LETTURE di Gianluca D’Andrea (43): ODIARE LA POESIA

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Franz Wilhelm Seiwert, Mann mit Maschinen (Fabrikarbeiter), 1924

di Gianluca D’Andrea

«La poesia è sempre la testimonianza di un fallimento».

(Ben Lerner, Odiare la poesia, 2017, p. 14)

Lasciare spazio, forse è questo il vero senso di quella cosa strana che chiamiamo poesia. Colmare il vuoto dell’aderenza al reale, o la tensione di cogliere l’altro per riconoscersi. Il rispecchiamento, ripudiato in ogni manifesto d’avanguardia, continua a riemergere dal testo, e, nel caso delle stesse avanguardie, si “fa” a sua volta manifesto, colma lo spazio di ideologia, di io-poeta.
Lasciare spazio, invece, consisterebbe nella resa definitiva di quella personalità determinante che il soggetto scrivente è, portandosi dietro la fine della narrazione fondante, dell’epica? Narrazione in versi e canto sarebbero solo manifestazioni egocentriche che non lascerebbero spazio all’altro?
Eppure l’altro si fa spazio, rintracciabile nella dimenticanza di sé o nel tentativo di testimonianza di una scomparsa che la narrazione epica conserva (quella dell’io storico, che tende a dissolversi proprio nella narrazione).
Comunque s’interpreti la possibilità o meno della scomparsa del soggetto, il rischio di fallimento è sempre in agguato, a tal punto consistente da significare, con ogni probabilità, la vera necessità della poesia: quella di ristabilire un nesso con il non senso dell’esistere, lo sforzo di cogliere il mondo nella consapevolezza della sua irraggiungibilità.
In quel fallimento sembra risiedere un’ultima speranza, per cui, paradossalmente, la parola centrerebbe, proprio con la sua fallibilità, la fine di ogni ideologia, la fine di ogni centralità dell’io. Nell’umiltà che constata definitivamente questa scomparsa, la poesia chiude i conti con la fine, apre un nuovo spazio, si arrende alla sua potenzialità di non dire e lascia spazio a un nuovo racconto.

Zest Letteratura Sostenibile: Intervista a Gianluca D’Andrea – Sulla Poesia

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Gianluca D’Andrea (Foto di Dino Ignani)

Si è tentato più volte anche da queste pagine di fornire una definizione di Poesia, qual è la sua?

Dare una definizione di poesia mi è impossibile. Per provare a rispondere, partirei piuttosto dall’opposto di una definizione, da uno sconfinamento. In un’intervista di qualche mese fa provavo a riflettere sulla consistenza di “traccia” del segno poetico e sull’irrimediabile arbitrarietà che ne caratterizza il limite più evidente. Ecco, ora aggiungerei che il rischio di arbitrarietà è il giusto contrappeso di una forza d’animazione del reale che la poesia rende attiva attraverso la parola, la sua disposizione nel mondo. Lo sconfinamento, cui facevo riferimento, penso faccia i conti con un esubero di senso che la poesia a volte contiene e, altre volte, trasforma in un più scabro lasciare spazio: al reale, al mondo, all’altro. Secondo un adagio, che estrapolo da un verso di Wallace Stevens, «la sua mera selvaggia presenza anima il mondo che abita», ecco la poesia anima il mondo del linguaggio (quello che “abita”, appunto), di un linguaggio che sta, però, al margine del mondo, non nell’appariscenza della comunicazione informativa, bensì in quell’intercapedine tra il rumore e il silenzio, sempre sul bordo del fallimento. In un recente saggio, uscito per Sellerio lo scorso aprile, Ben Lerner scrive: «La poesia è sempre la testimonianza di un fallimento», io non credo che essa sia sempre una tale testimonianza, però ritengo cha abbia il compito di comprendere l’evenienza del fallimento, se così non fosse, non risponderebbe a un altro dei suoi compiti, forse il principale, quello della veridicità e della sua, appunto, fallibilità.

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