(Franco Fortini, Composita solvantur, Torino, 1994, p. 45)

Occorre lo spostamento del soggetto per focalizzare l’immersione in un nuovo spazio, un allenamento sempre più deciso alla decentralizzazione che non si riduce però alla scomparsa (quella è già digerita, dicevamo, nel nulla dell’assenza di traccia) ma si riconforma a sempre nuove anamorfosi, a una riformulazione della presenza e del distanziamento.

Istantpoetry #13

«Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto»

Franco Fortini

polveri sottili
Polveri sottili

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“A ccanciu ri Maria” di Nino De Vita, Mesogea, Messina 2015

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Nino De Vita (Foto di Dino Ignani)

L’IDIOMA UNIVERSALE
(su A ccanciu ri Maria di Nino De Vita)

a-ccanciu-ri-mariaAvevo concluso la mia ultima riflessione sulla poesia di Nino De Vita (Riflessioni sulla lingua, 2 inediti di Nino De Vita, in Gianluca D’Andrea, 29 giugno 2014 [qui]) con la nozione di “confine”. Cercando di focalizzare la scelta di un’“idioma” all’interno di un quadro più vasto, di uno spazio linguistico “mondializzato”, provavo ad analizzare lo spostamento comunicativo conseguente alla mutazione relazionale, soggetto/mondo, in atto.
Ecco, il soggetto in De Vita è completamente assorbito in quella trama testuale che negli anni il poeta di Marsala è riuscito a costruire (non è un caso che, ad accompagnare la presente raccolta, sia uscita anche una scelta antologica del lavoro precedente dell’autore: Nino De Vita – Antologia 1984-2014, Mesogea, Messina, 2015, a cura di Silvio Perrella), utilizzando uno strumento così personale da rappresentare il sintomo di una scomparsa. Provo a spiegarmi: a dissolversi è l’io lirico nella contorsione di una lingua ctonia, profonda, di un “idioma”, appunto, in pratica sconosciuto e, per questo, adatto a ogni trasfigurazione affabulatoria.
Nel corso del tempo, questa scelta radicale si è stratificata costruendo un conglomerato mitico di figure, le quali, finalmente accostate, ci offrono l’estremo tentativo di sopravvivenza di una storia, “della storia”, cioè dell’ultima grande metafora in cui è riassunto il tragitto della trasmissione dei messaggi tra le generazioni.
Nel piccolo saggio, richiamato all’inizio della riflessione, si parlava di ibridazione linguistica come fenomeno risultante dalla mutazione del rapporto io/mondo, la tensione all’incrocio di due realtà non più separate ma conglobate in una nuova definizione, in un “monstrum” linguistico. Nel caso di De Vita, invece, viene da pensare a fenomeni di concrezione. Lingua e mondo si coagulano, fanno uso di un procedimento che non richiede una forzatura “genetica” dello strumento lingua (anche così provo a spiegarmi la scelta del dialetto delle origini), ma il pudore di chi accoglie una tradizione e non rinuncia alla sua spinta. Il dialetto di De Vita possiede questa dimensione pudica insieme a una carica di resistenza che continua a dire il passato, conservandolo nel proprio DNA. È il racconto della memoria la vera necessità che spinge al mutamento, nonché il limite con cui lo stesso si scontra.
Ho parlato del pudore, ora posso tornare al concetto di confine: «Adam qui est forma futuri», leggiamo nell’Epistola ai Romani (5, 14), come si provava a dire, solo il tentativo di recuperare il passato apre la possibilità di “vedere” un futuro. E questo proprio perché ognuno di noi è quel confine che separa e unisce le due soglie. Per quanto – o volutamente – dialettica, la dimensione del “locus” originario è, in De Vita, proiezione del sempre (se questa non è epica, allora dovremmo forse rimodulare le definizione per indicare i poemi omerici), certa è, infatti, nella “riduzione” al proprio vissuto, la strategia dell’accoglienza di ciò che è noto, di una “realtà” con uno schema di valori identificabili dal