La Biblioteca di RebStein (LXXVI)

La dimora del tempo sospeso

La Biblioteca di RebStein
LXXVI. Luglio 2019

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AA. VV.
(A cura di Antonio Devicienti)

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Se i poeti s’incontrano
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Poeti di Sicilia

La dimora del tempo sospeso

Emilio Isgrò, Sicilia, 1970.

“Mi fa molto piacere raccontare com’è nata quest’opera comune che La Dimora del Tempo sospeso propone adesso ai suoi lettori: nell’estate del 2018 Leonardo Barbera e Antonio Lanza mi hanno chiesto di curare una raccolta di testi poetici di autori accomunati dalla loro origine siciliana; ho preso tempo, ho cercato notizie e testi, poi ho “rilanciato” chiedendo ad Antonio e a Leonardo di contattare i poeti che si aveva desiderio di coinvolgere per chiedere a coloro che avessero voluto partecipare d’inviarmi ciascuno dieci suoi testi (tendenzialmente inediti, ma non esclusivamente). Così ha cominciato a prendere corpo questa pubblicazione, ma avverto che quanto ho finora raccontato è una piccolissima parte della storia (…)” – dalla nota in limine di Antonio Devicienti a Se i poeti s’incontrano (poeti d’origine siciliana di questi anni) d’imminente pubblicazione sulla Dimora del Tempo sospeso (La Biblioteca di RebStein LXXVI).

I Poeti sono:

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Presentazione “Forme del tempo” a Catania

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Giovedì 26 luglio, ore 18:00, al Bookstore Mondadori di Via Antonino di Sangiuliano a Catania, presenterò “Forme del tempo” (Arcipelago Itaca). Ad accompagnarmi Pietro Russo.

Presentazione “Forme del tempo” e “Suite Etnapolis”

L'immagine può contenere: testo

Venerdì 26 luglio, ore 18:00, alla Libreria Ubik – La gilda dei narratori di Messina, dialogherò con Antonio Lanza e Pietro Russo su “Forme del tempo” (Arcipelago Itaca) e “Suite Etnapolis” (Interlinea).

 

Luciano Neri | Discorso a due

Oggi su Formavera alcuni testi da “Discorso a due” di Luciano Neri (L’arcolaio, collana Φ, 2019)

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Anthony HodgkinsonPoesie tratte dall’ultima raccolta di Luciano Neri, Discorso a due (L’Arcolaio 2019). 

*

Prima un corpo viveva
ritirato e distratto
lunga quarantena
quasi è diventato uno
a un palmo dall’altro
ha tenuto fede
alla mancanza – un nido
abitato.
Invece è rimasto due
e lui uno concentrato
a un palmo delle mani
un terzo occhio
vigilava il terreno
le parole confidenti
erano nel suo destino
senza replica una scelta
nelle mani di Abramo
nelle mani di un patriarca
aguzzino

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ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (Anticipazione di Forme del tempo, in uscita per Arcipelago Itaca)

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Oggi su Le parole e le cose l’anticipazione di Forme del tempo, i miei racconti-saggio sulla contemporaneità attraverso la poesia.


di Gianluca D’Andrea

[Anticipiamo un capitolo dal volume di Gianluca D’Andrea Forme del tempo. Letture 2016-2018, in uscita oggi per Arcipelago Itaca]

ROCKY O DEL MOLTEPLICE INDIVIDUALE (UN RACCONTO)

(1ª parte)

Lo spazio aperto di cui si rifletteva nel capitolo precedente è il residuo di un’assenza. Assenza che storicamente le generazioni nate nel secondo dopoguerra hanno ricevuto in eredità e che ha portato a un disorientamento identitario che segna ancora le nostre vite in questo primo scorcio di XXI secolo.

