Presentazione “Forme del tempo” e “Suite Etnapolis”

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Venerdì 26 luglio, ore 18:00, alla Libreria Ubik – La gilda dei narratori di Messina, dialogherò con Antonio Lanza e Pietro Russo su “Forme del tempo” (Arcipelago Itaca) e “Suite Etnapolis” (Interlinea).

 

Exit numéro 92

Poésie sicilienne : la parole peut alarmer la cible
Dossier préparé par Francis Catalano
avec la collaboration de Gianluca D’Andrea et de Diego Conticello avec des poèmes de Franca Alaimo, Maria Attanasio, Francesco Balsamo, Diego Conticello, Gianluca D’Andrea, Giampaolo De Pietro, Nino De Vita, Antonio Lanza, Luciano Mazziotta, Marilena Renda, Margherita Rimi, Pietro Russo, Patrizia Sardisco et Angelo Scandurra.

Un grazie a Francis, Antonella e alla redazione di Exit per questo splendido dossier.

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Letture dallo stretto (18/08/2017)

poeti estate
Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea

Letture dallo stretto
Feltrinelli point, Messina, Via Ghibellina, 32

(18/08/2017, ore 18:00)

Grazia Calanna, Luigi Carotenuto, Diego Conticello, Gianluca D’Andrea, Vincenzo Galvagno, Antonio Lanza, Daniela Pericone, Pietro Russo, Caterina Scopelliti.

Ciclo di letture all’interno della rassegna messinese per la poesia

copertine

 

Antonio Lanza su «Transito all’ombra» di Gianluca D’Andrea

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Vizi e virtù affrescati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni

di Antonio Lanza

                        «TRANSITO ALL’OMBRA» DI GIANLUCA D’ANDREA

Transito-allombra_web-300x480Molto mossa la geografia lirica che innerva Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea, terzo volume della nuova collana di poesia di Marcos y Marcos «Le ali», diretta da Fabio Pusterla. Quasi a fare da contrasto a questo scenario mobilissimo che presenta in Messina e Treviglio i suoi due poli principali e in parole come “viaggio”, “confine” e “ritorno” il fondale lessicale dell’intero libro, la copertina di Luca Mengoni sembra rappresentare l’impossibilità del movimento o quanto meno la sua limitazione. Due neri serpenti infatti, più metafisici che reali, attorti ad anonime caviglie, ne rallentano o ne condizionano o addirittura ne ostacolano il movimento.
Il titolo e il tema della prima sezione “La storia, i ricordi”, nella quale l’autore intreccia le memorie private ai grandi eventi del secondo Novecento, mi fanno pensare che i due serpenti simboleggino la storia e i ricordi, appunto, mentre le gambe, raffigurate nella loro anonima magrezza e fragilità, siamo tutti noi, nelle nostre biografie atomizzate. Si agisce immersi nell’immenso palcoscenico della storia, con le nostre periferiche esistenze individuali, e i grandi accadimenti ci sembrano un’eco lontana, ma siamo a nostra volta dalla storia e dai ricordi condizionati, modificati, forgiati. Come se invisibili serpenti costantemente ci passassero tra le caviglie e mutassero, impercettibilmente o no, direzione, velocità, intenzione al nostro cammino nel mondo.
Un sotterraneo sentimento di allarme, suggerito da un lessico apocalittico, percorre le dodici parti di cui la prima sezione del libro, “La storia, i ricordi”, si compone. Guerra, atomo, collasso, scissione, catastrofe, paura, scoppi, carneficine, esplosioni, rovina, macerie, impatto, scempio sono le parole scelte da D’Andrea per descrivere l’epoca storica che va dalla fine degli anni Settanta fino ai Duemila. Parole che l’autore riesce a far consuonare con immagini private, siano esse ludiche, domestiche o scolastiche, coniugando racconto e riflessione.
Il luogo da cui l’io lirico si fa testimone di sé e di un’intera generazione è un sud globalizzato e inquinato, una porzione di mondo posta tra un mare, il Tirreno, la cui «brezza arriva dolce» ma in cui si riversa «il messaggio lontano della fogna» e una terra, Messina, in questa sezione mai nominata, nei cui campi e nei cui parchi scorrono liquami.
Fedele alla promessa mandelstamiana, esplicitata in epigrafe, di «seguire l’epoca», D’Andrea ci racconta gli anni Ottanta di un Occidente in vertiginosa trasformazione, dall’incubo atomico («la parola scissione / ogni tanto emergeva dallo schermo») fino al «limbo / di benessere», dalle ultime propaggini della Guerra fredda rappresentate dal disastro aereo di Ustica fino ai vittoriosi mondiali spagnoli dell’82.
Ma forse è la nascita delle TV private a sconvolgere gli assetti della società di quel decennio. La generazione di D’Andrea, che è del ’76, vive sulla propria pelle questo passaggio epocale («La TV degli anni Ottanta tentò / di rubarci la memoria, riuscendo / a cancellare con velocità / ogni appiglio») senza però che abbia prima potuto forgiarsi gli strumenti intellettuali per difendersene («i cartoni / da cui apprendere lo sport e l’amore»).
I Novanta scorrono tra ulteriori carneficine e spinte individualistiche e, attraverso gli anni Duemila, inaugurati dagli attentati alle Twin Towers («Nel focus / miliardi d’impatti per giustificare / un altro scempio nero») e dalla destituzione di Saddam Hussein, si giunge fino ai giorni nostri: l’era digitale, le «testate esiziali» di Zidane in un altro vittorioso mondiale di calcio, la chiusura delle frontiere di alcuni paesi europei.
La sfida di restituire al lettore il rumore del tempo è ampiamente vinta. E in particolar modo, a mio avviso, nei primi sei movimenti della sezione, di più forte potenza drammatica, in cui il racconto di D’Andrea, assumendo toni profondi e partecipati, dell’infanzia e dell’adolescenza ci restituisce la pienezza del giocare furibondo («Così giocavamo / a nascondino nell’erba e l’odore / acerbo del sudore a quell’età / si mischiava alla terra») e, insieme, il vuoto che preannuncia la fine di quell’età meravigliosa («come quando il giocattolo / non parla più alla nostra immaginazione / e resta il vuoto, il buco del vuoto»).
“Immagini, i ricordi”, altra ampia sezione dopo il breve intermezzo del primo “Dittico”, mi sembra sin dal titolo speculare a “La storia, i ricordi”. Ma se nella sezione già presa in esame D’Andrea tentava di ricostruire un’epoca storica attraverso quelle che potremmo definire micro sequenze filmiche, qui l’autore si propone di fermare una serie di ricordi personali in alcune significative istantanee.
Dall’ossessione di ricordare («senza nostalgia» sottolinea l’autore), di preservare un particolare dal fluire del tempo e dall’altrettanto inevitabile constatazione della necessità dell’oblio nascono, come si dice nella nota finale al libro, «piccoli quadri di vita quotidiana»: una gita famigliare al parco, i lineamenti cangianti e perfetti di una bambina, una lezione scolastica non troppo coinvolgente, uno dei tanti ritorni in Sicilia.
In versi calibratissimi e sospesi, venuto meno il rischio che una progettualità narrativa di ampio respiro appesantisca la materia poetica, D’Andrea mostra in questa sezione di saper cogliere la congiuntura tra eterno e istante e di riuscire magnificamente a tradurla in poesia.
La sezione si chiude con un testo intitolato “Epoca”, in cui il dolore del ricordo dei bambini ceceni uccisi in una scuola di Beslan durante un blitz dell’esercito russo annulla la distanza tra l’Ossezia e il canale di Sicilia, dove amarissima sorte tocca ai migranti, e in particolare, ancora, ai bambini: «Il tempo marcisce sugli odori delle stesse tombe, / mentre i volti vivono in altri volti riflessi sugli schermi».
La sezione “Era nel racconto” è l’occasione per raccontare una stagione di disagio attraverso i luoghi che l’autore via via conosce grazie alla sua professione di insegnante: Zingonia, Vimercate, un quartiere a rischio di Messina, tra discese agli inferi, attesa eterna e continui viaggi, scanditi da precariato e concorsi a cattedra. Tra le poesie più belle della sezione troviamo La luce nei viaggi: «Così rifletto questi giorni di inattività, / di bilancio, di ritorno continuo. Messina è qui, / vedo scorci sereni e fantasie di raccoglimento; i viaggi sono dimore e luoghi in cui scentrarsi».
Una inaspettata centralità assume Lettera a mia figlia. Ne è spia il richiamo in quarta di copertina dei suoi quattro versi conclusivi. La poesia è una esortazione alla figlia, la «piccola Sofia», a comprendere i propri confini per superarne i limiti attraverso l’esercizio continuo dell’osservazione, l’unica attitudine che spalanca la conoscenza della complessità del mondo. Qui D’Andrea, crediamo, non dà voce soltanto a quel che amore paterno gli detta, ma anche e soprattutto a quel che l’esperienza di educatore negli anni gli ha fatto maturare. Per cui, senza annacquare le intenzioni, Lettera a mia figlia mi pare che possa svincolarsi da una dedica strettamente familiare per estendersi a tutti i piccoli ragazzi che abitano o attraversano o sono soltanto sfiorati da questo libro: gli alunni multietnici di Zingonia e quelli disagiati di Messina, i bambini che giocano nei parchi lombardi e quelli in gita all’Acquario di Genova, i bambini di Treviglio «prima di un altro ritorno» e quelli morti a Beslan e nel canale di Sicilia, e, infine, retrospettivamente, lo stesso Gianluca bambino e la sua generazione, che «rotola / da una discesa dell’infanzia, ottanta / volte o più, nella luce del tramonto».
«Il Transito è movimento, divenire» scrive Pusterla. Certo, lo testimonia anche la sezione successiva, “Zone recintate”, in cui una breve e intensa vacanza diventa ansia di muoversi e di conoscere (VI. Braccare lo spazio, Giotto). Ma è anche desiderio di radici e di stanzialità, Transito. Di silenzi assoluti e di raccoglimento, di singoli passi che risvegliano ricordi. E di infanzia, il vero nucleo tematico dell’opera. I serpenti di Mengoni si attorcigliano alle caviglie. Forse per non farci allontanare troppo da quell’età: «Tutti siamo piccoli, Sofia, / abbiamo poco o niente da dire, / eppure questo fiato, così buffo, / è il dovere che ci unisce e dissolve».

