Una nota su “Storia d’amore” di Daniele Mencarelli, Lietocolle, 2015

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Daniele Mencarelli

Storia d’amore (nota di Gianluca D’Andrea)

Il dispositivo ha sempre una funzione strategica concreta e si iscrive sempre in una relazione di potere.

Giorgio Agamben, Che cos’è un dispositivo? (nottetempo, 2006)

mencarelli_storia_damoreA non funzionare nell’ultimo libro di Mencarelli è la cornice del racconto. La sensazione di finzione che scaturisce dall’apparato didascalico smorza il “sentimento” della realtà, la carica emotiva che aveva segnato le operazioni precedenti di Bambino Gesù e Figlio.
Probabilmente, la volontà unificante del racconto – la scansione per date ricorrenti che si sviluppano nel corso di due anni, con un’appendice più vicina al nostro presente – imprime una complessità “letteraria” che la poesia di Mencarelli non riesce a gestire fino in fondo. L’idea di “storia semplice” (su cui si basa la riflessione in quarta di copertina firmata da Gian Mario Villata) tradisce invece la “non ingenuità” del lavoro di Storia d’amore.
È una “storia” in cui l’elaborazione della storia collettiva non emerge, non si scava nell’archivio del passato e non si raggiunge l’attuale – per dirla in termini foucauldiani. È come se la microstoria del racconto chiedesse un privilegio che invece la storia collettiva non può concedere, visto il rischio che ogni operazione corre adagiandosi sul concetto di privilegio. “Il bordo di tempo che circonda il nostro presente” (Deleuze) chiede alterità non riconoscimento. Emerge una dimensione gerarchica – e qui la formazione “religiosa” di Mencarelli mostra il suo versante rischioso, al limite della chiusura nell’acquisito -, una volontà di giustezza che inibisce il lettore: «qui a forza si è romantici, / il bosco alle spalle senza fine / racconta l’altra parte della storia/ quella di corpi sciolti dai vestiti / pezzo dopo pezzo come una vittoria/ prima che tutto senza freno avvenga» (p. 24). Ecco, concetti come “nudità” e “libertà” emergono dal loro sfondo “romantico” e non dicono nulla su un presente che vede nella “nuda vita” il sintomo della scomparsa del “vecchio uomo”, così come nel ribaltamento della libertà individuale in arbitrarietà delle scelte di consumo, una prospettiva di “reale” mutamento.
Una corrente nostalgica percorre il libro, una reazione al passato perduto che si trasforma in perdizione del presente, cioè stasi: «io invece vengo bene al naturale / nella posa di drogato più che pazzo / che ama zero il suo sorriso,/ l’ultimo scatto lo vuoi serio / io e te guancia contro guancia / per portarci domani qualcosa del presente» (p.31).
Purtroppo anche sul piano stilistico si avverte una caduta. L’andamento a scatti, il nervosismo “dolorosissimo” di Figlio lascia spazio a un percorso piano, a un racconto monotono e senza accensioni. Il ritmo è livellato e modellato sulla ballata, è vero, ma a rischio litanico, come una supplica del ricordo in forma di racconto -, così la traccia fornita dalla ballata romantica si aggancia alla tematica nostalgica e perde slancio: «Primavera è luce che si allunga / colore resuscitato al mondo / sulle pene inflitte dall’inverno», oppure «Anna non temere solo la luce ci guarda, / ora dammi il fiore della tua timidezza» (p. 40). Si arriva anche a gravi cadute d’intensità nella volontà di rendere il più possibile “popolare” la parola. Incipit come «Tutto porta inciso il tuo nome» per quanto possano essere giustificati nel tentativo di smorzare qualunque “aulicità”, rischiano di accomodarsi su stilemi da canzonetta (“Ti vedo scritta su tutti muri”, cit).
A soffrire, dunque, è tutto il dispositivo di scrittura, la rete di relazioni che si instaura tra soggetto e mondo, in favore di un possesso che è limite all’alterità: «Io rimango con quelle due parole/ giocosa dichiarazione di possesso/ ognuno dell’altro proprietario/ come della casa o di una moto» (p. 47). Che questa speranza non sia vera, Mencarelli lo sa, eppure la nostalgia per “l’adolescenza” del mondo ha spinto al limite l’illeggibilità del mutamento.