«Nei pressi di… trovata la Lambretta», così inizia Il disperso di Maurizio Cucchi (1945): anno 1976 e nessun luogo, il nowhere dell’indistinzione in un libro il cui stilema ricorrente è l’aposiopesi, cioè l’interruzione costante del discorso, la sospensione di un senso percepibile solo attraverso la reticenza, attraverso la costatazione del vuoto e la relativa attesa. Trasloco, che non avviene, da una casa ormai ridotta in macerie a un’altra inesistente e che non indica approdi o appartenenze, «se mi guardi bene sto già pensando / al giorno non lontano in cui dovrò sgomberare la mia roba di qui / per portare tutto nell’altra casa» e poi «lo spettro / della solitudine ormai doppia (non mia)…» (Il disperso, 1976). Ma gli esempi di questo vuoto impotente potrebbero moltiplicarsi, tante le situazioni di ripercorrenza per accumulo di un passato che si vuole mantenere vivo, perché a rischio di estinzione («Tutto, tutto, / tutto potrà servire chi lo sa», ivi., in cui l’epizeusi ha funzione sì di rinforzo, ma conclude anche un contesto in cui l’accumulo per asindeto dei più svariati oggetti ha quasi funzione apotropaica rispetto al vuoto incombente – e infatti poco prima «niente – niente va mai sciupato»).

Vuoto e accumulo sono i due termini che chiudono il decennio degli anni Settanta e preavvisano il “reaganismo” degli Ottanta. In Italia, colonia statunitense di prim’ordine, il “reaganismo” d’accatto traduce il vuoto in una rincorsa selvaggia ai consumi dopo l’austerity. La conclusione (?) della “strategia della tensione” (la strage di Bologna, ahimè, inaugura il decennio) che aveva prodotto un maggiore isolamento in coscienze ancora ferite e basculanti tra il ricordo di una separazione conflittuale (ereditato dal secondo conflitto mondiale) e il consolidamento di una democrazia ancora impraticabile per la mancanza di una bipartizione effettiva dei poteri. Il ricordo della separazione (fascismo vs comunismo e inserzione capitalistica di matrice statunitense) s’intensifica nelle strategie del terrore che gli anni di piombo riportano alla ribalta, esacerbando ma anche “fossilizzando” le questioni politiche, cosicché il cittadino comune poteva proiettarsi nel desiderio di consumo che spegneva le coscienze in un individualismo edonista e a-critico. L’intensificazione degli attriti, poi, nella prima metà degli anni Ottanta tra Stati Uniti e Urss contribuisce alla pietrificazione delle coscienze in un solipsismo scoraggiato, per cui l’individuo diventa “centrale” per opporsi in modo paradigmatico a un “collettivismo” presentato come il male supremo, con tutti i suoi automatismi. L’individuo allora è sì centrale, ma per essere schiacciato in una morsa di controllo e imposizioni da matrici ideologiche diverse solo nella fabbricazione e nell’impiego di nuovi prodotti.

La fase estrema di un imperialismo su base industriale in Italia produce senso di attesa, come già era evidente ne Il disperso di Cucchi. Gli anni Ottanta, in poesia, sono inaugurati da Ora serrata retinae (1980) di Valerio Magrelli (1957), dove emerge una visuale congelata e focalizzata sui dati della coscienza (auto-coscienza tentata attraverso una poesia referto, un’auscultazione), che produce ancora attesa, emersione di un “nuovo” non ancora identificabile: «Ora bisogna liberare il suolo, curarlo, coltivarlo ed attendere / con affettuosa cautela nuove piante. / Ora si dovrà preparare un nuovo incendio» (Ora serrata retinae, 1980). Forse quello d’esordio di Magrelli è un libro sorprendente proprio per questa volontà di ricostruzione che prende avvio dal “vuoto dei padri” (un po’ come in Cucchi), ma che non sembra avere sviluppo – non si esce dall’individuo nella sua dispersione, non si esce dal “dopo la lirica”, e per questo nella rincorsa all’identità, Magrelli ricorre, nella sua opera successiva, alla figura del fantasma (quello del padre, ad esempio in Geologia di un padre del 2013): «il fantasma di cui sono il lenzuolo» (Geologia di un padre, 2013). Le operazioni più recenti di Magrelli, confermano uno stile fondato sulla paura che ogni movimento del soggetto nel reale possa provocare uno spostamento irrimediabile, una “distopia” negativa, forse giustificata dal ricordo di un passato tremendo che potrebbe essere ri-attivato in ogni istante (banalità del male), per cui a prodursi è un pessimismo che si proietta sul futuro e da cui non è possibile intravedere una strategia di fuoriuscita (pessimismo poi corroborato dalla stagnazione dell’attesa). Sarà preferibile, allora, una vita “vicaria”? Una vita vissuta da un sostituto (che nasconde l’identità o in cui è proiettata una necessità di contatto?). Una vice-vita senza storia, in attesa, appunto: «che la forma di ogni produzione / implichi effrazione, scissione, un addio / e la storia sia l’atto del combùrere / e la Terra una tenera catasta di legname / messa a asciugare al sole» (Esercizi di tiptologia, 1992).

