Diario – Estate: 12) Dentro l’isola

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Anselm Kiefer,  ()

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: II. Andante molto · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 12) Dentro l’isola

Terra ti troverò solo quando sarò veramente in cammino. Sarò i tuoi colori.
Terra fruttifera, di mulattiere e trazzere, residui di agguati, terra di filari sparuti e boschi rigogliosi.
Terra immaginaria che molte volte vidi tramontare.
Terra che si spinge sempre più a sud, di cui assaporo ogni ciottolo e crepa.
Terra di vecchi sacrifici che sibili il ritorno e nascondi la tua gabbia.
La tristezza spoglia gli alberi in questo luglio di risacche e lampi inaspettati che il cielo ci vomita addosso. Siamo dentro, come sempre, ripuliamo e smaltiamo gli escrementi delle bambine:

Fiori come pietre – mirabili! –
Che intorno ai duri ovari biondi
Mostrino amigdale gemmose!

(A. Rimbaud, Ciò che si dice al poeta a proposito di fiori)

Così consolidiamo la casa, puntellandola di infissi robusti! Merde che diventano fiori, pietre, il mio sogno di mettermi in cammino e tracciare una costellazione di resoconti – merde, fiori, pietre, piedi!
Così possiamo dire il mondo, se non siamo sempre in cammino, se non si spegne il futuro, non può accendersi un nuovo sentiero. Aspetto, è ora di farlo. Il valore della guardia è sapersi esploratrice.
Fioriture gemmose mentre sprofondo nell’isola. Come non esistesse sono dentro, come sempre.
Dentro la terra grama.
Dentro la terra grassa. Lugubre e luminosa.
Dentro la terra che necessita sentirsi dentro.

«Per trovare il modo di penetrare nell’isola, bisogna porre come principio […] la possibilità, anzi la necessità di penetrarvi».

(R. Daumal, Il monte analogo)

Arthur Rimbaud: una poesia da “Opere” (Mondadori, 1975) – Postille ai testi

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Un ritratto di Arthur Rimbaud by © Jude Boid

di Gianluca D’Andrea

Arthur Rimbaud: una poesia da Opere (1975)

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Au Cabaret-Vert

Depuis huit jours, j’avais déchiré mes bottines
Aux cailloux des chemins. J’entrais à Charleroi.
– Au Cabaret-Vert : je demandai des tartines
Du beurre et du jambon qui fût à moitié froid.

Bienheureux, j’allongeai les jambes sous la table
Verte : je contemplai les sujets très naïfs
De la tapisserie. – Et ce fut adorable,
Quand la fille aux tétons énormes, aux yeux vifs,

-Celle-là, ce n’est pas un baiser qui l’épeure ! –
Rieuse, m’apporta des tartines de beurre,
Du jambon tiède, dans un plat colorié,

Du jambon rose et blanc parfumé d’une gousse
D’ail, – et m’emplit la chope immense, avec sa mousse
Que dorait un rayon de soleil arriéré.

*

Al Cabaret-Vert

Da otto giorni avevo straziato i miei stivali
Sulle pietre dei sentieri. Entrai a Charleroi.
– Al Cabaret-Vert: chiesi qualche crostino
Imburrato, e prosciutto purché non proprio freddo.

Beato, distesi le gambe sotto il tavolo
Verde: contemplavo i molto ingenui soggetti
Della tappezzeria. – E fu delizioso, quando
La ragazza dalle tette enormi, l’occhio vispo,

-Questa, non sarà mai stato un bacio a spaventarla! –
Mi porse ridente i crostini imburrati
E il tiepido prosciutto, in un piatto dipinto,

Prosciutto bianco e rosa profumato d’uno spicchio
D’aglio, – e mi riempì il boccale immenso, spumeggiante
D’oro in un raggio di sole ritardato.

