Dialogo sulla poesia – Forme del tempo e Collana Φ a Pordenonelegge

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L’origine di Domenico Cipriano su “La Sicilia” (11/03/2018)

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L’origine di Domenico Cipriano sul Mattino di Avellino

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Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, Forlì, 2017 su “Punto – Almanacco di poesia”. A cura di Salvatore Ritrovato

Recensione di Salvatore Ritrovato a L’origine di Domenico Cipriano (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2017 – Collana Φ a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)

Domenico Cipriano, L’origine, L’arcolaio, Forlì, 2017
di Salvatore Ritrovato

copertina-ciprianoQuello che mi ha da sempre colpito della poesia di Domenico Cipriano è la sua versatilità, una dote non comune fra i poeti di oggi. Versatilità soprattutto formale, che non discende da una indecisione stilistica, bensì dal dubbio che la poesia non debba inseguire il verso, se mai il contrario. Rispetto a Novembre (Transeuropa, 2010) e a Il centro del mondo (Transeuropa, 2014), alcune delle più importanti raccolte di Cipriano, L’origine (L’arcolaio, Forlì, 2017) spicca per una più marcata estensione della sonorità timbrica del verso che non si appaga più di misure metrico-ritmiche fisse e regolari, ancorché chiuse, e predilige invece il taglio obliquo, sghembo, di una voce che si ferma e ricomincia proprio nel punto in cui l’immagine, quale si snoda nel verso, ad ogni ripartenza fino all’a-capo, libera ormai lo slancio lirico.
Ne deriva una “forma-testo”, per questa nuova raccolta, che non possiamo dire del tutto inedita nella poesia di Cipriano, dal momento che si apparenta, almeno nella costruzione del fraseggio, a quella della musica jazz, le cui forme compositive, di là dai differenti generi – sia qui lecito semplificare – si caratterizzano per una sviluppo della linea melodica fra sincopi ed extrasistoli, e per quella capacità propria di improvvisare di volta in volta (ed è qui il senso di libertà che esso procura) un’idea musicale.

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“L’origine” di Domenico Cipriano sul Quotidiano del Sud

Oggi sul Quotidiano del Sud si parla di L’origine di Domenico Cipriano, la prima uscita della Collana Φ diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello per la casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri

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“L’origine” di Domenico Cipriano (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello) da oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line

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Domenico Cipriano in una foto di Dino Ignani
L’origine di Domenico Cipriano (L’arcolaio, collana Φ, a cura di Gianluca D’Andrea e Diego Conticello)
lorigineDa oggi ordinabile in tutte le librerie e acquistabile on-line, L’origine di Domenico Cipriano, volume che inaugura la nuova collana Φ della casa editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri. Ideata e diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello, si avvale del contributo artistico di Francesco Balsamo (disegno inaugurale) e Marta Pegoraro (ritratto finale dell’autore).
Le uscite annuali saranno tre: dopo questa inaugurale, ci sposteremo nel primo trimestre del 2018, per arrivare alla terza uscita in dicembre dello stesso anno.
Per chi volesse mandare in visione testi, raccolte o suggerimenti può farlo direttamente ai curatori, anche se occorre sottolineare che si tratterà per lo più di pubblicazioni su invito, a tal proposito ci teniamo a dire che il 2018 è già programmato (a breve pubblicheremo i nomi dei prossimi autori).
Sperando di aver iniziato un progetto duraturo che faccia del servizio alla parola poetica la sua unica missione, non posso che consigliarvi l’acquisto del libro di Cipriano, autore che non ha certo bisogno di ulteriori presentazioni se non i suoi stessi versi:
“Rifluisce in me ogni istante
e un’onda col suo flusso mi rinnova
spingendo la corrente di risacca
a un nuovo inizio”.