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Dall’inizio (Federico Italiano)

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Federico Italiano

Su L’Estroverso Federico Italiano per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.


L’auto-commento è genere proclive all’inciampo, spesso imbarazzante, per la sua natura egotistica, a volte indisponente. Uno scrittore, inoltre, rimane tale anche nella glossa alla propria creazione – e anche di quella dovrà rispondere in futuro, esteticamente, politicamente, umanamente. Cui bono? Verrebbe da chiedersi… Eppure, c’è qualcosa che d’istinto reputiamo utile nel parlare dei nostri testi, qualcosa più simile a un viatico che a un’analisi, più racconto che spiegazione, più indizio che giudizio. Mi limiterò qui a introdurre alcune poesie tratte da L’invasione dei granchi giganti, un libro scritto tra il 2004 e il 2009, pubblicato presso Marietti nel 2010, abbastanza datato, dunque, perché ne possa parlare con un certo distacco – ma ancora sufficientemente prossimo da nutrire nei suoi confronti un senso quasi fisico di responsabilità.
—–Tempo fa, un poeta mi chiese se i granchi de L’invasione dei granchi giganti appartenessero a una specie particolare, oppure discendessero da un’idea di granchio, dalla figura archetipica di un decapode. A prescindere ora dalle pericolose illusioni della referenzialità, un granchio preciso l’avevo sì in mente: il Paralithodes camtschaticus(TILESIUS 1815), ossia il Granchio gigante, detto anche il Re Granchio della Kamčatka. Era il 2005. Me ne stavo comodo e già sonnacchioso sul divano di casa, a Monaco di Baviera, quando dallo scatolone nero della tivù emerse il carapace arancio-porpora di un granchio immenso. Una voce lenta, delicatamente rauca, involontaria macchina del sonno, raccontava di giganteschi granchi rossi, provenienti dallo stretto di Bering, che stavano mettendo seriamente a repentaglio la pesca al largo delle coste nordorientali della Norvegia. Spiegava che erano i pronipoti di granchi che i sovietici avevano trapiantato nella Baia di Murmansk anni addietro, per sfruttare al meglio il commercio della loro “carne acidula”. Tra plumbee inquadrature su mari gelidi e lunghi primi piani sui volti induriti dal sale di pescatori norvegesi, mi addormentai nel giro di pochi minuti, ma il giorno seguente avevo già metà della poesia in testa prima di colazione.