punto di vista relazionale. Perché gli “attori” di De Vita sono le persone del “proprio” paese (o di zone strettamente ravvicinate), cioè figure che si muovono in uno spazio raccolto, un proscenio delimitato, un teatro. Affinché la rappresentazione abbia inizio – e in A ccanciu ri Maria questo avviene – occorre un fraintendimento, uno spostamento d’oggetto. Lo scambio tra le sorelle Maria e Margherita in una notte ventosa, è il racconto ricco di pathos di un gesto comune che non centra il suo obiettivo; il rapimento (in Sicilia, in altri tempi, neanche troppo distanti, le donne si “rapivano” per amore) di Pietro – che è costretto a prendere Margherita al posto, “a ccanciu”, di Maria per una questione d’onore – non fa che sfaldare il circolo della predestinazione del senso. La pietas che traluce dall’operazione, scaturisce dalla mancata convergenza tra arbitrio e obiettivo. Nonostante il piano, il progetto da portare a termine, ogni soggetto può fallire perché esistono concause che indirizzano gli esiti delle vicende a prescindere dalla volontà di chi le compie. L’altro da noi ci determina, per questo la poesia di De Vita preferisce le concause, la storia, il racconto che si coagula in un percorso d’inclusione/esclusione del soggetto, tra il comico e il tragico. Il dramma dell’individuo nella storia è anche, e soprattutto, l’ostacolo per il segno che aspira a uno scopo che non sia solo comunicazione ma un po’ di più (o forse un po’ di meno): la liberazione del senso nel futuro. Utopia cui il soggetto non può che arrendersi, ricadendo nel dovere di riconsiderare l’impossibilità della propria emancipazione dal contesto. Ecco perché il passato acquisisce centralità in termini di rivalutazione del vissuto e del tragitto effettivamente attraversato.
Qualcuno ha detto che senza un progetto la poesia non esiste ed è ancor più vero se si considera la poesia di De Vita, poiché la dimensione linguistica, la scelta del “proprio” idioma, ha nel nostro una funzione politica, un programma. Il dialogo tra passato e presente in proiezione futura è il progresso di una mutazione che vuole conservarsi, senza mai trasformarsi in “conservatorismo”. Soltanto la capacità di considerare le ombre del passato per conformare il futuro elimina gli spettri del presente o, quantomeno, come in ogni finzione che divenga vera arte, può ancora illuderci che un percorso “da fare” ci sia, per questo occorre saper costruire, progettare appunto, lanciando il segnale che si scosta dal circolo vizioso di un presente eticamente svuotato, “fantasmizzato”.
Scriveva nel 1978 Franco Fortini: «Così la nostra generazione ha potuto vedere il trionfo della trasformazione della società in spettacolo […]. La sua trasformazione in “testo” ossia in apparenza e fantasma. La lotta contro gli esseri abusivi che abbiamo generato e che ormai ci abitano, contro gli spettri del pieno giorno, nati anche da quella che si chiama “l’autonomia dei significanti”, è una lotta collettiva ossia politica» (F. Fortini, I confini della poesia, Castelvecchi, Roma, 2015, p. 37). L’educazione “civile” di De Vita si è mossa su questa scia fino a diventare nella maturità dell’autore (come A ccanciu ri Maria sta qui a dimostrare e tappa non conclusiva di un lungo e sempre coerente percorso) una regola ferrea, un possibile ammaestramento. Anche per questo mi avvalgo, ancora una volta in conclusione, delle parole di Fortini che molto meglio delle mie riescono a riassumere il viaggio dell’opera di De Vita: «L’unico modo di resistere alla morte è quello di costituirsi entro un sistema, secondo un progetto e quindi con un’autoeducazione di cui le opere d’arte sono un esempio» (F. Fortini, Intervista per dopodomani, in Uomini usciti di pianto in ragione. Saggi su Franco Fortini, a cura di M. De Filippis, manifestolibri, 1996, p. 160, ora in I confini della poesia, op. cit., p. 7).