(Trad. di Diana Grange Fiori)


Postilla:

Il luogo è un ritorno al desiderio della pienezza. Solo il ricordo, però, il conte di Rimbaud è lo sgorgo psichico di un’immaginazione che si fa iperreale proprio quando la realtà sembra avvicinarsi. La frustrazione di questo desiderio è il disastro di qualunque equilibrio e, in questa che è soprattutto una caduta, la produzione di miracoli misteriosi. Come spiegare l’ultimo verso, quel “soleil arriéré” sconvolgente perché proprio in quel posto, a ritardare la parola, come in ritardo è il raggio del senso, in ritardo il soggetto, e tutto dopo la descrizione di un quadro grottesco, puro nella sua volgarità. Ah! ma le “tétons énormes” quel soggetto non le afferra, le immagina, immagina la disponibilità di una realtà che resta inappropriabile, in ritardo perpetuo appunto, che è ricordo di una possibilità sempre in fuga. Distrutta per sempre l’aderenza, inefficace ogni mimesi, resta la deformazione. Così noi ci fermiamo a un passo dal godimento: dislocati, sfocati rispetto alla casa, senza soddisfazione sensuale (la birra non è bevuta, ah! la colpa dell’infante, troppa straziante dolcezza), quei sensi irrequieti e inevitabilmente stravolti. E, infatti, non è neanche la psiche a intervenire ma una visione, una psichedelia dai colori ossessivi: il verde sempre invasivo in Rimbaud, la tenerezza nell’accostamento “alimentare”, prosciutto tiepido quanto ambiguamente accogliente («à moitié froid») – bianco, rosa – il giallo del burro che sfuma e si trasfigura nel crepuscolo dorato del finale, nel tramonto definitivo, ritorno senza godimento. L’ottuso vicolo cieco di un mondo “ritardato”.

NUOVI INIZI: Francesco Maria Tipaldi, “Traum", Lietocolle, Faloppio (CO) 2014

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Adriano Cecioni, “Cane che defeca” 1880 ca.

NUOVI INIZI: Francesco Maria Tipaldi, Traum, Lietocolle, Faloppio (CO) 2014

– Insomma, un Fiore, Rosmarino
O Giglio, vivo o morto, vale
Un escremento d’uccello marino?

A. Rimbaud

francesco_maria_tipaldi_traum_copertinasito1Germinazione, il passaggio dalla poetica della fine a una costruzione dell’essere, di un mondo che rinasce in conflittualità “tensive”, negli slanci a una fuoriuscita che rimargina i vuoti, i buchi comunicativi.
Fine del Novecento, la poesia originaria (e “originale”) di Francesco Maria Tipaldi investe il lettore con le ormai consuete deformazioni, l’impatto “allegorizzante” indugia su circonvoluzioni rococò scaturenti dalla totale immersione nell’ambivalenza finzione-realtà. I quadretti descritti – eppure indescrivibili -, tiepoleschi, vivono della presenza costante del doppio registro, stirando il senso, distribuendolo in stringhe di pensiero che si svolgono tra la sacralità dell’esclusione, dell’hybris linguistica, e la rapsodia volatile, il non senso che si fa strada nel “trauma”, nel sogno (anche il titolo galleggia sull’ambivalenza, in traduzione stavolta, e richiama evidentemente una terminologia “psicologica” legata alle fasi nascenti del XX secolo).
Tra sogno e realtà, la vita volteggia in paradossi folgoranti che riescono ad accendere un nuovo vigore comunicativo:

il papavero della festa

il maiale venne subito acciuffato
la sua fuga fu poco ragionata

fu un trionfo di sangue
sfracello di ossa, rose papaveri
la signora mungeva i ragazzini
sulla salitella

(p. 22)

La tensione instaurata nell’immagine, che si staglia dal vuoto testuale, sembra prendere avvio da un desiderio “espulsivo”, di rifiuto di qualsiasi cantabilità edificante, nella volontaria caduta “escrementizia” che evidenzia – la sempre più postnovecentesca – capacità della lingua di trasformare la “scatologia” in escatologia, nuova erotica relazionale:

Nonostante il contadino urlasse
il cane continuò a defecare – pur volendo
non avrebbe potuto fermarsi.

