LETTURE di Gianluca D’Andrea (5): IL TEMPO?

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Mario Martinelli, Elan vital (2007) ©. (Fonte: mariomartinelli.it)

di Gianluca D’Andrea

«poiché vi sono molte estremità che appartengono anche a diversi segmenti, le cose giudicate saranno molte e separate e differenti, e per certi versi non ancora separate, poiché il centro era in un certo senso molti, e ciascuno di questi molti discerne l’affezione sul proprio particolare segmento. Ma poiché ciò che è formato da tutti loro è uno e indifferenziato, ed identico sotto ogni aspetto, ciò che discerne sarà esso stesso una cosa sola, e discernerà [i differenti aspetti] simultaneamente».

Alessandro di Afrodisia
Spiegazione di un passo del [Libro] III [del] “De Anima”,
in cui Aristotele dimostra come esista un qualcosa per mezzo
del quale percepiamo simultaneamente tutto.

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«un “certo tempo”, ma non il tempo stesso […]; un “certo tempo”, ma nessun tempo che possa a rigor di termini dirsi “adesso”, in quanto l’”adesso” costituisce il risultato del processo del “dire adesso” nell’anima, e dunque non può, da parte sua, determinarlo. È un altro tempo; per quanto il tempo non possa ammettere delle varietà di sé, esso può ben essere diverso da qualunque tempo.
[…] Nella circonferenza e nel raggio, dopo tutto, può esser presente il singolo punto, ma in entrambi si può anche intravedere il movimento di un’ulteriore facoltà: quella che consente di tracciarli».

Daniel Heller-Roazen
Il tatto interno – Archeologia di una sensazione

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In fondo cos’è questo soggetto che traccia la sua scomparsa? Immerso in una forza attrattiva che chiamiamo tempo (“tempo impercettibile” secondo Aristotele), esso segnala la paura della propria caduta. In questa necessità riafferma la propria, ma non solo, presenza.
Che l’aisthēsis non sia nient’altro che la percezione di questa paura? Ogni nostra creazione vive in questo margine, l’orlo della scomparsa da cui si rende sempre un’ultima traccia.

LETTURE di Gianluca D’Andrea (4): NUOVO CIELO, NUOVA TERRA

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Mario Martinelli, L’ombra e l’evaporazione dei corpi (2008) ©. (Fonte: mariomartinelli.it)

di Gianluca D’Andrea

«Dovrei trovare un nuovo cielo, una nuova terra»
(W. Shakespeare, Antonio e Cleopatra, Atto I, Scena I)

Costantemente “creiamo” un nuovo cielo, una nuova terra. Non troviamo nulla, finita da sempre l’illusione della scoperta, è evidente una volontà sfibrante di macchinazione. Non si “trova” neanche il piacere dell’esplorazione, ideale romantico, ideale dell’individuo sognante nella sua infanzia. Il fatto che in periodi della nostra storia – individuale e collettiva – l’eccitazione del “nuovo” fosse collegabile alla scoperta del “mai visto”, non è più necessario in questa “attualità” infinita che è il nostro presente (ma è mai esistita un’epoca “attuale”?). La visione è coinvolta e l’originalità dello sguardo sembra ridotta, inflazionata dalla continua ripetibilità e dal rispecchiamento.
Dalla lente allo schermo, non sembra essere un “vero” sguardo nell’Altro, ma una metamorfosi dell’auto-osservazione. La finzione del guardare fuori rende superficiale ogni capacità introspettiva, ogni altro sguardo. È una resa a se stessi che rende necessario uno sguardo dell’origine – spenta, come detto, l’originalità dello sguardo. Il passato è un residuo da reinventare, il sogno infantile di una nuova mitologia. Reinventando i dati del passato, forse, si può ri-creare il futuro.

«Le verità saranno reputate favole, mentre adesso pur delle favole formate a mezzo son reputate verità» (W. Shakespeare, Antonio e Cleopatra, Atto II, Scena II).

Le mezze favole costellate dalle voci ipocrite che non hanno il pudore di tacere il proprio narcisismo. La maschera che cerca consenso, un amore tanto fasullo da non riconoscere la propria falsità: il buon senso diffuso, non “comune” ma spacciato per speciale, unico, che tenti con la pietà imposta un proprio speciale modus. Il coraggio di chi non espone la propria sofferenza, dov’è?

«La fedeltà lealmente mantenuta agli sciocchi trasforma la nostra onestà in pura follia» (W. Shakespeare, Antonio e Cleopatra, Atto III, Scena XIII).

Anche la fedeltà sembra una questione di potere, proprio ora che «il potere è imploso e la corruzione della carne è diventata l’eziologia di una malattia collettiva» (V. Frungillo, Spinalonga – un dramma sulla corruzione, p. 5). Corrotta è la visuale, l’occhio – un pezzettino della carne da cui entra, ma a distanza, il mondo: «Meno male che ho le orbite vuote. Vedrò ombre di ombre» (ibid., Atto I, Scena 2).
Forse saremo costretti a guardare con altro occhio un altro mondo, come sempre d’altronde. La vera scomparsa è tattile – dalla carezza e lo scontro al ticchettio – e il contatto (l’amore?), una mutazione.
«La morte [è] null’altro che la mera assenza di qualunque aisthēsis» (Daniel Heller-Roazen, Il tatto interno – Archeologia di una sensazione, p. 17), dove per aisthēsis s’intende la percezione sensoriale indecifrabile e che confondiamo con l’autocoscienza. Il problema, in fondo, è che non è possibile una “vera” conoscenza, e il fatto di percepire, “sentire”, non implica un raggiungimento dello scopo di conoscenza. Non è considerabile uno scopo, non si afferma una verità.
Il baluginare dell’amore non può fissarsi oltre il trasporto momentaneo, contingente; non è ab-soluto. La morte, allora, è solo assenza di percezione? resta la domanda su cosa sia l’aisthēsis.