FURY

fury

di Francesco Torre

FURY

Regia di David Ayer. Con Brad Pitt (Don “Wardaddy” Collier), Logan Lerman (Norman Ellison), Shia LaBeouf (Boyd “Bible” Swan), Michael Peña (Trini “Gordo” Garcia), Jon Bernthal (Grady Travis).
Usa 2014, 134’.

Distribuzione: Lucky Red.

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Tra le macerie di un campo di battaglia, dal fumo degli armamenti e dalla nebbia emerge un soldato in sella ad un cavallo bianco. Una visione mitica, quasi onirica se non fosse per i crudi dettagli dei massacri appena compiuti. È la prima immagine di Fury, e definisce sin da subito, con l’ausilio di una riconoscibile simbologia e di una colonna sonora dagli accenti esageratamente lirici, l’adesione del regista/sceneggiatore David Ayer ad un approccio estetico iperrealistico, che predilige il primissimo piano al totale e l’astrattezza di un dettaglio di carne umana brutalmente strappato alla vita, alla complessità semantica di una composizione figurativa. Una scelta di rappresentazione che rimanda più al Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn che alla tradizione del war movie americano, che non lascia spazio a riflessioni sul contesto storico né a ricostruzioni filologiche degli scenari politici e delle strategie belliche, che nega qualsiasi incursione dell’extra-filmico nelle dinamiche drammaturgiche interne. Hic et nunc, i personaggi, la storia – e per esteso la Storia – galleggiano così nel mare di un eterno presente, particelle elementari di un disegno organico ancestrale: la lotta per la sopravvivenza.
1945. La Seconda Guerra Mondiale volge al termine. Nonostante la strenua resistenza dell’esercito nazista, gli americani avanzano nel territorio tedesco con superiorità di uomini e mezzi. Tra di essi Don “Wardaddy” Collier e la sua collaudata squadra a bordo di un carro armato. In procinto di una nuova sanguinosa missione per recuperare truppe amiche su un fronte scoperto, l’equipaggio accoglie all’interno di quella che tutti chiamano la loro casa Norman Ellison, giovanissimo dattilografo spedito per errore sul campo di battaglia e per nulla avvezzo all’odore del sangue. Recupereranno i commilitoni in pericolo e occuperanno una cittadina tedesca, non senza sacrifici umani, fino a trovarsi faccia a faccia con la morte nell’inferno di un’avventura suicida.
Esplosioni di fuoco, proiettili traccianti, nuvole di fumo. Colori sporchi, prevalentemente, e mai illuminati dal sole. Nonostante l’ampio, forse anche esagerato uso degli effetti speciali digitali, Ayer non si discosta mai da quella che potremmo chiamare illusione della realtà, trasformando l’esperienza bellica in una visione quasi allucinatoria, costantemente angosciante. Sebbene, infatti, sia in procinto di vincere definitivamente la guerra, per l’esercito americano non vi è un solo istante del film in cui non vi sia dietro l’angolo l’ipotesi di una disfatta. E tale sentimento di dissoluzione imminente non si esprime unicamente nelle scene di azione. fury-brad-pitt-logan-lerman-eugenia-kuzmina-729Registicamente, anzi, la sequenza più audace è l’unica di ambiente “domestico”, che prende il via quando Don e Norman, perlustrando un appartamento della città occupata, scoprono la presenza di due donne terrorizzate, la quarantenne Irma e la giovane e bella cugina Emma. Il comportamento dei due uomini non è casto, ma nemmeno propenso all’abuso. Così, il suono di un pianoforte e una tavola apparecchiata costruiscono ben presto un ambiente di pace ritrovata, forse anche di bellezza. Quando il resto dell’equipaggio irrompe in quelle stanze, però, è come se quell’oasi venisse d’un tratto corrotta da lussuria, disprezzo, barbarie, e la scena si trascina – tesissima – con molte curve e sorprese, fino a una degna conclusione nichilistica.
«Gli ideali sono pacifici, la Storia violenta». Questo l’assunto di fondo, la direzione verso cui marcia, o vorrebbe marciare, la narrazione del film. Ed è per avvalorare questa discutibile tesi (Chi l’ha detto che tutti gli ideali siano pacifici? Forse lo erano quelli dei nazisti? Forse lo sono quelli capitalisti?) che in Fury l’attenzione si sposta quasi sin da subito da Don a Norman, vale a dire dal simbolo della violenza al portavoce di un ideale cristiano e pacifista. Pur non negando al primo la possibilità di una redenzione (poco credibile, peraltro, soprattutto quando il nostro mostra di conoscere a memoria interi passi della Bibbia), è il secondo che verrà costretto a compiere un perfetto arco di trasformazione. Perno morale del film, Norman è dichiaratamente lo strumento offerto allo spettatore per far sua l’esperienza bellica, sprofondare nell’orrore della carne morta, vedere la disperazione negli occhi del nemico e giustificare la rabbiosa reazione, perché – ed è questo un altro assunto del film – «la guerra ti dà coraggio». Ma è proprio tale struttura drammaturgica, così ancorata al genere, così stereotipata nei suoi passaggi principali (vedi la scena di iniziazione, con Don che costringe Norman a compiere il suo primo omicidio), a normalizzare, standardizzare e infine disperdere l’energia quasi anarchica, astratta delle immagini.
Così, se già nella prima parte del film sorprendevano in negativo alcune scelte di dialogo e rappresentazione dei personaggi (perché non c’è un minimo di solidarietà tra i commilitoni? Ed è credibile che in quel carro armato si siano radunate menti tanto raffinate, capaci di eruditi sofismi – «Gesù ama Hitler?», si chiederà uno dei soldati – e di una così lucida prospettiva critica sulla propria esistenza?), la seconda parte ci conferma che il tentativo, neanche troppo velato, dello script non era quello di mostrare ma di dimostrare. Cosa? Che la guerra è indispensabile, che quello dei soldati è un sacrificio salvifico, che i principi maschilisti di Dio e Patria vanno rivendicati, che la guerra è la vera “casa” dell’uomo. Sembra quasi di risentire la metafora di American Sniper sulla suddivisione della società in «pecore, lupi e cani da pastore», e la celebrazione di questi ultimi in quanto «quelli a cui Dio ha donato la capacità di aggredire e il bisogno incontenibile di difendere il gregge». Un precipizio reazionario che avvicina eticamente l’ultimo Eastwood a questo Ayer, ponendo invece ironicamente agli estremi Brad Pitt (qui comunque iconico) e Angelina Jolie, regista del progressista Unbroken. Probabilmente revanscista, sicuramente opaco, Fury trova così approdo coerente in un’assurda sublimazione dell’atto del martirio, un gesto che, a ben pensarci, segna un degno parallelismo con le azioni suicide dei terroristi della Jihad, anche e soprattutto nell’esplicito riferimento alle sacre scritture. Una prospettiva storica che rende ancor più incredibile, effimera, strumentale, quasi propagandistica, la riabilitazione dei valori umani che il finale regala al pubblico.

