SUITE FRANCESE

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Una scena dal film SUITE FRANCESE

di Francesco Torre

SUITE FRANCESE

Regia di Saul Dibb. Con Michelle Williams (Lucile Angellier), Matthias Scoenaerts (Bruno von Valk), Kristin Scott Thomas (La signora Angellier).
Gran Bretagna 2015, 107’.

Distribuzione: VIDEA – CDE.

La guerra è uno stato dell’anima, un sentimento innato solo parzialmente soffocato dal velo di ipocrisia borghese eretto dalla società occidentale. Con questa convinzione, Matt Charman e Saul Dibb (già in coppia sullo script de La Duchessa) trasferiscono sullo schermo con molta libertà il secondo volume dell’incompiuta opera in cinque tomi di Irène Némirovsky, dal titolo ossimorico Dolce.
Ambientato negli anni del governo collaborazionista di Vichy, il film mostra l’arrivo dell’esercito tedesco in un paesino francese di campagna, Bussy, preannunciato da una serie di mortali bombardamenti. Lo sguardo che muove la narrazione è quello docile e triste di Lucile, che vive tra l’attesa del marito partito per il fronte e la sopportazione della gretta avidità della suocera, che grazie alla rendita di numerosi possedimenti immobiliari può concedere ad entrambe una vita agiata anche sotto il giogo dell’oppressore. La vicinanza con l’ufficiale Bruno von Valk, acquartieratosi forzatamente in casa Angellier, porterà però inevitabilmente la giovane donna a rivedere le proprie convinzioni, finendo per cedere alle pulsioni emotive e liberando infine un inedito senso di responsabilità sociale.
Confusa e superficiale nella definizione della prospettiva storica quanto didascalica nella rappresentazione dell’occupazione, la sceneggiatura costringe i protagonisti all’interno di una cornice melodrammatica che non solo muta – e di parecchio – l’intreccio del romanzo, ma travisa il senso stesso dell’operazione letteraria della scrittrice ebrea di lingua francese. La repentina e sorprendente scoperta dell’infedeltà del marito da parte di Lucile, la barbara fucilazione del sindaco di Bussy, il finale eroico-patriottico con tanto di pallottole, lacrime e sangue, sono infatti elementi completamente estranei al testo di Irène Némirovsky, inseriti – sembrerebbe – con l’unica funzione di aumentare progressivamente la tensione drammatica della vicenda amorosa. Tenendo narrativamente il fuoco solo sul primo piano di Lucile e Bruno, però, Dibb e Charman impoveriscono il disegno d’insieme (quello più caro invece alla scrittrice morta ad Auschwitz nel 1942: la guerra vista come una tempesta da cui tutti, ognuno con i propri mezzi, materiali ed immateriali, ma soprattutto immateriali, provano a ripararsi), abbozzando un universo governato da inconfutabili leggi morali, estremamente razionale, che annulla ogni sfumatura interpretativa e condanna inesorabilmente i personaggi all’espiazione delle proprie colpe.
Estremamente curato nelle scelte scenografiche e con sequenze di una certa oggettiva potenza figurativa (i bombardamenti nel primo atto, la fuga del rivoltoso Benoit alla fine del secondo), Suite francese sembra trovare così facile collocazione all’interno di un filone ormai consolidato dell’attuale industria cinematografica britannica, quello dei grandi adattamenti letterari che tanta fortuna hanno garantito, tra gli altri, a Joe Wright e Keira Knightley. Semplificazione drammatica, uso piuttosto elementare – quasi tautologico – del linguaggio cinematografico (niente rimanda ad altro che a ciò che materialmente l’inquadratura mostra sullo schermo, nemmeno nel gioco di incastri del montaggio, proprio come nelle fiction tv nazionali), sistematica fuga nel sentimentalismo di maniera. Questi i tratti principali di una prassi filmica che sfrutta la letteratura come molti brand del campo dell’abbigliamento fanno con personaggi chiave della storia del Novecento (stampando cioè ritratti stilizzati o citazioni su t-shirt monocolore). Il parallelismo potrebbe sembrare forse troppo audace, ma in fondo che differenza c’è tra chi sfrutta il volto e le parole di Che Guevara all’interno di un disegno capitalista e chi, tramite un insistito ed invadente uso della voce fuori campo ma soprattutto con l’esibizione sui titoli di coda dei manoscritti, richiama un’esperienza artistica e personale come quella di Irène Némirovsky decidendo poi acriticamente di aderire ad un massivo progetto di mistificazione?

La citazione: «Non è giusto sacrificare la gente, e vale per tutti noi».

Verità della democrazia (Jean-Luc Nancy) – Pensieri del fine settimana

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Jean-Luc Nancy (Foto di Corinna Hackel ©)

Verità della democrazia (Jean-Luc Nancy) – Pensieri del fine settimana

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Estratti da Verità della democrazia di Jean-Luc Nancy (Cronopio, Napoli 2009, trad. di R. Borghesi e A. Moscati).