Per il fine settimana – Domenico Cipriano suggerisce Leonardo Sinisgalli

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Una civetta nella neve a Essen, 2013, © Copyright ANSA – Tutti i diritti riservati

“SIAMO LEGATI” brevi note su LEONARDO SINISGALLI

Leonardo Sinisgalli: il “poeta-ingegnere”. Forse proprio questa etichetta ha ridimensionato, col tempo, una delle figure più complesse della poesia italiana, come ha sostenuto giustamente anche Giovanni Giudici. Una definizione, tuttavia, che coglie i due aspetti principali di un percorso che cerca di unire, in anticipo sui tempi, le due anime della cultura: quella scientifica e quella umanistica.

La sua infanzia spensierata nel piccolo paese di Montemurro, in provincia di Potenza, rimarrà nella sua poesia, e alcuni elementi, come gli affetti familiari – i genitori in primis – e l’amore per la terra natìa si riallacciano ai temi ricorrenti nella poesia sul Sud dell’Appennino. Ma nei suoi testi, Sinisgalli, ci lascia immagini chiare e nitide istantanee della quotidianità, con un linguaggio che si affida a chiusure epigrammatiche degli enunciati, o forme più prosastiche, evitando una forzata elegia propria del neorealismo dei suoi contemporanei, e la retorica spesso presente negli epigoni degli anni successivi. Di certo, su questo incide anche il senso geometrico delle cose che gli permette di creare armonia nei suoi bozzetti di vita, nei suoi aforismi e in tanti versi fulminei; sintomi e segni di un’antica e moderna saggezza. Inoltre, colpiscono l’estrema essenzialità e la pulizia del verso, laddove viene esaltato il candore di una terra irrimediabilmente perduta e quella dismisura del tedio che fa ritrovare il nostro essere in una posizione di “controvento”. Nella poetica troviamo eventi e figure, paesaggi e oggetti come se fossero depositati in un grande vuoto, assenze che però reclamano la tenerezza di una presenza.

I luoghi per Sinisgalli, come già per altri poeti del suo tempo, sono importanti e la Lucania resta il suo precipuo riferimento: in primo piano, come accade nelle poesie degli esordi; o come sfondo, come avviene successivamente. Comunque sempre si tratta di un canto originale che, pur volendolo assimilare alle poetiche di un Pavese, di uno Scotellaro o di un Fenoglio, offre una tensione lirica del tutto particolare.
E i luoghi saranno presenti anche nella maturità, quando si ritroverà in città come Milano, Torino e Roma. Sono proprio queste realtà cittadine a presentare le occasioni di conoscenze, amicizie nel mondo dell’arte, oltre ad occasioni di lavoro che gli permetteranno di vivacizzare la sua ingegnosa visione delle cose, in particolare confluite nell’ attività pubblicistica o nella nascita di riviste di rilievo. Lavora, tra l’altro, alla Olivetti, alla Pirelli, alla Finmeccanica, all’Agip, e noti slogan pubblicitari sono di sua creazione, spesso attesi e annunciati dai media per la loro originalità.

Tornando alla poesia, l’altro elemento che la caratterizza, viene proprio dalla sua conoscenza scientifica, così la sua singolare sperimentazione mette in relazione la scienza con l’arte (un genere molto diffuso nella poesia dei nostri giorni) a cui accosta anche l’elemento fantastico o scherzoso, affidandolo a soluzioni ritmico-fonetiche molto ricche. Si ricorda, come esempio, la poesia Il vuoto di Pascal, qui inclusa, che fa riferimento alla scoperta del vuoto del 1647, cui Pascal dedicò un trattato.

E, ancora, le figure di animali sono da richiamiare per originalità e significato. In particolare gli insetti, come nel caso della “mosca”, che è stata anche interpretata come metafora della poesia stessa, come lo stesso autore ha fatto intendere in un suo scritto.

Tutti elementi che gli fecero superare l’ermetismo, a cui fu accostato all’inizio del suo percorso poetico, pur se accomunato dall’elemento “meridionale” soprattutto a Gatto, Quasimodo e Libero De Libero, anche se permane la sua vena crepuscolare, maggiormente colta in quei passaggi dove emergono: il sentimento del nulla, la vocazione all’infelicità e la predisposizione al mistero.