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La citazione: «Il mestiere più bello del mondo».

AMERICAN SNIPER

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Una scena dal film AMERICAN SNIPER

di Francesco Torre

AMERICAN SNIPER

Regia di Clint Eastwood. Con Bradley Cooper (Chris), Sienna Miller (Taya Renae).
Usa 2014, 134’.

Distribuzione: Warner Bros.

Sguardo dritto sull’azione, con rare concessioni allo spettacolo estetizzante della guerra e alla soggettivazione delle immagini, l’ultimo film di Clint Eastwood sembra rifarsi dal punto di vista estetico e linguistico a modelli cinematografici abbastanza lontani dal suo consueto stile neoclassico. Ma se la messinscena tradisce ambizioni naturalistiche e antiretoriche (rimandando agli esempi di Kathryn Bigelow o di Paul Greengrass), pure la struttura drammatica utilizzata per tradurre sullo schermo la vera avventura umana di Chris Kyle – cecchino soprannominato “The Legend” per aver ucciso in Iraq 160 nemici accreditati e morto negli States per mano di un reduce di guerra con disturbo post-traumatico da stress – sembra corrosa da fondamentalismo ideologico e costruita secondo i più convenzionali schemi della tragedia contemporanea: la rappresentazione del mito fondatore (l’infanzia, la rigida schematizzazione sociale impartita dal padre, il primo approccio col fucile); la consapevolezza di responsabilità superiori (la difesa della patria) e di doti straordinarie da mettere al servizio della causa; l’intima angoscia per un destino di sacrificio e rinunce; la fine violenta.
Bidimensionale e affrettato, il risultato esibito è la selezione antologica (ma senza analisi critica) della vita di un soldato (non così) semplice secondo il più classico dei paradigmi reazionari: “Dio, patria e famiglia”. Come già in Mystic River, però, il finale recupera con forza l’immagine della bandiera stars and stripes, abbandonando il profilo universale e laico dei significati per legare indissolubilmente l’avventura umana del protagonista al destino di una singola nazione. Un destino glorioso e tragico insieme, sembra suggerire Clint Eastwood, confermandosi portavoce di una prospettiva interventista qui peraltro teorizzata con la metafora zoologica, esposta dal padre di Chris Kyle quasi all’incipit del racconto, della suddivisione della società in «pecore, lupi e cani da pastore». Uno schema talmente statico e conformista da far tornare alla memoria le parole di un più fine pensatore partenopeo, il quale a chi gli chiedeva di scegliere tra “1 giorno da leoni e 100 da pecora” rispondeva: «Non si può fare 50 da orsacchiotto»?

La citazione: “E’ il paese più bello del mondo e farei di tutto per proteggerlo”.


Articolo pubblicato su “Il Quotidiano di Sicilia”, del 15.01.2015