(La suddivisione in paragrafi è una scelta del curatore del post)


I

«il capitalismo, nel quale o con il quale, se non addirittura come il quale, la democrazia ha avuto origine, è innanzitutto, nel suo principio, la scelta di un modo di valutazione: mediante l’equivalenza. Il capitalismo proviene dalla decisione di una civiltà: il valore è nell’equivalenza. La tecnica che si è sviluppata all’interno e per effetto di quella decisione – mentre il rapporto tecnico col mondo è propriamente e originariamente umano – è una tecnica sottomessa all’equivalenza: a quella di tutti i suoi fini possibili, e anche, in modo almeno altrettanto patente che nell’ambito del denaro, a quella dei fini e dei mezzi.
La democrazia può perciò diventare tendenzialmente il nome di un’equivalenza ancora più generale di quella di cui parla Marx: fini, mezzi, valori, sensi, azioni, opere e persone tutti interscambiabili, perché tutti ricondotti a niente che li possa distinguere, tutti rapportati a uno scambio che, ben lungi dall’essere una “partizione” nel senso ricco di questa parola, non è altro che sostituzione dei ruoli o scambio dei posti.
Il destino della democrazia è legato alla possibilità di una trasformazione del paradigma dell’equivalenza. Introdurre una nuova inequivalenza che, ovviamente, non sia quella del dominio economico (il cui fondamento resta l’equivalenza), quella dei feudi e delle aristocrazie, né quella dei regimi dell’elezione divina e della salvezza, e neppure quella delle spiritualità, degli eroismi e degli estetismi, questa è la sfida. Non si tratterà di introdurre un altro sistema di valori differenziali: si tratterà di trovare, di conquistare un senso della valutazione, dell’affermazione valutativa che offra a ciascun gesto di valutazione […] la possibilità di non essere già misurato in anticipo da un sistema dato, ma di essere invece ogni volta, l’affermazione di un “valore” – o di un “senso” – unico, incomparabile, insostituibile».

II

«Solo questo permette di uscire dal nichilismo: non la riattivazione dei valori, ma la manifestazione di tutti su uno sfondo in cui il “niente” significa che tutti valgono incommensurabilmente, assolutamente e infinitamente.
L’affermazione del valore incommensurabile può apparire un pio idealismo. Ma bisogna invece intenderla come un principio di realtà: non è una fantasticheria, non è la proposta di un’utopia e nemmeno di un’idea regolatrice, ma l’affermazione che è da questo valore assoluto che bisogna partire. Mai da un “tutto si equivale” […] ma sempre da un “niente si equivale”. […] Contemporaneamente, però, l’uguaglianza rigorosa è il regime in cui si condividono questi incommensurabili».

III

«E non c’è neppure un altro primo motore economico che non sia il capitale o la sua crescita, almeno finché l’economia stessa continuerà a essere pensata come motrice della politica e di tutto il resto, per via dell’effetto della scelta che valorizza l’equivalenza valorizzando l’idea di un “progresso” che avrebbe il compito di moralizzare l’indifferenza di questa equivalenza.
Ed è proprio perché questa scelta profonda – che si è prodotta dal Rinascimento fino al XIX secolo – ha esaurito le sue virtù e rivela il suo esaurimento che non c’è più “sinistra”, sebbene ci siano sempre più motivi di quanti ne occorrano per arrabbiarsi e lottare, per denunciare ed esigere.
[…] Oggi è anche possibile che questa scelta prosegua altrimenti. È possibile che l’uomo non desideri in fondo nient’altro che il “male”: non il “ben vivere” di Aristotele, che richiede un sempre nuovo supplemento della “vita”, un’espansione al di là della sua necessità, ma quell’altro supplemento e quell’altra espansione che possono venire dall’annientamento di se-stessi e degli altri, e dal comune ridotto alla comune carbonizzazione».

IV

«Questa possibilità conduce a un’evidenza infuocata la questione insistente di ciò che io qui chiamo “comunismo” in quanto verità della democrazia: perché nulla è più comune della comune polvere alla quale siamo promessi. Niente realizza meglio l’equivalenza e la sua entropia definitiva. Niente è più comune della pulsione di morte – e il punto non sta nel capire se le politiche tecnologiche di Stato che hanno permesso Auschwitz e Hiroshima abbiano scatenato pulsioni di questo genere, ma piuttosto nel capire se l’umanità ormai appesantita dai suoi milioni di anni non abbia scelto da qualche secolo la via del proprio annientamento.
Ma questo nulla è un nulla sostanziale: è meno “cosa comune” (res publica communis) che “comune in quanto cosa, cosificata” (e quindi già, almeno fino a un certo punto, “merce”). Se è questo che vogliamo, dobbiamo sapere anche che cosa questo volere significa: non già che “Dio è morto”, ma che la morte diventa il nostro Dio».

V

«Democrazia vuol dire che né la morte né la vita valgono in se stesse, ma che vale soltanto l’esistenza condivisa in quanto si espone alla sua assenza di senso ultimo come al suo vero – e infinito – senso d’essere».

VI

«Il kratein democratico, il potere del popolo, è innanzitutto il potere di mettere in scacco l’archia e poi di prendersi carico, tutti e ognuno, dell’apertura infinita che è stata così messa in luce.
Farsi carico di quest’apertura significa rendere possibile l’iscrizione finita dell’infinito. Da questa scelta fondamentale […] risulta l’annullamento inevitabile dell’equivalenza generale, che è l’indefinito perpetuato al posto della differenza affermativa, la tolleranza al posto del confronto, il grigio al posto dei colori.
Penetrare in questo pensiero è già agire, è essere nella prassi per mezzo della quale si produce un soggetto trasformato piuttosto che un prodotto conformato, un soggetto infinito piuttosto che un oggetto finito.

Questa prassi è la sola […] che possa intraprendere più di una contestazione e più di una rivolta: distruggere lo zoccolo dell’equivalenza generale e metterne in discussione la falsa infinità».

VII

«la democrazia è aristocrazia egualitaria».

VIII

«L’iperbole merita di essere sviluppata».


Ma da chi in Europa? e da quale consapevolezza?

(Gianluca D’Andrea)