Pierluigi Mele – Tramontalba

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Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea

Tramontalba

Sud. Come termometri sigarette
al carbone fendevano la bocca
d’un nonno officiante di Gramsci
nella piazza, quando il tramonto
ravviava il monotono rosario
al passaggio delle devote. È questa
la mia prima immagine del comunismo.
Con quello mi raccontavano l’offesa
del tabacco malpagato, la vanga – la storia:
a caso prendi due uomini dal mazzo,
chi non sorride è sempre il boia.
Poi non so, si sparigliano le carte, i canti
e soffia falò nero di bandiere.

Maggio, afa di rose nel giardino.
Fuori i gatti salpavano da sotto
le automobili per l’umido mattino,
già squillando nell’azzurro le urla
sincopate del venditore d’angurie
come da un minareto il muezzin di Maometto.
Altra sorte quella d’un cane
a cui la legge dei padri negò i dadi:
sfortunato al gioco del vero, dalla malerba
venivo a darti fuga, ma randagio
è il sangue di chi dispera
libertà con la catena al collo. Certo
insieme avremmo annottato
a seguire il fiuto bavoso della lumaca
sui cardi, ignorando dove l’alba ci avrebbe
scovato, o che l’infanzia fosse il solo
mestiere di tutta una vita.

Ricordo una fontana di crocicchio
dove zingari intrecciavano coi giunchi e salici
i canestri; da lì tornavo con brocche
d’acqua tersa per la casa senz’acqua
domestica. E nel rione zitelle a turno
fare la ronda al cielo davanti agli usci:
per ogni stella una promessa di matrimonio
in soffice cantilena notturna
sotto la bianca scodella della luna.
Tutt’intorno bruciavano le stoppie
all’ombra degli ulivi, torsi
d’un Impero di baroni e grilli.
E il mare: “Chi conosce il Sud sa piangere la morte”,
mare saraceno che risucchia clandestini
amanti come in un film di Vigo.

Sì, tutto è stato digerito.
Come la terra dove nascere
e vivere a rate; là sono i miei risvegli
innevati sulla strasse a tornante d’una San Gallo
frontiera di visioni migrare
tra gli abeti, abbracciare la sera
scambiandola per madre – quando lepri
spuntavano alla tristezza come torce.
Inatteso il favonio arrossava poi
di follia composta le montagne, i volti
dei passanti, le strade – in Svizzera
l’ordine è solo un impiego della natura,
e festante trillava il merlo dal torrente
ovunque lasciando tracce del suo canto,
come il nostro sguardo sulle cose.
Allo stesso modo avrei invidiato
nella provincia da cui scrivo
muovere la rondine i primi richiami
utili alla vita per imballare la scuola
in un pallone, io vissuto nella lingua,
i colori, i giochi che non so, straniero
a me stesso come in grembo.

Sì, hanno gli uccelli tutte le chiavi
del nostro tempo; e come loro
torneremo un giorno alla terra delle zolle,
perché c’è un’età oltre gli atlanti e le stagioni
che resta, anche se noi andiamo.
Un tempo, credo, di tramontalba.


(Testo tratto da: P. Mele, Tramontalba, Edizioni Moscara Associati, Galatina, 2003).

Un grazie speciale a Daniele Greco per il dono.

Gianluca D’Andrea

Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – Marco Belpoliti, “Primo Levi di fronte e di profilo”, Guanda, 2015

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Marco Belpoliti

di Daniele Greco

Leggendo Primo Levi di fronte e di profilo
(Marco Belpoliti, Guanda, 2015)