(p. 26)

Erotica della fine, della morte, della gravità dell’esistere che si ribalta in sgorgo liberatorio, appunto:

il nucleo del sole esplodeva all’esterno,
feroce

passarono i cani veloci al massimo e fu subito giorno
di nuovo, gravità: qualcosa tirò a terra l’enorme
contadina

le api le annusarono l’ano e i seni
ebbero miele
pregiato le api – per sempre – la primavera

(p. 27)

Ma è la dimensione mortuaria ad agire da contraltare “vivificante” nella paradossale, eppure necessaria, domanda dell’attraversamento. Soltanto, sembra dirci Tipaldi, nell’accettazione del male (della sua estenuante banalità) si può scorgere l’approdo a nuove aperture, al nuovo millennio: «la morte era questo calore passato ad altro/ questa forma silenziosa di lavoro» (uscirono per vedere cosa stesse accadendo, p. 30, vv. 5-6).
Già nella precedente raccolta, Humus (uscita nel 2008 per i tipi de L’arcolaio, cui si rimanda qui), l’imago rappresentativa, ombra di comunione, era la spinta di una verbalizzazione, che si confrontava con i bassi e gli alti delle sue capacità comunicative, ad agire. Traum espande questa tensione, aspira a una sacralità che non ha nulla di metafisico ma che sperimenta la potenzialità del mondo a crescere dalle sue “bassezze”: «fu quella distesa d’erba senza fiori, né neve/ il luogo immenso dove tutto/ divenne sacro» (fu quella distesa d’erba senza fiori, né neve, p. 37, vv. 1-3).
Un nuovo desiderio vitalistico si fa luce tra le ombre, ogni vicenda nella sua visionarietà espelle una nuova visuale:

Il tuo azzurro figliolo bambino
Gesù mi ha lasciato
per strada e se n’è andato a pescare
signor Dio, mio Dio della grazia, una donna ha figliato vitelli
non è straordinario?!
Aveva il ventre gonfio e la vagina sporca
era grassa come una vacca e la bocca era immensa
aperta aperta e voleva inghiottire la luna
troia la luna era
nel cielo una compressa effervescente, la notte era un enorme
bicchiere
vodka latte una troia mi ha sputato nella bocca
il seme della morte –

la vita è improbabile, i cessi sono
lontani e pioveva
pioveva la grondaia vomitava furiosamente
Il cassonetto sputava come fosse un drago
i suoi gatti enormi, come fossero
fiamme
– fwhuieiiww –
(i gatti sono persone cattive)

Mentre l’angelo di Dio era lì a guardarmi le spalle
io vi tirai un giavellotto
e lo uccisi,
povero fesso povero fesso
e la grondaia vomitava furiosamente
Qualcuno mi dia un passaggio o dovrò aspettare
che la casa venga in giro a cercarmi
e non credo senta la mia
mancanza

sono bagnato come un rospo
me la sono fatta sotto, sono un fiore
che da solo cammina
sono un fiore con le gambe

(pp. 45-46)

La parcellizzazione secondo novecentesca delle esperienze, la sottrazione di senso che ne è derivata, ha annientato il panorama relazionale in cui l’uomo del passato dimorava. Così l’ossessione perpetua della casa, della patria cui tornare, metaforicamente è riattivata in Tipaldi grazie all’attaccamento viscerale alla terra, alla sua carica destabilizzante di territorio costantemente selvatico, per cui l’orientamento non è plausibile se non nella possibilità della perdizione, senza la nostalgia di approdi ulteriori o ritorni rassicuranti (muore Argo e muore l’esempio “dispersivo” protonovecentesco, come nel componimento Patria di Pascoli):

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quella trave dove i topi non passano
è la mia casa

le rimango attaccato come la morte
al tuo sesso, gelatina
– che la carne non va a male per mesi
francesco
maria cantare si deve al contrario
non avrai nostalgia, nè tantomeno
avrai ricordi

(p. 48)

Il tempo non è più memoria ma «contrazione» (cfr. p. 60), vortice di ricordi che si deformano. Il “trauma” si fa reale e mostra la sua illeggibilità e, nondimeno, l’ineluttabilità della sua evenienza che solo la cura per il mondo, che emerge dalle capacità affabulatorie di ogni linguaggio, può riattivare, o meglio, eternare.