Testi da Storia d’amore

Nostro parco giochi è questa piazza
un letto comodo la villa comunale
siamo proprietari di un paese
che conosce i nostri nomi uno a uno,
tu zingaro tu sbandato
io figlio di puttana,
è la qualità dei giochi a farci noti
ferocia compressa dentro scherzi
finiti nel pianto e nella storia.
Dai paesi vicini come pellegrini
arrivano ragazzi solo per sapere
di quel motorino aliante mancato
scaraventato giù da un sesto piano
o delle nostre comete impazzite
pagnotte intrise d’ogni liquame
in volo fino allo schianto calcolato
sui vecchi in tondo a briscolare.
Ogni bocca delle nostre
aggiunge al racconto il suo dettaglio
mentre ammirazione mista a risa
cresce negli occhi di chi ascolta,
poi solo ridere, che dannato ridere.

*

Il copione oltre al giro dei paesi
su un fulmine andato in marmitta
cone te stretta neanche divertita
ha il suo finale fisso sul sentiero
dove i laghi sembrano due occhi
e la capitale distesa giù nel centro
una bocca famelica di luci,
qui a forza si è romantici,
il bosco alle spalle senza fine
racconta l’altra parte della storia
quella di corpi sciolti dai vestiti
pezzo dopo pezzo come una vittoria
prima che tutto senza freno avvenga.
Con te per chissà quale ragione
di vanitosa o forse d’impaurita
andrà rivista la scrittura,
tanto la mia bocca s’avvicina
tanto la tua serra le sue labbra,
la voce ti ricompare a sole spento
solo perché l’ora è quella del ritorno.
Non so quanto amaro esca dal sorriso
ma da stasera mi è chiara una cosa,
a questo gioco arriverò per primo.

*

Il vento parla una lingua fredda
l’improvvisata dell’inverno
ci ha sorpreso a maniche sbracciate
sulle rive di un cratere fatto lago
preso in ostaggio dalle rane
dai resti sparsi di un’estate
andata all’altro mondo,
anche la tua voce a raffiche
se ne scappa via lontana
e quel che stai dicendo
da soli pochi metri di distanza
chissà chi lo starà ascoltando,
provo a leggerti le labbra
ma invece di capirti
mi perdo nel loro movimento,
una raffica di vento
e mi ritrovo aggrappato alle tue ciglia,
tutto porterebbe al primo bacio
ma tu ancora ti rifiuti
corri via e io ti vengo dietro,
sia pure in mezzo al lago.

*

La cabina fototessera
sputa smorfie miste a visi
tu regina senza pari
storci e arricci al tuo comando
non c’è naso o bocca che si opponga
avresti un futuro certo nelle tele,
io invece vengo bene al naturale
nella posa di drogato più che pazzo
che ama zero il suo sorriso,
l’ultimo scatto lo vuoi serio
io e te guancia contro guancia
per portarci domani qualcosa del presente.
Ti guardo nella foto intanto che s’asciuga,
non eri tu la prima volta che ti ho vista,
eri un’altra cosa più bruttina,
il tuo viso non bucava come ora
la corteccia della pelle come niente.

*

Primavera è luce che s’allunga
colore resuscitato al mondo
sulle pene inflitte dall’inverno,
ricordi il sentiero del primo incontro?
Ora sei tu a spingermi in alto
mi trascini sempre più dentro
solo per sorprendere il bosco
col suo vestito di gemme
e profumi le foglie neonate,
quando ti volti e mi prendi
qualcosa di purissima voglia
e più bambina paura tra i baci
mi dice a quale disegno
dal principio avevi pensato,
mentre tutto accade per gioco
il bomber steso per lenzuolo
la lentezza che mi comando
contro la fretta che ti spoglia
il tuo corpo come mai pronto.
Anna non temere solo la luce ci guarda,
ora dammi il fiore della tua timidezza.

*

Tutto porta inciso il tuo nome
ogni giorno nato e consumato
il paese tutte le sue strade
le formiche in solenne processione
tutto a voce alta lo ripete
suono più veloce della luce
Anna vero nome dell’amore
nome dal sapore di fiamma
Anna che significa ossessione.

