Poesie dall’inizio – 27) Anedda

Tra avvicinamento e distanza si nota un’ambivalenza, dovuta all’apprensione per un “futuro” che, comunque si staglia dal passato, quasi in una scenografia di spettri: “il futuro schiude vapore / come dalla storia l’opaco marmo di un tempio”. Tutto si rischiara e contemporaneamente si oscura, ogni evento è un brandello che nel tempo della sua emersione si rovescia nel proprio opposto. Fino alla constatazione decisiva del finale, nell’irrimediabilità della “notte intera che tesse un grande spazio” e non si fa troppe illusioni  sul “silenzio del silenzio” (ancora un raddoppiamento, stavolta potenziale) “che sbarrerà domani la finestra”.

Gianluca


Poesie dall’inizio – 27) Anedda

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Avvicinati. Il raggio della sera si compie
contro il nero del tavolo, la lampada batte buio e luce
prima di spezzarsi nel tuono.
Non avvicinarti, il futuro schiude vapore
come dalla storia l’opaco marmo di un tempio.
Tutto è bianco:
il rovescio dei nostri visi nelle foto
la terra rischiarata dalla duplice vela dei lenzuoli.
Prendi una strada obliqua che basti un bagliore a definire
una quiete – sottile unione del lutto –
visione sotterranea di un fiume sotto l’intreccio delle dita.

Nel vento di queste sere non esiste che vento.
Mi hai chiesto di trattare il desiderio
come se fossi forte quanto il tempo che scuote.
Così entra l’inverno quaranta volte vissuto come tenebra
notte intera che tesse un grande spazio
silenzio del silenzio che sbarrerà domani la finestra.

(Antonella Anedda, Notti di pace occidentale, Roma, 1999)

Antonella Anedda: una poesia da “Notti di pace occidentale” (Donzelli, 1999) – Postille ai testi

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Antonella Anedda (Foto di Dino Ignani)

di Gianluca D’Andrea

Antonella Anedda: una poesia da Notti di pace occidentale (1999)

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Notti di pace occidentale: VII

Cosa rende cimitero il cimitero di una città bombardata.
Quale contrasto tra i vivi e i morti, che vento
e luce di memoria – luce marina – dagli affreschi di Pisa.

Questa non è un’elegia
qui solo un viso si abbassa sulla pietra
reso adulto dal fuoco
una voce di terra eppure senza eco:

«Non ho nessuno tra queste tombe, nessuno
da chiamare per nome, perciò mi chino
sterro una radice, ricordo
che i miei morti dormono
battezzati ed ebrei
resi uguali dal fuoco
in astucci di sassi, di candele».


Postilla:

Il luogo è il «qui», la “nostra” parte di mondo e gli affreschi del Camposanto di Pisa sono un chiaro rimando alla dissoluzione. Il Trionfo della Morte di Buonamico Buffalmacco, ma ancora di più il luogo specifico, il cimitero, che è anche traslato. Metonimia, infatti, è Pisa bombardata nell’agosto del ’43, proiezione di un posto che si espande nella coscienza: Europa, «Occidente circondato da guerre apparentemente» – negli anni ’90 – «concluse» (così Anedda in nota al libro da cui è estratto il testo); infine morte e assenza che si accompagnano al luogo. Segnali di una devastazione esterna che si insinua nell’intimo del soggetto, e lo svuota. Forse per questo il testo è come spezzato, c’è un preambolo (le prime due strofe) in cui la presenza del mittente è ancora manifesta, anche se l’osservazione è già memoria, «Quale contrasto tra i vivi e i morti, che vento/ e luce di memoria», ma senza compianto, «Questa non è un’elegia/ qui solo un viso si abbassa sulla pietra/ reso adulto dal fuoco», fino a proiettarsi in una voce aliena (chi parla?) che conclude l’ultima strofa. In quello che sembra un monologo, la memoria si trasforma in voce che parla forse solo a se stessa, vacanza del destinatario. La sermocinatio introduce un fantasma, l’ombra di un luogo in attesa (il “nostro” Occidente, la casa, l’identità) di elaborare il lutto della sua scomparsa.