ESTRATTI

I

Me’ patri rissi fèrmati,
lassa stari all’aceddi,
veni cca, venisenti
sta storia.
Cuntava, e ggheu cu Petru
chi sintìamu.
Quanneni chi finiu «È tuttu veru»
rissi Petru. «Accussì
successi».
Me’ patri mi taliava.
Eu m’arrassai. Mi nn’jivi
pi sutta ri dd’alivu
chi cc’era.
Ô ciciuliu pinzai,
tramazzatu, all’accupu,
‘u rriminìu ri dda
notti…

… Mio padre disse fermati,/ lascia perdere gli uccelli,/ vieni qui, vieni a sentire/ questa storia./ Raccontava, e io e Pietro/ che ascoltavamo./ Quando finì «È tutto vero»/ disse Pietro. «Così è successo»./ Mio padre mi guardava./ Io mi allontanai. Andai a sedere/ all’ombra di quell’unico/ ulivo che c’era./ Il mormorio immaginai,/ turbato, l’angoscia,/ i gesti di quella/notte…

II

Manciava e gghia cuntannu.
Eu facia l’azziccusu:
vulia, ri stu mpirigghiu,
fora ‘un lassari nenti.
Cci nfilava nna punta
ru cuteddu un pizzuddu
ri pani e l’ammugghiava
nnall’ogghiu.
Ddi cosi fidduliati
chi cc’eranu appizzava,
‘a sarda, ‘u pumaroru, bbaddiceddi
ri chiàppari, ‘a cipudda…
Masticava e parlava.
Pi’ ddu’ voti assaggiau
‘u vinu, vippi l’acqua,
vutànnusi ruttau.
Quann’è ch’accuminciau
a scìnniri, pigghiatu,
nno ntrìsicu ra notti,
cu Margherita nchiusi
nno casottu, ‘u trattinni.
«Nna chissu, Petru, ‘un cci
trasu».

Misi ‘i cosi nna coffa,
quannu accabbau, e nni
susemu.

«Ti facisti ora scenti?» mi spiau.

… Mangiava e raccontava./ Io chiedevo, seccante:/ volevo, di questo fatto,/ che fuori non restasse niente./ Infilzava nella punta/ del coltello un pezzetto/ di pane e lo bagnava/ nell’olio./ Quelle cose affettate/ che c’erano appuntava,/ la sarda, il pomodoro, bottoncini/ di capperi, la cipolla…/ Masticava e parlava./ Per due volte sorseggiò/ il vino, bevve l’acqua,/ girandosi eruttò./ Quando cominciò,/ tutto preso, a scendere/ nell’intimo della notte,/ con Margherita chiusi/ nel casotto, lo fermai./ «Di questo, Pietro, non mi/ importa».// Rimise le cose nella sporta,/ quando finì, e ci/ alzammo.// «Ti sei ora persuaso?» mi chiese. …

III

Si nnamurau ri unu Margherita.
Facia ‘u nzitaturi.
Passav ru timpuni
ri Cutusìu, ra strata
ravanti ra so’ casa.
‘A picciotta, pi vvillu,
si mpustava, aspittannu,
rarreni ra finestra.
Frisculiava ‘u picciottu
passànnu, si chiamava
Caloriu…

… Si innamorò di uno Margherita./ Faceva l’innestatore./ Passava dalla timpa/ di Cutusio, dalla strada/ davanti alla sua casa./ La ragazza, per vederlo,/ si metteva, in attesa,/ dietro alla finestra./ Fischiettava il giovane/ passando, si chiamava/ Calogero…

IV

Petru vitti a Maria
‘u jornu ra Rumìnica ri Parmi,
a Salunardu, ‘n chiesa.
Nna rumìnica appressu
‘a vitti e poi nnall’àvutra
arrè.

Appena ri nne ngagghi
cc’è una nzinga ri luci
‘a penza.
Nno carrettu
‘a penza chi s’abbia
nno feu…
È sempri idda.
Maria ch’un s’alluntana
ri l’occhi e cci cuvìa.

Pietro vide a Maria/ il giorno della Domenica delle Palme,/ a San Leonardo, in chiesa./ La domenica appresso/ la vide e poi nell’altra/ ancora.// Appena dalle fessure/ entra un poco di luce/ la pensa./ Sul carretto/ la pensa mentre che va/ al feudo…/ È sempre lei./ Maria che dagli occhi/ suoi non va più via. …

V

Petru amava a Maria,
ma ‘u patri ra picciotta
si misi, pi stu fattu,
a mussiari.
Appalurau ‘a zzitata,
e ddoppu rissi â figghia
‘unn’esti bbonu, làassalu,
l’ha vistu travagghiari.
È cunnuciusu. Aisa.
Adduma e fuma, scura,
cogghi ‘a mucigghia e p’iddu
‘u jornu è cunchiurutu…
‘Unn’esti come Vanni
Sinacori, pi ddilla,
chi vvinni cca p’a conza
ri marzu…
Maria ricia ri no,
s’avia nciammatu ri
Petru.