*

Non è il mio inferno
quel regno di pena e fiamme
minaccia ai bambini sul più bello,
il mio demonio è una mattina
scolorata dal cielo alle persone
ti di chilometri lontana
in gita con la scuola per L’Italia,
io scarpa senza la gemella
buttato da una parte sconto il tempo.
Non è teatrale il mio demonio
non è mostruoso non ama il fuoco
lui gioca a svuotare le promesse
ad alitare il suo comandamento
tutto il suo verbo in un solo ritornello
tre parole piantate in mezzo agli occhi:
Non rimane niente, non rimane niente,
di questo tempo di tutti tempi
di tutte le madri le mani dei padri
del tuo viso inciso nei giorni
non rimarrà che il niente,
siamo un urlo nello spazio
per caso viventi per caso amanti
disordine è il padre da onorare.
Questa è la terra dell’inferno
questo niente da tramandare
niente da difendere niente da sperare,
ti prego fai presto, torna,
senza di te sono meno di un disperso,
io senza il tuo neo come mi oriento?

*

Un giorno saprò dire tutto questo
con una sola parola, miracolosa,
dirà tutto svelerà ogni cosa,
cadranno una volta pronunciata
tutti gli inganni sparsi sul percorso,
la via apparirà chiara senza intralci
salvarti sarà un gioco da bambini,
per te riuscirò nell’impensabile
il primo a schiavare l’universo.
Niente di tutto questo.
L’intero verso del futuro
si consumerà senza fuochi dal cielo,
ai tuoi piedi mai poggerò la preda
la prova che alla fine resisteremo,
ma tolta l’impazienza che mi smania
altro atto vuole la mia fede,
dare rinascita ogni giorno
al clamore che sei per i miei occhi,
poi con ogni fibra di esistenza
amare e ringraziare, questo mi basta.

DISCENDENZA E DOLORE: Impressioni su Bambino Gesù e Figlio di Daniele Mencarelli

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Daniele Mencarelli

DISCENDENZA E DOLORE: Impressioni su Bambino Gesù e Figlio di Daniele Mencarelli

Le poesie possono colpire e commuovere, la parola diventa un’arma affilatissima e carica di senso. I due ultimi libri di Daniele Mencarelli (Roma, 1974) rappresentano l’arma salvifica del dolore, la possibilità, o meglio il dovere, che il dolore stesso sia il primo passo in direzione di una salvezza che solo l’alterità, l’altro che in noi agisce, può donare. Le due opere sono un dittico cui è sottesa l’idea che la sofferenza sia una forma di conoscenza, la più intima, forse, attraverso la quale un soggetto, che si credeva separato, scisso, riscopre, insieme alla sua interiorità, la propria appartenenza a una comunità.
Se l’ospedale del primo dei due libri era il luogo in cui un essere umano, nell’osservazione degli eventi e delle persone, scopriva il suo coinvolgimento e riusciva a comunicarlo in un racconto partecipe, il secondo è concentrato nel “luogo” della paternità – perché il “figlio” che il titolo ci presenta nient’altro è se non il padre rovesciato in una dipendenza derivante prima dalla nascita,

Vigilia di Nicolò arrivi
piena d’agosto e luce
aria che avvampa sui paesi vuoti,
al nostro incontro poche ore
poi pelle toccherà pelle
al posto della tua immagine sognata
ci sarai tu in carne e aria,
d’improvviso vuota questa casa
dove s’attende il tuo respiro
il primo pianto d’amore al mondo,
che cominci tua vita nascitura
figlio dell’uomo rifai la mia storia.

(da Figlio, nottetempo, Roma 2013, p. 12),

poi dalla caduta nel dolore, nella perdita assoluta:

Quando riattaccano i pezzi
chi può dire la tormenta,
con quale metro si misura
lo strazio della voce
che chiama il tuo nome,
«è tutto finito, è passato»
solo questo sai ripetere,
ma non c’è formula
a sanare questo vuoto
spinto a forza dal rimorso,
dal tuo volto noto al cielo
che nitido si specchia
in tutta la materia.
Non c’è cuore sufficiente
per dare alla mancanza
altre parole.
(Tu sei Pietro, Francesco alla fine,
non sei nato il dodici dicembre
dell’anno duemilanove)

(da Figlio, p. 44).