Domenico Cipriano

(Fonte video: Fondazione Leonardo Sinisgalli)

Poesie di Leonardo Sinisgalli

A MIO PADRE

L’uomo rimasto solo
a tarda sera nella vigna
scuote le rape nella vasca,
sbuca dal viottolo con la paglia
macchiata di verderame.
L’uomo che porta così fresco
terriccio sulle scarpe, odore
di fresca sera nei vestiti
si ferma a una fonte, parla
con l’ortolano che sradica i finocchi.

È un uomo, un piccolo uomo
che io guardo di lontano:
è un punto vivo all’orizzonte.

Forse la sua pupilla
si accende questa sera
accanto alla peschiera
dove si bagna la fronte.

*

LA VIGNA VECCHIA

Mi sono seduto per terra
accanto al pagliaio della vigna vecchia.
I fanciulli strappano le noci
dai rami, le schiacciano tra due pietre.
lo mi concio le mani di acido verde,
mi godo l’aria dal fondo degli alberi.

*

IN MEMORIA

Ci dividiamo le lenzuala
e le noci contro la luce delle montagne
noi figli ricongiunti da una data.
Gonfi di pianto entro la camera muta
Ricordiamo i vostri sudori e le tossi,
affondiamo le teste nelle casse
e a strati ritroviamo le nostre reliquie,
i teneri pegni, i fossili fiori.

*

NELLA MIA STANZA COME SOPRA UN ATLANTE

Nella mia stanza come sopra un atlante
ho cercato i tuoi mari e i tuoi monti.
T’ho attratta con un crine,
t’ho estinta con un soffio.
Ho resistito ai tuoi vortici, alle piene
improvvise, ai letargici inganni.
Per lungo giro di anni
tra le rughe e gli specchi,
nella spoglia di un fiore,
sul lobo di un orecchio,
dove esita la sfera,
dove il filo si spezza.

*

LA VISITA DI PASCAL

Pascal venne col solleone
a casa nostra
in sembianza di lattaio.
Non c’era la bottiglia.
E fece scivolare
sotto la porta di servizio
un breve saluto
scritto con un mozzicone di matita:
“Non ò trovato il vuoto”.

*

DA: TRE POESIE D’AMORE

1.

Chi ama non riconosce, non ricorda,
trova oscuro ogni pensiero,
è straniero a ogni evento.
Mi sono accorto più tardi
di tutti gli anni che l’aria
sul colle è già più leggera,
l’erba è tiepida di fermenti.
Dovevo arrivare così tardi
a non sentire più spaventi,
pestare aride stoppie, raspare
secche murate, coprire la noia
come uno specchio col fiato.
Sono un uccello prigioniero
in una gabbia d’oro. La selva
variopinta è senza colore per me.
L’anima s’è trovata la sua stanza
intorno a te.

*

LUCANIA

Al pellegrino che s’affaccia ai suoi valichi,
a chi scende per la stretta degli Alburni
o fa il cammino delle pecore lungo le coste della Serra,
al nibbio che rompe il filo dell’orizzonte
con un rettile negli artigli, all’emigrante, al soldato,
a chi torna dai santuari o dall’esilio, a chi dorme
negli ovili, al pastore, al mezzadro, al mercante
la Lucania apre le sue lande,
le sue valli dove i fiumi scorrono lenti
come fiumi di polvere.
Lo spirito del silenzio sta nei luoghi
della mia dolorosa provincia. Da Elea a Metaponto,
sofistico e d’oro, problematico e sottile,
divora l’olio nelle chiese, mette il cappuccio
nelle case, fa il monaco nelle grotte, cresce
con l’erba alle soglie dei vecchi paesi franati.