– correremo nell’acqua nel nome del padre
ed io avrò nove anni –

Il sonno c’aveva abituato alla morte
discesero salmonelle celesti.

mai viste tarantelle tanto cupe
o tanto lente

si scendeva nel lago, gli uomini e le bestie
io e il mio cane Alzheimer e la famiglia,
c’erano tutti,
il grassone si torceva nell’erba, la tigre gli strappava
pezzi di carne

Per arrivare al passato il cammino è immenso

questa è patria di finitudine
i bambini tiravano calci e scappavano
un uomo disegnava un altro uomo
nell’erba

e poi tu passavi, indossavi altre facce
e altri nomi,
io vorrei insieme a te sparire nella luce
vorrei dormire nel cotone
dei tuoi occhi
eternamente

– figli miei, voi avrete la fortuna di assistere a un’apocalisse
significherebbe assistere al compimento,
all’amore dell’amore –

uomini vivi o uomini sognati
questo è il rifugio che Dio stava preparando per noi,
uomini e bestie
oppure è il tanfo della natura che si rigenera
o ancora si tratta del nulla, quello con cui i poeti
vanno fuori a giocare

se solo sarete coscienti, abbiatene cura

(pp. 72-73)

Gianluca D’Andrea
(Aprile 2015)

Spazio Inediti (1): Fabio Michieli – di Gianluca D’Andrea

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Fabio Michieli

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (1): Fabio Michieli

svelami ora il mistero
di questi suoni, di queste parole
– “je dirai quelque jour vos naissances latentes…”
la magia d’una musicalità
che fu mai mia se non in neri abbagli

(eppure vorrei che il sole sciogliesse
in un sorriso un risveglio già tardo)

nella luce –
tra le mani –
un volto che il fragile addio spegne

Lirica che domanda lo svelamento, che si chiede ancora, quasi virginale, la possibilità di un mistero nascosto tra i suoni di parole; quelle parole che ri-tendono al dialogo proprio riflettendosi in un ritmo che si vuole nuovo, come il richiamo al Rimbaud di Voyelles sembra suggerire. Un richiamo dovuto a quel μυστήριον, il cui senso torna nonostante si avverta come perduto nelle pratiche abusate di una contemporaneità, anche poetica, ingarbugliata in una prosasticità poco propositiva. Già, perché il segreto di ogni poesia si apre proprio dallo scavo delle sue origini, orali, mnestiche, di trasmissione popolare e svincolate dai vincoli accademici, concettuali.
Tutto questo si squaderna nel piccolo canto di Michieli: «la magia d’una musicalità/ che fu mai mia se non in neri abbagli», la bilabiale sonora scandisce quasi “maternamente” un suono che, fingendosi scaduto, torna proprio dagli abbagli dei neri segni delle parole, l’ondulazione di questa “m” ripetuta scivola nella visione desiderante (non per niente tra parentesi) di un risveglio, in cui a prevalere sono i suoni fricativi, come un grappolo generativo non scomponibile: «(eppure vorrei che il sole sciogliesse/ in un sorriso un risveglio già tardo)», il tutto sotto l’egida di un’apparizione, per cui l’immagine della “luce” (in tutte le forme qui rappresentate: «svelami», «abbagli», «il sole sciogliesse», «risveglio», «nella luce») imprime a tutto il testo la sua tensione aurorale, perché sia tolto il velo ai «neri abbagli» della parola poetica, perché risplenda il suo suono.

(Gennaio 2014)


Fabio Michieli, nato a Vicenza nel 1971, si è laureato in Lettere Moderne nell’ateneo lagunare con una tesi su Niccolò Tommaseo e il suo racconto storico Il duca d’Atene.
Nel 2003 ha dato alle stampe l’edizione critica e commentata dello stesso racconto (Padova, Antenore).
Suoi interventi critici dedicati a Tommaseo sono apparsi in rivista (Quaderni Veneti, Giornale storico della letteratura italiana) e in volumi miscellanei.
Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di poesie Dire, per l’Editrice l’arcolaio.
Insieme a Gian Franco Fabbri dirige la collana “Fuori collana” dell’Editrice l’arcolaio.
Lettore di poesia e di narrativa, sue recensioni sono apparse nel sito www.alleo.it e in rivista (“l’immaginazione”).