La perdita del figlio, la scomparsa di un riconoscimento che caratterizza l’appartenenza e che conduce allo scontro emancipativo, fondante, tra genitori e generati, non consente più la linearità della fabula, il linguaggio è esposto, in tensione, si mette alla prova: sfumano articoli e connettivi, i collegamenti sintattici si sciolgono nell’incendio delle sensazioni lancinanti, nelle rincorse e negli affanni che non hanno approdi; il dolore incenerisce, tanto è immedicabile la sua presenza, occorre attraversarlo e resistere nella speranza di una rigenerazione.
La figlia che nascerà dopo le perdite non è un semplice riscatto, si trasfigura, diventa liberazione, per quanto attenuata, una luce di salvezza:

Prima di lasciare l’ospedale
Viola esige il suo pasto,
occorre un angolo remoto
dove il ghiaccio a folate
non arrivi coi suoi attacchi,
quale forza guida la tua scelta?
Che ti siede materna regina
fra tutte sulla medesima sedia
dove ore e tragedia sfilarono
a maledire Dio e il suo creato,
è solo stravaganza del caso
che mi fa tenere figlia
fra le braccia come cristallo
dove mancanza di Pietro bestemmiava?
E se fossi Tu quale bene sai dare
a chi ha sfregiato il tuo nome?
Con quale disumano coraggio
restituisci dono e perdono
a chi ti ha bruciato nell’odio?
Troppo vasto il tuo cuore
che non sa resistere ai suoi figli
di Padre che tutto concede,
medesima sedia stessa la voce
che ora invoca e ringrazia.

(da Figlio, p. 60).

Misticismo carnale che rifugge i dibattiti sui cambiamenti epocali, dando una risposta che parla di sentimenti umani e trasmissione… dolore e discendenza conformano il linguaggio di entrambi i libri, il percorso di caduta presenta slanci lirici, un canto che si fa strada, litanico, soprattutto in Bambino Gesù, franto, adirato a volte, in Figlio, presentandosi sempre nudo nei momenti di gioia istintiva o in altri più consapevoli:

Due camere da letto e per ognuna
due corpi presi dalla notte,
quant’è piccolo o almeno sembra l’universo.
E’ tutto qui e io vi guardo
mentre parole dalle viscere salgono,
salgono fino al respiro che si affanna
alle mani che ballano una frenetica danza,
e ritrovarsi quelle due o tre frasi
tutta la preghiera che latri al cielo,
fai del loro battito ti prego
il motore che muove l’infinito
il cuore delle stelle appena nate.
Poi prendere la via del letto
sapendo che domani mi rivedrò a guardare
come ogni sera, come ogni tempo.

(da Bambino Gesù, nottetempo, Roma 2010).

Il dolore umilia i bisogni, stringe le necessità e, nonostante possa rendere rabbiosi, impone umiltà e compassione, estende l’orizzontalità percettiva che tende a mettere in comune gli esseri, in altre parole la sublima, a prescindere da ogni credenza (penso anche a un film horror francese, abbastanza recente, che si sofferma sul dolore e sulla capacità trasfigurante della sua ineluttabilità: Martyrs, 2008, del regista francese Pascal Laugier); la comunità, nella visione dell’autore, si ri-crea solo nella condivisione. Il sacrificio di un padre (o di una madre) per il figlio, oltre agli evidenti riferimenti cristiani, possiede in sé il messaggio incarnato della trasmissione generazionale. La propensione, meglio la tensione, all’altezza delle sensazioni che partono dalle vicende personali, comuni, quasi banali, manifesta uno scavo in direzione delle nostre origini, oltre che esistenziali anche letterarie.
Giorgio Agamben dedica alla “visione” francescana del mondo il saggio Altissima povertà (Neri Pozza, Vicenza 2011) aiutandoci a comprendere come una nuova sacralità possa prendere avvio dall’estremizzazione concettuale del nichilismo, dalla scelta d’abbandono e dallo svuotamento implicito in questa stessa scelta: la rinuncia, a guardare bene il passato, archeologicamente, è un fenomeno d’agnizione, la scoperta del nostro essere nudi davanti agli eventi. Il XII e XIII sec., per le nostre lettere fondamentali, rappresentano una ritrovata consapevolezza delle possibilità umane, da San Francesco, poi con Jacopone, si fa luce una critica radicale della corruzione della società che si manifesta nella corposità viva, carnale, del lessico. Questa carnalità ha gli stessi presupposti nell’operazione di Mencarelli, poca fiducia in ciò che è “professionale”, istituzionalizzato («uomini mozzi di virtù/ in camici bianchi senza faccia», È grande il policlinico, in Figlio, p. 13, vv. 8-9), massima apertura nei confronti della fragilità e della comprensione della stessa:

(padiglione S. Onofrio)

Avevo un pavimento da lavare
io che prendo tutto come una missione
anche questo lavoro da tanti disprezzato,
affrettai ancora di più la marcia
sul corridoio di marmo lucidato.
Andavo incontro a due ragazzi
il figlio in braccio mi dava le spalle
loro ci giocavano e lui rideva,
gli fui davanti proprio mentre si girava,
perdonami per la durezza delle parole,
di un bambino aveva il corpo
ma il viso quello di un mostro
sotto gli occhi niente naso niente bocca
solo buchi di carne viva.

Non so se fu più forte
la pietà o forse il disgusto,
quasi correndo abbassai la testa,
ma già avevo la certezza
che di lì a poco l’avrei rivisto
per quel passaggio a me obbligato.
Persi tanto tempo nelle mie faccende
prima di andare mi augurai la loro assenza
poi via sul corridoio di marmo lucidato;
il caso me lo presentò ancora di spalle
ancora preso dai suoi giochi divertiti,
a farlo ridere così di gusto
non erano stavolta i genitori
ma un’anziana suora
distante un palmo dall’orribile viso,
vidi il sorriso di lei e le sue parole:
“Ma quanto sei bello, che bel bambino sei”.

Per giorni m’accompagnò il dubbio
non riuscivo a crederla bugiarda,
poi una chiarezza si fece strada,
quegli occhi opachi di vecchia devota
guardavano un punto oltre l’orrore,
lì c’era solo un bambino che giocava.

(da Bambino Gesù)

L’attuale Medioevo economico e informatico (old economy e new economy, banche, tecnologia, ecc.) spinge la comunità alla frammentazione; la poesia ha l’antico compito di vigilare sulle dinamiche che conducono all’atrofia delle coscienze, perché è fatta col linguaggio e deve comunicare la libertà, vera e non relativizzabile, delle relazioni umane, la possibilità di esistere in comune. Mencarelli ricorda questa necessità della parola (l’annunciazione, il verbum) di salvaguardare l’habitus originario a scapito della parcellizzazione dell’esistente, per rifondare nuovi “comuni”. Se il verso, nel passaggio tra le due raccolte, tende a modularsi sempre più nervosamente, frangendosi, slittando in accensioni improvvise, a-sintattiche, abbiamo il dovere di sottolineare che questa evoluzione stilistica, virando in direzione del singulto – nonostante il dolore abbia inghiottito la narrazione dei fatti –, prova a cantare, proprio dal baratro della caduta, la potenza dell’essente.
La poesia di Mencarelli rende grazia nel contrastare un male ben individuato nella sofferenza, combatte per contenerlo, non si limita a costatarne l’effettiva presenza:

Quattro

Un letto a due piazze
e quattro anime strette
fuoco di corpi che si scaldano
lasciandosi cullare,
intrecciati sino a non capire
di chi sia il braccio come cuscino
o la mano sulla schiena che carezza,
fusi in un unico destino
che fa della vostra la mia gioia
e il mio dolore il vostro pianto,
sangue nato dallo stesso sangue
che sfida il cielo aperto
su questa zattera a due piazze.

***

Voi venuti come argine
per dare freno e direzione
a questa corsa senza pace,
vostro padre, uomo in piena,
cacciatore di tesori
che esplora il vostro sonno
e trova indizio delle stelle,
promessa di quel che resterà
dopo l’ultimo respiro,
voi amorosi occhi
su cui passerà la mia fine
figli che andrete
anche per me nell’avvenire,
voi la mia bibbia
ancora da scrivere.

(da Figlio, p. 64-65).

Gianluca D’Andrea
(Maggio 2013)