… Pietro amava a Maria,/ ma il padre della ragazza/ cominciò, di questo fatto,/ a tentennare./ Accordò il fidanzamento/ e dopo disse alla figlia/ non è buono, lascialo,/ l’ho visto lavorare./ È lento. Si mette all’in piedi./ Accende e fuma, scura,/ raccoglie gli attrezzi e per lui/ la giornata è conclusa…/ Non è come Giovanni/ Sinacore, per dire,/ che è venuto qui da noi per l’aratura/ di marzo…/ Maria diceva di no,/ si era innamorata di/ Pietro. …

VI

Stava ‘a picciotta muta,
tirata, arricugghiuta.
Taliava ô ‘n facci r’idda
– ma ‘u viria, ‘unn’u viria –
chiddu chi ddi latati
si nn’jia; taliava acciancu
ri nna rrota, dda sutta,
‘a strata chi paria
jiri p’arrivirsina.
Petru cci rrivulgia,
aliquannu, ‘a palora.
«Chi fai, comu ti senti».
Passava tanticchiedda.
«Talia com’è bbidduni
cca ntunnu a nniatri, ‘u viri?».
Margherita ‘un parlava.
Petru ‘un parlava cchiù.
Si nn’jia ‘u carruzzinu
nna strata a ddittufilu.
Bbattia abbracatu, mezzu
quarusu, ‘u ventu ncapu
‘i facci.

… Stava la ragazza muta,/ afflitta, tutta raccolta./ Guardava davanti a sé/ – ma vedeva, non lo vedeva -/ quello che di lato/ passava; guardava a fianco/ della ruota, lì sotto,/ la strada che sembrava/ correre all’incontrario./ Pietro le rivolgeva,/ di tanto in tanto, la parola./ «Che fai, come ti senti»./ Passava ancora un poco./ «Guarda com’è bello/ qui attorno a noi, lo vedi?»./ Margherita non parlava./ Pietro non parlava più./ Andava il carrozzino/ lungo la strada dritta./ Batteva infiacchito, quasi/ caldo, il vento sulle/ facce. …

VII

Maria avia appuiatu
‘u cozzu nna spaddera.
Si po’ ddiri chi stava
Sssittata, ‘i rrinocchia
Aisati, gnutticati.
Farsiava, pi ddu ncegnu
picchiusu, ‘u cantaranu.
«È ancora accussì prestu»
rissi Maria «o nonna…».
«E aadummìsciti tu.
Si t’addummisci ‘un ti
nn’adduni. Astura eu,
quann’è chi sugnu sula,
rormu. To’ patri rormi,
pirora, Margherita,
to’ matri…
Sulu vìgghianu
i maluntinziunati.

Maria aveva addossato/ la nuca alla spalliera./ Si può dire che stava/ seduta, le ginocchia/ sollevate, piegate./ tremolava, per quello stoppino/ fioco, il canterano./ «È ancora così presto»/ disse Maria «o nonna…»./ «E addormentati tu./ Se ti addormenti non te/ ne accorgi. A quest’ora io,/ quand’è che sono sola,/ dormo. Tuo padre dorme,/ per ora, Margherita,/ tua madre…/ Stanno a vegliare solo/ i malintenzionati. …

VIII

‘U violu avia giummara
nno mezzu, ê lati, irvazza,
mintastru, cura, spini,
felli: scinnia, rannìa,
nzicchia, turcia, facia
truppicari, sbutari
‘u peri.

Nno carruzzinu Petru
‘a muddau, jiu pi so’
cugnatu. «A lassu cca»
cci rissi «e nna squagghiamu».
Bbastianu l’attrappau.
«’Un mi mpuzzari Petru chi ti scannu».
«E annunca?» fici Petru.
«Annunca nna purtamu».
«’A purtamu cu nniatri
a ccanciu ri Maria?».
«A ccanciu ri Maria.
E dduppu e duoppu, Petru:
sempri fìmmina è!».
«Ma comu…» fici Petru, cu dd’annicchia
ri vuci ch’arrinnia.
Bbastianu era chiantatu.
Petru s’arricugghiu
una man unno cozzu, s’agguantau
i capiddi e ddopu ‘i
lintau.

Il sentiero aveva ciuffi di palma nana/ nel mezzo, ai lati, erbacce,/ mentastro, pietre, spine,/ ferule: scendeva, ingrandiva,/ rimpiccioliva, curvava, faceva/ inciampare, distorcere/ il piede.// Al carrozzino Pietro/ la liberò, accostò a suo/ cognato. «La lascio qui»/ gli disse «e ce ne andiamo»./ Bastiano lo afferrò./ «Non rovinarmi Pietro che ti scanno»./ «E allora?» fece Pietro./ «Allora ce la portiamo»./ «La portiamo con noi/ in cambio di Maria?»./ «In cambio di Maria./ E dopo e dopo, Petro:/ sempre femmina è!»./ «Ma come…» fece Pietro, con quel poco/ di voce che arrendeva./ Bastiano stava fermo./ Pietro si portò/ la mano sulla nuca, si acchiappò/ i capelli e li/ lasciò. …

IX

Jiu p’a porta e cu ‘a chiavi
spirmau.
«Cc’è tuttu» rissi Pietru
a Margherita, mentri
chi l’aiutava a scìnniri. «Pinzamu
a tutt. ‘A pasta, l’ogghiu,
‘u pani… Cc’è, nno puzzu,
tutta l’acqua chi vvoi…
Cc’è tuttu, Margherita.
‘U lettu havi ‘i linzola
puliti…».