Spazio Inediti (20): Antonio Lanza – di Gianluca D’Andrea

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Antonio Lanza

di Gianluca D’Andrea

Spazio Inediti (20): Antonio Lanza

Per il bene d’aria delle dita
per lo stremo della caviglia per tutte
le minime terminazioni
che si diramano sul materasso
e lo inzuppano e colano
dalle fiancate per tutte le invase
fessure tra mattonelle e il sudore
a schizzi il sudore giallo
negli occhi l’impasto
molle tra le gambe
visitate e tutto il piacere
che imbratta muri e specchio a schizzi
vagito a scale e la finestra
adattata alla saliva
della bocca per ogni verde
vagito di cane in cortile
il bene d’osso che intero
fa stringere infine l’orgasmo.
————————————————-Ho abitato
all’apice
tutta fino a scoppiare
la camera, ora a passetti ritorno
torno a piccoli passi
– nido caldo di foglie –
nel corpo di prima
a posarmi. E ancora muto. Germogli
i capelli. Metto
la coda. Mi allungo. Ma mi trema una corda
di basso nel cuore. L’acqua scorre
nel bagno. Un quarto
d’ora non basta. Sospetto,
non so, non ti chiamo. Poi esci nutrita
negli occhi anche tu.
Sul letto poggi incupita
un ginocchio. Mi tiri su.
«Ascolta» dici e vibra, lo sento, alla schiena
la scure del giorno –
domani la stanza occupata
altre intimità da annodare.


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Francis Bacon,Tre Studi di Figure sui Letti, 1972

È una sensualità capillare a muovere l’atmosfera di questo inedito di Antonio Lanza. Si manifesta come un rincorrersi dei termini, senza pause di respiro, nella prima parte, in cui il climax è condotto sul flusso che trascina l’amplesso, quel sudore ha un impatto umorale che allucina la percezione (c’è qualcosa di selvaggio nello schizzo di «sudore giallo», non componibile, così come nel sinestetico «verde / vagito di cane»). Un’esplosione relazionale che coinvolge il circostante: la parola dirompe nel mondo e realizza per un attimo la sua pertinenza “immaginifica”, ma poi, inevitabilmente scivola nella sua caduta. Conclusa l’azione esondante, si verifica un assestamento – «a passati ritorno / torno a piccoli passi» – nel corpo comune, non eroico, che ha consumato il momento di gloria del corpo testuale, e che si ridispone all’ascolto. L’ambivalenza soggettiva crea tensione tra la sintassi “corriva” della prima parte e quella da “dopo il diluvio” della seconda, così l’accecamento iniziale si deposita su un nuovo assestamento, così necessario, nel finale. Sensualità e tensione, nel tentativo di un diverso approccio al reale, provocano lo scuotimento inquieto che ci giunge dal testo nervosissimo di Lanza.

(Aprile 2016)


Antonio Lanza è nato a Paternò (CT) nel 1981, vive a Biancavilla. Laureato in Lettere Classiche, fino al 2015 ha svolto l’attività di libraio. Ha partecipato alla manifestazione “IsolaPoesia”. È stato più volte ospite nei cicli “Notte della Poesia” e “Rito della Luce”, organizzati dalla fondazione “Fiumara d’arte” di Antonio Presti. Alcune sue poesie sono apparse online su l’EstroVersoCarteggi Letterari.