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INSIDE [ME] – Inaugurazione mostra

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Nell’ambito della rassegna “PORTELLO SEGRETO 2019. SIMBOLI E MISTERI”

Il 14 giugno alle ore 20.00, all’Antico oratorio della Beata Elena, sarà inaugurata la mostra Inside (me), a cura della scrittrice Laura Liberale, con la collaborazione dell’associazione Progetto Portello.
L’evento si inserisce nella rassegna “Portello segreto. Simboli e misteri” organizzata dall’associazione culturale Fantalica di Padova con il contributo e il Patrocinio del Comune di Padova e la collaborazione di molti enti e associazioni del territorio. Inside (me) nasce come progetto di Death Education. Ha ottenuto il patrocinio del master, unico in Italia diretto dalla professoressa Ines Testoni, “Death Studies & the end of life– Studi sulla morte e sul morire per l’intervento di sostegno e per l’accompagnamento” (Università di Padova). A ciascun poeta coinvolto è stato chiesto di rispondere con un testo alla seguente domanda: “Perché non dovrei temere la morte?” Il testo, scritto di proprio pugno dal poeta, è stato poi sigillato con ceralacca rossa e inserito in un uovo confezionato in modo artigianale. Perché l’uovo? Perché è un antichissimo simbolo universale di generazione e di ritorno all’origine. Contestualmente, ogni poeta ha realizzato un file audio\video con la lettura del testo. Durante l’inaugurazione saranno presenti alcuni dei poeti partecipanti all’intero progetto tra i quali: Andrea Breda Minello, Eugenio Lucrezi, Gianluca D’Andrea, Mirco Salvadori, Mariasole Ariot , Ranieri Teti, Chiara Baldini, Marco Malvestio, Anna Toscano, Gianni Montieri, Sonia Lambertini. Orari di apertura dal 15 al 28 giugno dal mercoledì al sabato ore 17.00-20.00. Domenica 10.00-12.00.

Il programma completo degli eventi è disponibile sul sito http://www.portellosegreto.fantalica.com.
L’intero progetto è patrocinato e sostenuto dal Comune di Padova e da Confservizi Veneto. Per Info e prenotazioni Associazione Culturale Fantalica Via Gradenigo, 10 Padova Tel. 0492104096 Mobile 3483502269

Un mio inedito su Repubblica di Palermo

Per la rubrica “La bottega della poesia”, curata da Nino De Vita, un mio inedito è in compagnia di ottimi poeti.

repubblica maggio 2019

Dall’inizio (Maria Grazia Calandrone)

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Maria Grazia Calandrone

Su L’Estroverso Maria Grazia Calandrone per la rubrica Dall’inizio. Di seguito un estratto.


Comincio da una delle soluzioni più recenti, un traguardo provvisorio, che sarà il seme probabile di una serie futura. Si tratta di una commissione, una poesia scritta per il quotidiano «il Messaggero» e, per di più, per la ricorrenza di San Valentino. La sfida è, come sempre, scrivere cose nuove sul mille volte già scritto e mille volte consunto.
Sebbene la poesia, come affermava, con la nota passione, Pasolini, sia «merce inconsumabile».

Il testo è stato composto in un’ora, esito già maturo di un’ossessione lunga, risultato di una riflessione che dura da anni, come testimonia il video dello scorso aprile di «Repubblica TV», durante il quale la linguista Valeria Della Valle risponde in maniera ironica, accurata e intelligente a una mia provocatoria domanda circa la possibilità che la nostra lingua così «letteraria» ed esausta (ometto di replicare qui l’aggettivo «asfittica», per non dispiacere la simpaticissima interlocutrice) venga “rinfrescata” dall’ingresso di nuove lingue, portate da quelli che al momento definiamo «migranti», come una terra spaccata dall’arido viene alleviata dalla prima pioggia.

L’arido che spacca l’Occidente al quale apparteniamo è la solitudine. Come nazioni e lingue. Una solitudine che alcuni addirittura pretendono. E la chiamano “Patria”. Credo, al contrario, che la nostra lingua e la nostra cultura abbiano bisogno di aprire le finestre e far entrare l’aria, di mescolarsi al nuovo – che non è solo la tecnologia, già abusata in poesia e che, del resto, echeggia solo la nostra voce e la nostra mercanzia – ma il nuovo di un presente che, con la pazienza del giorno che succede al giorno, spero diventi il futuro.

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