Cesare Viviani – 6 poesie da “Osare dire” (Einaudi 2016)

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Composizione fotografica di Ruggero Pellegrin e Marta Gambazza: Vedenti © (Fonte: Notizie comuni italiani)

osare_direTra lo gnomico e il didascalico, Osare dire, di Cesare Viviani, impone un senso di inaderenza che toglie fiato. Già a partire da Silenzio dell’universo, il tentativo “esistenziale” dell’autore toscano imprime, e proprio nella direzione mistico-contemplativa agognata, un eccessivo distacco dalle “lordure” materiche. Così la lingua, proprio per via del distacco, si semplifica fino all’appiattimento, non sorprende “criticamente” il mondo lasciandolo vibrare nella totale indistinzione. La poetica, stucchevole ormai, del distacco identitario non si rinnova e non aggredisce linguisticamente la sponda negativa del reale, ma si lascia trascorrere nello stesso flusso indistinto, rilevando – senza strumenti di setaccio convincenti – soltanto la stessa indistinzione. Ma oggi, in tempi postumi e non semplicemente post-identitari, è veramente necessario lasciarsi andare alle cosiddette “cose ultime” o mantenere quel “riserbo” spacciato per valore, il cui unico azzardo, però, è l’allontanamento dai fatti?
In questo smorto paesaggio, che abbonda in autoreferenza, salviamo dei testi che, almeno sul piano concettuale, mantengono in piedi la spoglia del vero.

Gianluca D’Andrea


Cesare Viviani – Osare dire (6 testi)

Quando il cielo si tinge di nero,
a buio,
gli affaticati che ottengono
un giusto riposo a casa
non siamo noi,
affannati a smontare
e a rimontare il vero.

*

Cresceva il non essere.
E chi l’avrebbe fermata l’onda celeste
che scendeva dal cielo a portare il vuoto
e lo diffondeva nell’aria,
e allora c’era chi reagiva
con il sollevamento pesi o con gli addominali,
chi scaraventandosi dal primo cliente
a insistere
per concludere un contratto,
chi si indebitava per comprare una macchina suv,
chi correva in chiesa a supplicare Dio
d rimediare a tutto.

*

Chi non si impegna
resta nella fossa, tale e quale
l’hanno calato.
Chi invece vuole acquisire
uno stato migliore, si dà da fare,
cerca il pertugio per arrivare
al buio più profondo,
all’assoluta quiete,
all’eterno immutabile.

*

Immagine resisti, resisti,
non mi privare della speranza
che un giorno tu possa essere vera,
scoperta dal puro sentire.
Un peso secolare grava
sull’organo del cuore.
E ora non c’è più presenza,
ma tante assenze
che si richiamano
all’insaputa di tutti.

*

E se fossimo noi luce del giorno,
e non il sole?
Acquietarci nel nostro essere vero,
finalmente trovato, essere noi
anche portatori di tenebre,
col tremolio del riposo e del sogno.
E se il tempo fosse solo pensiero?
Ma dall’universo provengono
le alterazioni del corpo
e la febbre.

*

È passata la vita,
e non ce ne siamo accorti.

IN GENERE RITUS di Andrea Ponso – Babeli lillipuziane. La “fede” nel nascere e la disperazione della “promozione”

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tzimtzum-1 (David Baruch Wolk ©)

di Andrea Ponso

IN GENERE RITUS – Babeli lillipuziane. La “fede” nel nascere e la disperazione della “promozione”

Fede e speranza non possono non vivere se non oltre e, nello stesso tempo, dentro i codici e i linguaggi. Solo se non vengono attestate e codificate linguisticamente e formalmente, diventando dottrine e concetti o ideologie, allora solo sono in grado di abitare con grazia sia i concetti, sia i codici e i linguaggi, sia le dottrine e le forme, incarnandosi in esse. Pare essere questo il paradosso della fede, e in questo sta anche il suo travaglio e il suo “sacrificio”. Giuseppe Barzaghi non si stanca di ripetere che la stessa dialettica “ha un’anima sacrificale”:

«La sacrificalità, la capacità di sacrificio – qualità per nulla passiva ma attiva […] – corrisponde alla complessiva dinamica dialettica dell’argomentare […] la dialettica ha un’anima sacrificale! Smontare e rimontare; scomporre e ricomporre: questa è la sua anima» (G. Barzaghi, L’originario. La culla del mondo, Ed. Studio Domenicano, Bologna 2015, p. 66).