Il sole sbieco sui lauri, il sole buono
con le grandi corna, l’odorosa palato,
il sole avido di bambini, eccolo per le piazze!
Ha il passo pigro del bue, e sull’erba
sulle selci lascia le grandi chiazze
zeppe di larve.
Terra di mamme grasse, di padri scuri
e lustri come scheletri, piena di galli
e di cani, di boschi e di calcare, terra
magra dove il grano cresce a stento
(carosella, granturco, granofino)
e il vino non è squillante (menta
dell’Agri, basilico del Basento)
e l’uliva ha il gusto dell’oblio,
il sapore del pianto.

In un’aria vulcanica, fortemente accensibile,
gli alberi respirano con un palpito inconsueto;
le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo.
Cumuli di macerie restano intatte per secoli:
nessuno rivolta una pietra per non inorridire.
Sotto ogni pietra, dico, ha l’inferno il suo ombelico.
Solo un ragazzo può sporgersi agli orli
dell’abisso per cogliere il nettare
tra i cespi brulicanti di zanzare
e di tarantole.

Io tornerò vivo sotto le tue piogge rosse.
tornerò senza colpe a battere il tamburo,
a legare il mulo alla porta,
a raccogliere lumache negli orti.
Udrò fumare le stoppie, le sterpaie,
le fosse, udrò il merlo cantare
sotto i letti, udrò la gatta
cantare sui sepolcri?

*

SIAMO LEGATI

Siamo legati
dalla miseria della vita.
Ci parliamo piegandoci controvento.

*

BREVE STORIA

Piovve tutto l’inverno quell’anno
di scuola, di chiesa, di cortile.
A quell’età bisognava morire.

*

NESSUNO PIÙ MI CONSOLA

Nessuno più mi consola, madre mia.
Il tuo grido non arriva fino a me
neppure in sogno. Non arriva una piuma
del tuo nido su questa riva.

Le sere azzurre sei tu
che aspetti i muli sulla porta
e avvolgi le mani nei panni,
leggi nel fuoco le risse
che disperdono i tuoi figli
ai margini delle città?

Un abisso ci separa, una fiumana
che scorre tra argini alti di fumo.
Sono queste le tue stelle,
è il vento della terra
è la nostra speranza
questo cielo che accoglie le tue pene,
la tua volontà, la tua domanda di pace?

Tu vivi certa della tua virtù:
hai vestito i cadaveri variopinti
dei padri, hai trovato ogni notte
la chiave dei nostri sogni,
hai dato il grano per la memoria dei morti.

Noi aspettiamo il tuo segnale
sulla torre più alta.
Tu ci chiami. Sei tu
la fiamma bianca all’orizzonte?
Un’estate di lutti
ha rimosso nel ventre le antiche colpe,
ha cacciato i lupi sotto le mura dei paesi.
I cani latrano al sole di mezzogiorno,
la civetta chiede ostaggi per il lugubre inverno.

Tu ascolti, madre mia,
il pianto sconsolato delle Ombre
che non trovano requie
sotto le pietre battute
dal tonfo di fradici frutti.

*

PIANTO ANTICO

I vecchi hanno il pianto facile.
In pieno meriggio
in un nascondiglio della casa vuota
scoppiano in lacrime seduti.
Li coglie di sorpresa
una disperazione infinita.
Portano alle labbra uno spicchio
secco di pera, la polpa
di un fico cotto sulle tegole.
Anche un sorso d’acqua
può spegnere una crisi
e la visita di una lumachina.

*

EX-VOTO

I vecchi non sanno a chi parlare
dei figli lontani,
si sfogano coi poveri
che vanno e vengono per casa.
Mia nonna consegna ogni domenica
una puparella di pane
a ciascuna delle sue fide mendiche.
Nomina Caietano
Iacinto Romualdo Peppe
Antonio: li vede sempre in pericolo
tra i coccodrilli del Maddalena.
Le visitatrici si portano via le sue lacrime
e una fetta di lardo.

