Per il fine settimana (il paesaggio) – Andrea Zanzotto

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Giorgio Dario Paolucci, Monfumo, 1967

Per il fine settimana (il paesaggio) – Andrea Zanzotto

e ogni fioca paralisi
ogni aberrata biologale frana

(IX Ecloghe, Ecloga V, vv. 60-61)

IN BASSO

Sull’immenso declivio dei greti
oltre i limiti del vento
i paesaggi si spengono in foglie
e tenta il sole nuvole remote.

Tanto godé chi visse
che la ricca memoria marcisce
e di bellezza l’anima è stanca;
alle sterili cacce ora s’accende
e nei boschi affonda
i cammini pesanti
in basso, dove al lume
di morenti bufere
nobili cani e uccelli
incalzano l’ultimo autunno.

Dei ruscelli fantasia
di bimbi ignari non resta
che una trasparenza di gelo.

Ma se appari
sulla strada, improvvisa,
e chini il capo sorridendo,
ancora un raggio ha il tuo monile.

(da Dietro il paesaggio, 1951).

*

NOTIFICAZIONE DI PRESENZA SUI COLLI EUGANEI

Se la fede, la calma d’uno sguardo
come un nimbo, se spazi di serene
ore domando, mentre qui m’attardo
sul crinale che i passi miei sostiene,

se deprecando vado le catene
e il sortilegio annoso e il filtro e il dardo
onde per entro le più occulte vene
in opposti tormenti agghiaccio et ardo,

i vostri intimi fuochi e l’acque folli
di fervori e di geli avviso, o colli
in sì gran parte specchi a me conformi.

Ah, domata qual voi l’agra natura,
pari alla vostra il ciel mi dia ventura
e in armonie pur io possa compormi.

(da IX Ecloghe, 1962).


Il paesaggio come eros della terra (estratto)

…Ma la poesia “realizzata”, anche quella riconosciuta (ma sempre a posteriori) come la più conscia delle leggi stilistiche soggiacente ai propri meccanismi espressivi, è in realtà connessa a un enigmatico-angosciante processo di “genesi” dagli esiti imprevedibili, configurandosi come groviglio inestricabile di fantasmi che aderiscono al vissuto individuale. Questo vissuto primo è per me il paesaggio…

…Il paesaggio, a ben vedere, ovvero quello che noi chiamiamo «paesaggio», irrompe nell’animo umano fin dalla prima infanzia con tutta la sua forza dirompente; da questo “stupore” iniziale ha origine la serie interminabile dei tentativi (tattili, gestuali, visivi, olfattivi, fonatori…) compiuti dal piccolo d’uomo per giungere ad esperire le cose come si verificano; ma fino a quel momento egli deve illudersi, avvertendo soltanto una specie di “movimento di andata e ritorno”, o di “scambio”, tra l’io in continua e perenne autoformazione e il paesaggio come orizzonte percettivo totale, come “mondo”. Il mondo costituisce il limite entro il quale ci si rende riconoscibili a se stessi, e questo rapporto, che si manifesta specialmente nella cerchia del paesaggio, è quello che definisce anche la cerchia del nostro io…

…il paesaggio diviene […] qualcosa di “biologale”, una certa qual trascendente unità cui puntano miriadi di raggi, di tentativi di auto-definizione, di notificazioni di presenza. – In altre occasioni, ma toccando i medesimi argomenti, ho sottolineato l’estrema fragilità di questo «esile mito» (bella l’espressione di Vittorio Sereni) paesistico, più che mai esposto al pericolo di una disintegrazione nei momenti di forte crisi, sia sociale che individuale: in entrambi i casi, infatti, vengono scosse le stesse colonne portanti dell'”io”, della possibilità stessa del costituirsi dell’idea di “essere umano” -.
Questo paesaggio creato o concreato dall’uomo, che è manifestazione di un rapporto continuo di gioia ma anche di fuga, di difficoltà, di spaventoso mancamento, può dare almeno una vaga idea di ciò che può essere il paesaggio come manifestazione di un eros insito nella natura: un eros della natura verso la natura e della natura verso l’uomo, in quanto si è dentro un sistema, ci si sta dentro, insomma.

(Il paesaggio come eros della terra, in Per un giardino della terra, a cura di A. Pietrogrande, Olschki, Firenze, 2006, pp. 3-7; ora in Luoghi e paesaggi, a cura di M. Giancotti, Bompiani, Milano, 2013, pp. 29-38).

***

Resta ferma […] la convinzione che la poesia debba ostinarsi a costituire il “luogo” di un insediamento autenticamente “umano”, mantenendo vivo il ricordo di un “tempo” proiettato verso il “futuro semplice” – banale forse, ma necessario – della speranza.

(Sarà (stata) natura?, in Coscienza e conoscenza dell’abitare ieri e domani. Trasformazione e abbandono degli insediamenti nella Val Belluna, a cura di A. Bona, A. Alpago Novello, D. Perco, Belluno, Provincia di Belluno – Museo etnografico della provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, 200, pp. 57-58; ora in Luoghi e paesaggi, cit., p. 153).


Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011)

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Andrea Zanzotto – Illustrazione di Marta Pegoraro © (2012)

Opere di poesia: Dietro il paesaggio (1951); Elegia e altri versi (1954); Vocativo (1957; 2a ed. ampliata 1981); IX Ecloghe (1962); La Beltà (1968); Gli sguardi, i fatti e senhal (1969, poi 1990); A che valse? (Versi 1938-1942) (1970); Pasque (1973); Filò (1976, con una lettera di F. Fellini, e una nota dell’autore; poi 1988); II Galateo in bosco (pref. di G. Contini, 1978); Fosfeni (1983); Idioma (1986); Meteo (1996); Ligonàs (1998). Le poesie e prose scelte sono state raccolte nei “Meridiani” (1999); hanno fatto seguito Sovrimpressioni (2001), Conglomerati (2009). La sua prosa narrativa e critica è raccolta in Racconti e prose, intr. di C. Segre (1990; poi, con ampliamenti, 1995); Fantasie di avvicinamento. Le letture di un poeta (1991); Aure e disincanti del Novecento letterario (1994); Europa melograno di lingue (1995); infine Scritti sulla letteratura (2 voll., 2001). Meditazioni autobiografiche nella conversazione con F. Simongini, Il nido natale come una catacomba, in “Lingua e letteratura”, 14-15 (1990); autoritratti sono in “L’Approdo letterario”, 77-78 (1977) e in “L’Ateneo veneto”, 18 (1982); ed ora: Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura (2007).

Per il fine settimana (omaggio alla pianura) – Philippe Jaccottet

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Colli Euganei

Philippe Jaccottet – da Libretto, Scheiwiller, Milano 1995

Trad. di Fabio Pusterla

librettoDalla pianura del Po

Adesso, la dogana severa delle montagne è ormai scordata: non sono null’altro che una fumata di profumi, d’incenso, specchi velati eretti sopra zoccoli di bruma.
I pioppi, giallognoli o fulvi (dipende dagli anni, dalla loro varietà?), parlano piano attorno ai prati brillanti che delimitano, e l’aria prende i colori dell’iride.
Questa perpetua vibrazione delle foglie catturate da una leggera bruma: davvero è solo un caso, o non è forse qualcosa che in tal modo ci viene suggerito? Se non di dar loro risposta, almeno di saper vedere (ed è come un soffio di freschezza che ci ravviva un istante, un ruscello di foglie), intanto che altre, quelle vere, più furtive, si sono risvegliate anch’esse in ogni dove, brillano anch’esse, moltiplicano la luce senza peso di marzo o d’aprile.
Mi sorprendo a preferire questa pianura a quasi ogni altro paesaggio d’Italia di cui mi rammento.
Vasti recinti che le loro alte barriere non chiudono, proprio come le parole, non oscurando la pagina, collaborano a svegliarvi, o magari a stirarvisi, una figura sconosciuta.

Dalla pianura del Po, verso Bologna

Il giorno declina, il sole è dietro di noi. Un’ombra di fatica si annuncia, in cui si precisano miraggi di cibo: tutta la bellezza del mondo non ci farà saggi o angeli. Perché non siamo soli a scivolare su questo celeste pendio, perché è necessario questo vociferante, rischioso traffico di città in città, e come è possibile che qui si dia accesso a tanti rozzi stranieri? C’è forse qualcuno che sappia apprezzare, amare questo paese come noi? (Così questo principio di stanchezza suscita inezie deliranti).
Ma, rispondendo alle pergole nude di val d’Aosta, ecco i frutteti d’Emilia, già sfioriti alcuni, questi grovigli di legno tra bruno, grigio e rosa che accoglieranno, sospeso alle loro corde, ogni frutto delle Georgiche. E sulla nostra destra, da qualche tempo succede qualcosa; la pianura produce, come un vapore azzurro, delle colline, proprio nel modo in cui il sogno può a volte generare una dormiente inaccessibile: i Colli Euganei. Le fattorie hanno il colore del sangue di porco e il nobile equilibrio dei palazzi. Tra i loro pilastri squadrati si ammucchiano i lingotti della paglia.

(Là, dunque, il nostro preludio, ad ogni annuncio di primavera, ancora fresco, suonato da flauti di madreperla e spinette dorate, strumenti che forse noi soli ascoltavamo, rapidi, accompagnati da tutta l’orchestra invisibile dell’aria, al nostro servizio.
Prime battute d’argento, di bruma e di giada).


 

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Philippe Jaccottet. Photo: J. Sass © (2003)

Philippe Jaccottet (Moudon, 30 giugno 1925) è un poeta, traduttore e critico letterario svizzero. Dopo gli studi in lettere all’università di Losanna, ha vissuto a Parigi per un breve periodo, lavorando come corrispondente dell’editore Mermod. Nel 1953 si è stabilito a Grignan, nel Sud della Francia, con la moglie pittrice.
Traduttore in francese dal greco (Odissea), dal tedesco (Goethe, Hölderlin, Rilke, l’opera omnia di Robert Musil), dall’italiano (Leopardi, Carlo Cassola, Giuseppe Ungaretti, Giovanni Raboni) e dallo spagnolo (Góngora).
È oggi considerato uno dei maggiori poeti europei, più volte candidato al Premio Nobel, autore di un’opera dal lirismo asciutto, che interroga la natura, la morte, l’essere al mondo con bisogno preoccupato di rigore etico. Oltre all’opera poetica, ha pubblicato numerosi volumi in prosa, diari, riflessioni sulla poesia e sulla traduzione ed è autore di acuti articoli di critica sulla poesia francese.