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«Primo Levi si è sempre opposto a chi leggeva le sue opere testimoniali, in particolare Se questo è un uomo, come opere letterarie: non è un romanzo, ripeteva. Ma al tempo stesso voleva essere uno scrittore, sapeva di esserlo» (p. 355).
Al centro esatto di quest’ultimo lavoro di Marco Belpoliti, Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda, 2015), si trova una considerazione decisiva per provare a guardare in modo corretto all’opera di uno degli scrittori che più di altri ha fatto comprendere il Novecento dei conflitti e di quell’abominevole esperimento che sono stato i lager nazisti.
Nelle oltre 700 pagine di cui si compone il libro, Belpoliti traccia uno degli studi più ricchi e completi sulla vicenda intellettuale e biografica di Levi analizzando una mole imponente di documenti: romanzi, racconti, poesie, fotografie, recensioni, bibliografie, interviste, letture, traduzioni, saggi, spogli lessicali delle singole opere.
Il ritratto che ne esce è quello del “poliedro-Levi” (p. 16), cui Belpoliti si dedica da decenni, rielaborando e riscrivendo molti dei suoi testi per consegnare, più che un saggio tradizionale, “un dizionario, un’enciclopedia (…), un’«opera aperta»” (p. 16) che il lettore può leggere liberamente.
Colui che nel 1948 pubblica con De Silva Se questo è un uomo, dopo l’iniziale rifiuto di Einaudi – l’editore che in quegli anni inseguiva la forma del romanzo – è un uomo della borghesia torinese, di ottime letture, che si è laureato in chimica nel 1941 e nel 1944 è stato deportato ad Auschwitz.
Il suo esordio – afferma Belpoliti – è scritto “in una lingua straniera” (p. 119), che eccede il mero valore testimoniale e sentimentale, di molti altri testi coevi sulla shoah, e rigetta i temi dell’innocenza o della colpa delle vittime, del sacrificio o della loro sacralità (p. 121). Lo sguardo di Levi è fin da quel momento quello dell’ “etologo”, dell’entomologo (p. 123), dello scienziato che scruta come l’animale-uomo abbia potuto concepire e realizzare la deportazione di milioni di suoi simili nei campi di concentramento.
Non è un caso, pertanto, se dopo la conclusione del dittico della guerra, avvenuto nel 1963 con La tregua, alcuni critici e lettori si sono sorpresi della scelta di Levi di pubblicare dei brevi racconti di argomento scientifico e fantascientifico. Storie naturali (firmato con lo pseudonimo di Damiano Malabaila), Vizio di forma, Il sistema periodico segnano un passaggio decisivo nella produzione di Levi, il quale vuole fare emergere le sue doti di scrittore e pensatore onnivoro, di chimico prestato alla letteratura o di scrittore prestato alla chimica.
L’elaborazione del proprio sistema intellettuale, la cui griglia interpretativa lo avrebbe portato a concepire uno dei libri più importanti per capire a fondo il XX secolo, I sommersi e i salvati (Einaudi, 1986), passa attraverso queste prose.
La ricerca di una “congiungente, un meticciato fra le mie due attività (di chimico e di scrittore)” (p. 253) è finalizzata a pubblicare, ne Il sistema periodico, dei racconti che hanno come titolo il nome degli elementi della tavola di Mendeleev e il cui pretesto della chimica, che è il linguaggio della materia, serve a indagare, attraverso la letteratura, qual è il linguaggio della vita.
Ecco come una rilettura de I sommersi e i salvati alla luce dell’intera produzione di Levi e del libro di Belpoliti consentono di cogliere come Levi soppesi, misuri, analizzi al microscopio la natura umana, tra l’aspetto emerso – razionale, sociale e umano – e il fondo sommerso – cieco, irrazionale e animalesco – che sono sempre inestricabili. Colui che si è sempre percepito autore ibrido, un centauro della letteratura, che ha cercato di riunire nei suoi lavori queste due sfere d’interesse, ha lasciato in eredità un modo nuovo di guardare alla realtà che è il cuore del libro di Belpoliti.
Quale migliore lascito dell’opera leviana, segnaliamo nel libro la sezione intitolata “Lemmi” in cui, alla fine di ciascun capitolo, si analizzano le parole-chiave dell’alfabeto leviano (Lager, Tedeschi, Treno, Fantascienza, Ibrido, Animali, Antisemitismo, Chiaro/oscuro, Zona grigia, Memoria, Suicidio…).
I “lemmi” sono la tavola periodica di Levi, ricostruita da Belpoliti, la mappa sulla quale inseguire la multiforme attività di un protagonista del Novecento al quale restituire la centralità che merita, quella di essere stato uno scrittore completo e di prima grandezza e troppo a lungo considerato solo un “testimone”.

Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Saul Bellow, “Il dono di Humboldt”, Rizzoli, 1976

di Daniele Greco

Saul Bellow, Il dono di Humboldt, Rizzoli, 1976

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Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Alice Munro, “Maschi e femmine”, da “Danza delle ombre felici”, Einaudi, 2013

di Daniele Greco

Alice Munro, “Maschi e femmine”, da Danza delle ombre felici, Einaudi, 2013

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Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Giovanni Arpino, “Azzurro tenebra”, Einaudi, 1977

di Daniele Greco

Giovanni Arpino, Azzurro tenebra, Einaudi, 1977

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Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Dario Bellezza, “Morte di Pasolini”, Milano, Mondadori, 1981

di Daniele Greco

Dario Bellezza, Morte di Pasolini, Milano, Mondadori, 1981

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Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Alain-Fournier, “Il grande Meaulnes”, Garzanti, 1981

di Daniele Greco

Alain-Fournier, Il grande Meaulnes, Garzanti, 1981

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Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Antonio Moresco, “Gli increati”, Mondadori, 2015

di Daniele Greco

Antonio Moresco, Gli increati, Mondadori, 2015

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Fabula – Frammenti per la notte (a cura di Daniele Greco). Gaetano Cappelli, “La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo”, Marsilio, 2008

di Daniele Greco

Gaetano Cappelli, La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo, Marsilio, 2008