*

POESIA PER UNA MOSCA

Della tua ala laboriosa
Si consolano i vespri delusi
Se pure senza pudore tu abusi
Dell’innocenza d’una rosa.
Nel tuo tremore si riposa
La mia noia; fiduciosa
Ronza attorno a un’immagine chiusa
La pazienza è forse rischiosa
Ché talvolta si spegne un fiore
Nella notte e il fradicio odore
Ti eccita curiosa.
Ma susciti dentro la stanza
L’aria di tanta vacanza
Amica pungente e pia.
Così cara è la tua molestia
Che stasera con me ti fa festa
La mia efimera poesia.

*

A CASA MIA

A casa mia si parla
con le mosche si vive
in compagnia delle mosche
d’inverno e d’estate
dov’è la mosca
come sta la mosca
è sparita la mosca
si grida quando si ritorna.

*

LA CIVETTA DELLA NEVE

Vengono anch’essi a scaldarsi
accanto al camino i vecchi Dei.
Viene intirizzita a chiederci asilo
la civetta della neve.


 

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Leonardo Sinisgalli

Leonardo Sinisgalli è nato a Montemurro (Potenza) nel 1908 e morto a Roma nel 1981. Laureato in Ingegneria nel 1932, si è presto legato agli ambienti poetici e figurativi della capitale, grazie soprattutto ai rapporti intrattenuti con Ungaretti e con Scipione. Trasferitosi a Milano, ha lavorato nel campo dell’architettura e del design industriale, prima di tornare a Roma per dirigere – tra il 1953 e il 1959 – la prestigiosa rivista della Finmeccanica “Civiltà della macchine”. Attento agli sviluppi del sapere scientifico, accanto a quelli della cultura umanistica, come poeta ha esordito – riscuotendo fin dai primi anni l’attenzione partecipe di critici quali De Robertis, Cecchi, Contini – con la silloge 18 poesie (Scheiwiller, Milano 1936); per poi giungere al rilevante Vidi le Muse (Mondadori, Milano 1943) e pubblicare successivamente I nuovi Campi Elisi (Mondadori, Milano 1947); La vigna vecchia (Mondadori, Milano 1952, II ed. accresciuta nel 1956); L’età della luna (Mondadori, Milano 1962); Il passero e il lebbroso (Mondadori, Milano 1970); Mosche in bottiglia (Mondadori, Milano 1975 – Premio Viareggio) e Dimenticatoio 1975-1978 (Mondadori, Milano 1978). Di rilievo, per la sua efficacia sintetica, è l’Oscar pure mondadoriano curato da Giuseppe Pontiggia nel 1974, con il titolo L’ellisse – Poesie 1932-1972. Infine, vanno citate le prose, suddivise grossomodo tra le competenze scientifiche (Furor mathematicus, 1967), la rievocazione memoriale (Prose di memoria e d’invenzione, 1974) e la passione per le arti figurative (La rosa di Gerico, 1969).

 

 

(Alberto Bertoni)

 

DENSITÀ MINIMA: “Il centro del mondo” di Domenico Cipriano, Transeuropa, Massa 2014.

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Domenico Cipriano (Foto di Dino Ignani)

DENSITÀ MINIMA: Il centro del mondo di Domenico Cipriano, Transeuropa, Massa, 2014.

«Tra tutte le cose, l’uomo è dibattuto dal desiderio di un fine duplice ed opposto, poiché, sia nel corpo, sia nell’anima è strutturato nella maniera migliore, in ragione delle proprie capacità fisiche e intellettuali: di modo che, situato nell’orizzonte naturale, al confine tra l’eternità ed il tempo, tra il modello e il modellato, posto tra il mondo intellegibile e quello sensibile, partecipe dell’una e dell’altra sostanza, e in certo modo copula di estremi, può usufruire di quelle cose che sono nel megacosmo in vista dei suoi bisogni e dei suoi desideri e, grazie al conseguimento e al potenziamento della propria dignità, contempla l’ordine, la disposizione e la natura di tutte le cose».