Se non possiamo mai cadere per intero nella compiutezza del pleroma realizzato – e forse mai del tutto nemmeno nel nulla e nel nichilismo totale – questa maledizione e insieme salvezza la dobbiamo proprio ai codici, ai linguaggi, alla dialettica e ad ogni mediazione che sia orientata all’esperienza dell’immediatezza: la dobbiamo, insomma, alla nostra finitezza antropologica – quella stessa finitezza che, in ambito di fede, è stata abbracciata nell’incarnazione.
Abitarli da stranieri, questi codici, come persone che “passano” e lasciano, senza tuttavia disprezzarli o distruggerli – da par-oikos – sembra essere l’unico modo per viverli fino in fondo senza morirne a metà. Questa morte a metà, in effetti, sarebbe l’unica vera fine: sia nella completa padronanza e proprietà di tali mediazioni, sia nel loro annientamento senza riserve. Da questo punto di vista, allora, potremmo parlare di due tipi di medietas: l’una, mortifera, è quella che, come nelle parole evangeliche del chicco di grano, non muore e, quindi, “rimane sola” (Gv); l’altra, invece, accettando la finitezza e la stessa morte, non cercando di “salvare la propria vita”, produrrà molto frutto. Quest’ultimo tipo di medietas è quindi, paradossalmente, il vero estremismo, la vera radicalità.
Potremmo anche fare un passo ulteriore, in questa direzione e prendere a prestito dalla mistica ebraica e cabbalistica quella che viene chiamata la “parte sinistra della creazione”: si tratterebbe del non-nato, di ciò che non si manifesta nel processo di creazione divina – ciò che si ritira, come la stessa infinità divina tramite lo tzim-tzum: è un lasciare spazio affinché tutto l’altro nasca e avvenga come evento. In questa apparente metafora negativa possiamo scorgere invece un’immagine attiva e potentissima della speranza in atto.
Questo negarsi ogni volta di nuovo alle declinazioni del nascere (ai codici e ai linguaggi), che nella mistica arriva fino all’abrogazione di ogni costruzione o immagine linguistica del divino, ad esempio in Eckhart, ci colloca in una posizione propriamente rituale in cui si nasce insieme ad ogni declinazione del soggetto e del divino, senza mai cadere nella reificazione oggettuale dell’uno o dell’altro. Si tratta di quel pre-categoriale tante volte richiamato, e che lo stesso Husserl ha cercato di indagare. Pare proprio che sia questo lo spazio in cui la speranza e la misericordia come apertura all’evento, a qualsiasi evento, debbano essere ogni volta recuperate nella loro imprendibile e concretissima natività: non a caso, la misericordia ha una radice, nell’ebraico, che richiama le viscere e, in particolare, proprio il luogo della nascita, cioè l’utero.
Una delle più sconvolgenti parabole evangeliche sembrerebbe richiamare proprio questo pre-disporsi (logicamente impossibile, ma esteticamente praticabile) all’abbandono e, quindi, alla fiducia o fede, nella grazia dell’altro/Altro. Si tratta, naturalmente, della parabola di Mt 6, 25-34. Essa ci chiama ad abbandonare ogni affanno: ma cos’è, in fondo, questo “affanno”? Sicuramente quello legato ai beni materiali di sostentamento ma, più in profondità, forse è anche l’affanno e l’attaccamento ai nostri codici del sapere, del pre-vedere e del ri-cordare. Essa, quindi, ci chiama al presente del nascere, a quella fede nell’evento che può non essere solo di tipo religioso, ma che abbraccia, anticipandola, ogni possibilità di vita e di opera.
Nella scrittura e nell’arte in genere anche il più piccolo gesto è, in fondo, sostenuto da questa intrinseca fiducia che qualcosa accada, che l’evento semplicemente si accordi, almeno per un attimo, al suo nascere. Poi, tuttavia, si rientra nel meccanismo linearizzante del tempo: non si è più nella dinamica antropologica e sacra della “festa”, della nascita e della sua gratuità. Si deve quindi ripetere questa paradossale nascita, cercarla o, meglio, lasciarci trovare da essa.