Si cci misi
pu nfacciu. CCi strinciu
‘i vrazza, si turciu
pi talialla nnall’occhi.
«Cu mmia» cci rissi «’unn’hai
mpirugghi».

Margherita, ddavanti
ra purticedda, e stava
pi ttravirsari «Diu»
rissi «o Diu meu» rissi.

Andò verso la porta e con la chiave/ aprì./ «C’è tutto» disse Pietro/ a Margherita, mentre/ che l’aiutava a scendere. «Pensammo/ a tutto. La pasta, l’olio,/ il pane… C’è, nel pozzo,/ tutta l’acqua che vuoi…/ C’è tutto, Margherita./ Il letto ha le lenzuola/ pulite…».// Le si pose/ di fronte. Le strinse/ le braccia, tentò/ di guardarla negli occhi./ «Con me» le disse «non ne avrai/ dispiaceri».// Margherita, davanti/ alla porticina, e stava per varcare/ la soglia «Dio»/ disse «o Dio mio» disse.

Gianluca D’Andrea
(Novembre 2015)

Spazio Inediti (14): Stefano Pini – di Gianluca D’Andrea

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Stefano Pini

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (14): Stefano Pini

Cucivamo un debito irrisolto
il trasudare delle risorgive
nei canali del secolo.
La terrina di pianura ci teneva gli occhi
come per caso: “Nessuna prosa”
dicevamo al compiersi delle tele,
primo sguardo di uomo,
il profilo delle cose in una serratura.
Niente era nostro del tutto
ma per caso.


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Fiume di risorgiva Stella presso Udine

Lavoro d’intreccio che si fa desiderio, questo messaggio traspira l’inedito di Stefano Pini. L’atmosfera rarefatta annuncia, è in attesa di un avvento che risponda al negativo, forse una distrazione, forse la distrazione che conduce fuori dall’ossessione.
Il componimento attraversa, nonostante la negazione, un tragitto che non si percepisce lineare – “Nessuna prosa” – pur partendo da un sostrato riconoscibile, identificabile in un territorio di “risorgive” e “terrine”, l’umile nord residuo novecentesco di tradizione popolare e memoria per il poeta che con quel secolo sembra volersi confrontare, iniziando a captare le proprie radici. Di tessitura si parla – “Cucivamo un debito irrisolto” – e sembra già una risposta al Novecento (vedi questo attacco dell’ultimo Fortini: «Allora comincerò con un altro disegno», Il custode in Composita solvantur, 1994 o, ancora, il titolo di un libro recente di Lorenzo Mari, coetaneo di Pini, Nel debito di affiliazione, 2013), ricucitura con la tradizione come dovere da compiere, da pagare al passato per riattivare il futuro e tentare l’accesso a quel “primo sguardo di uomo” che è l’aspirazione a una nuova sorpresa, “l’altro disegno” di Fortini. Eppure si avverte l’impossibilità di un ritorno effettivo, la visuale non focalizza se non attraverso filtri, non può essere frontale, al massimo ri-accenna a una sensualità passibile di dispersione voyeuristica che il primo scorcio del nuovo secolo propone nella “socializzazione” virtuale delle esperienze (“primo sguardo di uomo,/ il profilo delle cose in una serratura”). A insinuarsi è la casualità che è impossibilità di ristabilire la simmetria con le cose, sia il passato o il futuro non resta che accertare, ancora una volta, la nostra non totale appartenenza al mondo. In un linguaggio piano ma trivellato di crepe (le “risorgive”) Pini finisce per ricordarci, come un monito, che “Niente era nostro del tutto, ma per caso”.

(Aprile 2015)


Stefano Pini è nato a Treviglio, in provincia di Bergamo, il 13 febbraio del 1983, e lì risiede. Laureato in Lettere e Filosofia, ha pubblicato Anatomia della fame (La Vita Felice, 2012 – Premio Camaiore Opera Prima). Sue poesie sono apparse nell’antologia di Subway Letteratura (2010) e su diversi siti internet. Fa parte della direzione artistica di TreviglioPoesia – Festival di poesia e video/poesia.