G. Bruno

218_3d_Cipriano_3dLa plasticità materica del linguaggio si espone per grumi, proiezioni di un pensiero visivo, delle riflessioni quotidiane che, dipanandosi nel tempo, riescono a creare coordinate riconoscibili, punti d’approdo, per quanto transeunti, mobili. Potremmo aggiungere che la forza di questa realizzazione è proprio la riscoperta della motilità del mondo, non la sua sfuggevolezza ma la percezione del movimento concreto. Per questo i testi de Il centro del mondo diventano i coaguli materici di un senso che il reale possiede, almeno per l’occhio di un soggetto dis-posto nel divenire:

(a mio padre)

Si è raggrumata in sogno
la sequenza dell’adolescenza
noi due seduti: tu intento
a leggere il giornale, io
un libro, cogliendoci nelle parole,
fermando quell’istante quotidiano
complici gli odori della casa
il calore della stufa a kerosene
e il velluto a scacchi delle poltrone.
Mi hanno sorpreso di notte
in un sobbalzo della mente
che si concede raramente indietro
scompigliando gli anni
alla memoria senza grandi eventi:
quella necessaria, e più segreta

(p. 15).

I sette movimenti del libro sono tappe d’improvvisazione esistenziale controllata dalla presa “attentiva” dei sensi del soggetto, per cui la forza e la tenuta della trama si consolidano nel dettato costante, direi “volenteroso”, di chi avverte nella presenza le potenzialità focalizzanti del gesto poetico. In sostanza, proprio il gesto della poesia conserva il suo afflato testimoniale, per questo il mondo del poeta può desiderarsi e realizzarsi nella “centralità” auspicata dal titolo, ribadita addirittura con forza (vedi l’esergo pasoliniano all’intera raccolta).
Il viaggio a un rinnovamento attraversa un tragitto sapienziale dalla «voragine» del vuoto nichilista con le «vertigini» provocate dallo spalancamento dello stesso vuoto, fino al «vivere vergine» della riscoperta del mondo, della sua esplorazione minima dai luoghi della nostra presenza (cfr. il primo testo a p. 9).
La ricognizione della presenza prende avvio da Le stanze nascoste, sezione che svela l’intimità di chi osserva e vive gli eventi che possiamo leggere, prima tappa di un denudamento, improvvisa, necessaria:

È facile abbracciare una figlia
bisognosa del tuo sostegno fragile
coccolarla nella sua leggerezza, lo stesso l’amata
a cui ti doni e prendi l’amore con dolcezza.
Alla madre che ti ha cullato in grembo
dichiari il bene dentro (lentamente), è difficile
stringerla e rigenerarti nel suo affetto,
serrare in quell’attimo ogni fondamento
che la memoria percorre e il pudore non rivela.
L’amore naturale di figlio che diviene padre difensivo
si nutre segreto: raramente stringe il corpo
di chi il corpo gli ha donato.

(p. 19).

«Un taglio netto» (Un taglio netto, un gesto tra le molle, p. 20, v. 1) è il segnale dovuto, necessario perché reale, evidente come una nuova scoperta, in questo caso la nascita della figlia del poeta.
Dal taglio della nuova nascita – ecco che la storia personale si fa allegoria – si espande il mutamento, la riscoperta dell’alterità, la visuale del diverso che si riattiva nello stupore e nello sgomento della sua stessa constatazione. L’importante è essere sicuri di voler scegliere l’alterità per continuare a esistere: «in questo/ confine d’infinito che abbiamo/ scelto per esistere» (La nostra casa sta cambiando, p. 26, vv. 16-18).
Eppure il luogo, in cui ogni scelta del soggetto è avvenuta, appare come un non-luogo tra tanti. Sarà, allora, la trasformazione dell’ambiente a rendere ogni luogo, ogni evento un assoluto, non una dispersione ma un’agnizione in ogni dove: se «non è facile accettare il cambiamento» (Non è facile accettare il cambiamento, p. 37, v. 1) proprio perché sfalda la stabilità di un’identità fissa, occorre riconfermare continuamente la “verità” della nostra identità mobile, perché è inevitabile, per quanto doloroso, accettare di essere «null’altro che un viso/ che multiforme deposita il suo sguardo/ sulle cose a cui apparteniamo e dobbiamo/ dare conto per scelte lasciate in un angolo/ del mondo a cui chiediamo giornalmente/ di accoglierci tra passato e futuro» (Ibid., p. 37, vv. 13-18).
Irpinia metafisica, la seconda sezione, è il movimento trattenuto dopo la vitalità dirompente della ri-scoperta; il nascondimento svelato perde fiato e si fa contemplazione del luogo nativo.
Chiusura riflessiva, la parola muta i toni: la breccia d’assoluto stempera le sue vampate, luoghi e persone si trasfigurano e, da fenomeni osservati, diventano eventi in attesa di essere pensati:

Traballa il tavolo ai colpi ossuti
del pugno che stringe orgoglioso
il tre di denari carta padrona tra cesti
colore di spiga: attanaglia soffoca
l’asso arreso e sfinito. Buste inviolate
di patatine si gonfiano al tatto
poi scoppiano sorde nelle mani callose
bruciano labbra nei morsi croccanti
si asciuga la lingua col sale. La birra
dorata perde la schiuma e abbandona
il bicchiere nelle lunghe sorsate
fauci asciutte si imbevono fiere
per tornare presto legnose. Risa
più grasse di pance sedute a riposo
accompagnano ore d’ottobre sbucciato
mi fingo gingillo dei sospiri serali.
L’autunno perenne ci guarda assonnato
continua il gioco rimescola il poco.

(p. 42).

L’impostazione contemplativa aumenta la sua gradazione e il pathos meditativo raggiunge una dimensione etica. La terza sezione, Città degli occhi, esplora il quotidiano, il verso in alcuni componimenti si allunga, eppure il racconto, con l’esergo da Pagliarani a manifestarlo, è sempre straniato nella sua tenuità, nella sua “finzione” d’aderenza, per nulla rassicurante. È evidente ancora lo scarto meditativo, la riflessione come concettualizzazione, cioè presa sul reale, reimpossessamento tentato del flusso:

Con gli occhi verso l’alto cerchiamo
di contare le distanze inesistenti
non c’è più colore che dissimula
solo i primati restano da superare
anche dove gli spazi sono vuoti
e camminiamo con la pritzel
di mezzogiorno. Siamo anonimi
in tanta umanità distesa, potremmo
essere chiunque, ugualmente
entreremmo nella Biblioteca Pubblica,
io leggerei lo stesso i versi scritti
a macchina da Langston Hughes.

(Manhattan, New York, 30 agosto 2005)

(p. 59).

Come se la tensione a quel «vivere vergine» dell’inizio allignasse solo nella captazione delle distanze: il poeta è sentinella ritmica, in ascolto su «una stazione che trasmette da un capo/ all’altro del mondo» (Domenico trova una radio per ascoltare le voci dentro, p. 63, vv. 6-7).
Non è lo sviluppo, l’evoluzione di un percorso a interessare Cipriano, ma che il tragitto avvenga, persista nello stupore ogni passaggio d’esistenza, ogni tappa del mutamento.
La sezione Intermezzo è la pausa nel cammino, precede l’ondata che amplificherà la prima parte della raccolta. Stazione del ricordo, riflessione sulla transitorietà e sul timore della perdita: ancora l’etica della testimonianza per cui è necessario «l’efficace/ pungiglione della memoria/ a cui ricorriamo per paura» (Nel volto degli oggetti, p. 72, vv. 4-6).
Intermezzo è la cerniera gnomica tra i due atti risonanti del libro; pensiero focale de Il centro del mondo, la trasformazione e il panico per la scomparsa di ciò che diviene:

(a Cosimo)

Esistiamo perché mutiamo. Il corpo
si trasforma con il tempo, così la voce
e l’odore che tutto dice. Conserviamo
poco, diamo segno di noi
nel pensiero che si evolve, nelle azioni
che si alternano, confondendo
i colori che la pelle mostra, variando i suoni
che all’istante diventano parole.
Se c’è una storia da ricomporre
(pezzo a pezzo) è nel modificarsi
delle orme che tracciamo. Così,
solo le cose ferme ci ricordano
dove siamo già esistiti,
anche se il vento cerca di mutarne le sembianze
con la polvere che accumula
in forme disadorne.
Continuiamo a dirci vivi
ostinandoci a non apparire uguali
e questo morire eternamente
è il volto stesso che la vita ci consente.