Ma per raggiungere questa povertà, per prendere atto esteticamente della sua presenza intoccabile e onnipervasiva, occorre una “ricchezza” di mezzi, di pratiche e di mediazioni non comuni e, soprattutto, mai possedute in maniera definitiva. Nel testo inteso in questo senso, come nel rito, c’è bisogno di un oblio e di una dimenticanza sia prima dell’opera che dopo la sua fine. Occorre prima predisporsi ad un ascolto incessante (che andrà dimenticato proprio nella sua applicazione pratica nell’opera) e poi un’altrettanta capacità di non trattenere, affinché l’evento presente dell’opera non diventi un fardello e un intralcio (a volte cercato e invocato con tutte le nostre forze). L’opera, come ci ricorda un titolo di Cesare Viviani, va davvero lasciata sola. Essa può essere indicata, nella lingua, ma solo indicata, in un “ecco”, in un “questo” che, tuttavia, già la cancellano.
Abitare l’equilibrio di questi indicatori grammaticali significa, ogni volta, provare a praticare la semplicità dell’evento e del suo esporsi al nascere. In quel preciso momento non c’è autore come proprietario del gesto, e non c’è opera come oggetto: è un momento neutro, dove il neutro sprigiona tutta la sua presenza singolare e plurale insieme. In quel presente, una volta sperimentato, diventa veramente poca cosa, a livello esperienziale, il “dopo” naturale dell’opera: la sua collocazione, la sua critica, il favore o meno del pubblico, la fatica di proporsi o di imporsi. E anche per questo motivo mi risulta incomprensibile, per molti aspetti, l’identificazione strettamente soggettiva tra il prodotto estetico e il suo autore; come del resto è pura idealità velleitaria la famigerata scomparsa del medesimo. Si tratterebbe, invece, di qualcosa che va davvero oltre l’idea autoriale e il suo contrario.
Non si intende negare la gratificazione e il piacere che possono venire dalla ricezione positiva del proprio lavoro, ma credo sia necessaria una distanza salutare, un disinteresse liberatorio e luminoso nei confronti di questo e anche delle false preoccupazioni relative ai cosiddetti “posteri” e ai loro “giudizi” perché proprio questi, da tale prospettiva, oggi, possono diventare il motore nascosto del relativismo estetico in cui viviamo e prosperiamo, nessuno escluso.
Ed ecco allora che, negli eccessi del presenzialismo e dell’auto-promozione, nell’istituzionalizzazione e storicizzazione effimera dell’opera da parte di una critica che non esiste praticamente più, nell’insistenza della “promozione” del valore della poesia e del letterario in quanto tali, nella pletora infinita di eventi, letture, presentazioni, festival ecc., mi sembra di percepire propriamente una mancanza d’essere dell’opera stessa in quanto evento e, quindi, una mancanza radicale di quell’esperienza della speranza e della “fede” nel senso che ho cercato di specificare sopra. Non mi riesce di comprendere fino in fondo quale sarà il risultato, se ce ne sarà uno, di questa temperie culturale ed estetica. Per ora, quello che mi pare evidente è la riduzione dell’esperienza estetica a rumore di fondo indistinto e parificante, ad una miriade di Babeli lillipuziane che, come sempre accade, dietro la sfrontatezza e il giusto coraggio dell’esporsi e dell’incontro/sfida al tempo e ai luoghi nasconde un disincanto terrificante, una impossibilità quasi costitutiva di abitare quello spazio di ascolto e di pratica del nascere che è il credere all’opera.