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Le narrazioni (a cura di Daniele Greco) – Giuseppe Goisis, “Le cento care. Variazioni nel tema”, Musicaos, 2015

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Giuseppe Goisis

di Daniele Greco

I racconti di Giuseppe Goisis

giuseppe-goisis-le-cento-care-variazioni-nel-tema-musicaos-editoreGiuseppe Goisis, bergamasco di Verdello, è attore, registra teatrale, direttore artistico della “Compagnia Brincadera”, scrittore, ed ha pubblicato da poco la raccolta di racconti Le cento care. Variazioni nel tema, Musicaos editore, settembre 2015. Prima del suo ultimo lavoro aveva già all’attivo due romanzi e una raccolta di racconti con case editrici quali Pequod, Baldini e Castoldi, Greco & Greco, oltre a svariate prose pubblicate in volume.
L’approdo alla Musicaos editore, la casa editrice fondata e diretta dallo scrittore, critico e poeta Luciano Pagano, testimonia la prosecuzione del suo percorso di operatore culturale, che vuole indagare anche con la scrittura narrativa le vite irrisolte, le inquietudini personali e gli enigmi di quel teatro cangiante e multiforme che è la vita quotidiana.
Tra le storie di cui si compone il libro, c’è quella dell’ex carcerato che cerca lavoro, lo trova in una compagnia teatrale e in tournée, come tecnico, tra la Norvegia e l’India, scopre che l’arte non coincide per niente con l’idea astratta di fantasia e creatività, ma semmai con la “possibilità di scoprire ciò che già c’è negli essere umani” (Uccelli di terre straniere, p. 14).
Al polo opposto, rispetto a questa emersione alla luce, c’è il nascondimento, la maschera, cui lavora la protagonista del secondo racconto (Makeup52), una truccatrice professionista, ingaggiata da un’associazione benefica, che deve insegnare ai propri pazienti a celare l’avanzata del male, attraverso la cosmesi.
Ancora sotto la cifra del nascondimento è la vicenda di Rosario – forse il racconto più bello e denso – in cui morte e vita legano le vicende di due amici. Giosuè, che perde il padre investito da un’auto, di notte, proprio fuori dal bar nel quale era solito recarsi ogni sera Tobia (un ludopatico con problemi di alcolismo, amico di Giosuè), il quale dei suoi rientri sbronzo a casa non ricordava mai nulla.
In poche pagine Goisis scrive un testo in cui il mistero per la morte del padre di Giosuè resta solo sullo sfondo e, al suo posto, prevale l’inesorabile procedere della vita, con tutti i suoi fraintendimenti, gli ostacoli – come nelle pagine grottesche della tumulazione del feretro – e quel dramma degli equivoci, che rende palese l’intima lontananza dei due amici.
In Matrioska, invece, domina la cifra kafkiana dell’assurdo e del grottesco che vede una famiglia benestante perdere possesso della propria dimora per non avere saputo opporsi alle macchinazioni della governante e a dei misteriosi furti in casa. La sconfitta della razionalità e della logica avviene a vantaggio della potenza malefica del caso, che condurrà i padroni della villa a vivere in una tenda da campeggio nel giardino della propria casa.
L’ultimo racconto, prima del testo teatrale finale, è ambientato in un Sudamerica sanguinario in cui i piani della vita e della morte si confondono nel Remanso – una grande discarica di vivi e morti – in cui lavora Maria, colei che mettendo in ordine quello che resta di cadaveri, scheletri e resti umani, ricorda le atmosfere del Pedro Paramo di Juan Rulfo.
Dalla Norvegia a una corsia di ospedale, dalla bassa bergamasca al sudamerica, fino al palco da cui la parola promana sempre uguale e sempre diversa, i luoghi in cui Goisis ambienta i propri racconti costituiscono senza dubbio la sua geografia interiore di artista e uomo di teatro: quel paesaggio fatto di uomini e storie dalle quali trarre il momento subliminale, lirico, evocativo, ma anche assurdo e grottesco, che possa avere il valore di una testimonianza universale.
In questo senso è esemplare l’ultimo brano della raccolta, Eroi, che è anche un testo teatrale della Compagnia Brincadera, e che vale come la dichiarazione di poetica del suo autore. Il mondo, sembra dirci Goisis, assomiglia a tutti questi “eroi” che nel corpo a corpo quotidiano con le proprie contraddizioni diventano emblematici del modo in cui ciascuno, nella propria vita, dovrebbe accogliere il caso, custodire gli imprevisti ed essere indulgente verso i propri errori. A ben vedere – ma forse ce ne dimentichiamo troppo spesso – tutti tratti che dovrebbero accomunarci, delineando il ritratto di cosa significhi restare umani.