(p. 79).

Natura domestica, sezione di un nuovo ciclo, sposta le referenze di Le stanze nascoste dalle persone alle nature morte, alle piante, agli oggetti, in cerca di una nuova scansione del mondo da una prospettiva ulteriormente mutata – come se il ciclo riavviasse il suo avvicinamento allo stesso mondo da distanze che, seppure ravvicinate, attendessero l’aderenza al contesto, un diverso respiro. Si susseguono i dialoghi improbabili – ma effettivi per l’occhio che ne medita le potenzialità di contatto future – con gli oggetti di una resistenza, correlativi di una speranza di ritorno al movimento, della tensione non nostalgica, ancora una volta, al movimento e all’alterazione.

Fiore senz’acqua

Ti regalo un fiore
senza strapparlo alla terra
né chiuderlo in un vaso.
Un fiore di ferro che duri
al tempo, con petali inossidabili,
foglie immobili e variopinte
rughe intersecate sullo stelo.
Ma annaffialo dal rubinetto
costruito al centro perché
la ruggine rinnovi sulla pelle
e mutando i colori ricordi
che tornerà settembre.

(p. 85).

L’oscillazione tra l’effimero stato di quiete e il movimento ondivago di tutto l’esistente conduce al desiderio di una permanenza, la tregua negli oggetti, in questo caso correlativi o epifanie d’eterno (ancora interruzione del flusso in potenza, ottativa). Emerge il legame indissolubile della poesia di Cipriano con i grandi modelli novecenteschi, soprattutto la matrice montaliana è evidente e, forse, rischia un’esposizione alla reiterazione eccessiva degli stilemi assimilati come necessari (gli stessi correlativi). L’originalità emotiva è, in questi casi, strozzata da una simbologia tutt’altro che dirompente (la sezione Lampioni, in questa lettura, è la più fragile della raccolta):

Potrebbero esistere eterne
col fascino consumato del tempo
le luci arancioni sulle strade,
silenziose candele artificiali
che resistono all’alba.
Le guardo intenerito
ogni sera, quasi attendessi
una parola, in un sussurro
la rivelazione della notte.

(p. 98).

C’è il buio tra partenza
e arrivo, il nero privo
delle luci. Un vuoto
da colmare col pensiero
in cui disegno una candela,
così chiudo la notte
nella cera e il freddo
ne custodisce la forma.

(p. 102).

L’ultima sezione, A margine, oltre ad esserne il congedo, possiede la funzione riepilogativa dell’intero percorso. I tre movimenti da cui è composta (Scirocco, La città, La campagna) sono le stazioni del «microcosmo stellare/ tra luci alari e lampioni elementari/ che nemmeno la memoria consumata può disfare» (La città, p. 117, vv. 5-7), costruito da Cipriano nel tentativo di rinnovamento del mondo attraverso la parola poetica. Il centro del mondo si chiude con questa speranza di rigenerazione affidata alla potenza della nominazione («un nuovo mondo,/ una nuova esistenza per ogni parola pronunciata», La campagna, 4, p. 122, vv. 9-10), sulla possibilità di senso affidata allo sforzo – quasi il sacrificio – di rivivificare il «tutto […] disteso e senza confini» (Ibid., 5. finale, p. 123, v. 8) nel movimento, laddove la mutazione (“il centro del mondo” è un assoluto nella visuale parziale di ognuno di noi) non ha «un confine netto», appunto, «tra vivere e sperare» (Ibid., p. 123, vv. 15-16).

Gianluca D’Andrea
(Settembre 2014)