In cammino (Piccolo canzoniere stagionale), Derbauch Verlag, 2021

Oggi arriva questo dono prezioso realizzato grazie alla generosità di Vito Bonito e corredato da un suo disegno. Sono 15 testi in forma chiusissima (madrigali, sonetti, sestine, sirventesi, canzoni). Ne riporto due insieme all’esergo da Hölderlin.


Die neue Welt ist aus der Thale Grunde

F. Hölderlin

La luna e la belva

Inverno, pallido sfregio di cellule,
in quale giorno sfacelando smisi
stanco lo scanto accettando la crisi?

La luna, argentea danza di libellule,
fissa e mobile in stanze nere osserva
la fine assiderata della belva

le ultime movenze, il suo respiro
vapore astratto, rapido ritiro.

*

Perché né ombra calma…

Perché né ombra calma né dimora
per noi sarà quell’ora
lontana dal respiro verde e mite
dell’albero. La fine quando affiora
la vita già scolora
nelle sue foglie caduche e infinite.

Ma lui oscillando tra le cime indora
e pari diri: “accura”
assorbendo dall’aria luci amiche,
mentre smancia la terra e la parola
adesso sempre ancora
la cosa umana vilinusa. Mite

nelle radici soffre e si rinnova
un suono d’erba e spine abbarbicate
e le acque abbandonate
ristagnano in attesa che si muova

altra acqua sapurusa. Nte ‘nchianati
du troncu stelle aspre e luna nuova,
la terra in basso smuove
la luce tra le linfe tenebrate.

Visite allo zoo/8: Gianluca D’Andrea

Oggi su LE PAROLE E LE COSE² Massimo Gezzi mi fa alcune domande su insegnamento e poesia, insegnamento della poesia con tutte le difficoltà (e la bellezza) che comporta.


a cura di Massimo Gezzi

[Ottava apparizione per “Visite allo zoo”, la rubrica a cura di Massimo Gezzi costituita da una serie di interviste a insegnanti-scrittori e scrittrici sulla difficoltà (ma anche sulla bellezza) di insegnare la poesia e la letteratura a scuola oggi, sulla relazione tra il mestiere di scrittore e quello di insegnante e sul senso di questa professione. Dopo Fabio Pusterla, Francesco TarghettaMarco Balzano, Marilena RendaGian Mario Villalta, Paolo Febbraro e Tommaso Di Dio, oggi risponde Gianluca D’Andrea].

1) Per prima cosa, per contestualizzare quanto stiamo per leggere, che contratto hai, quanto e dove insegni?

Ho un contratto a tempo indeterminato dal 2014, dopo l’iter, per la mia generazione tristemente convenzionale, del precariato, durato 10 anni in giro per la penisola (nello specifico Sicilia e Lombardia, con una tappa intermedia a Firenze). Ho sempre lavorato alle scuole medie alternando Lettere e Sostegno. Adesso insegno stabilmente Lettere in una scuola media a Treviglio in provincia di Bergamo.

2) Ho intitolato un contributo apparso sull’«Ulisse» Una visita allo zoo. L’idea nasceva da una riflessione sui programmi e sulla pratica didattica tipica del liceo ticinese (quello in cui insegno), ma forse, per buona parte, anche di quello italiano: a scuola trattiamo prevalentemente poesia e autori che scrivono in versi, mentre la società contemporanea e il pubblico dei lettori italiani seguono e leggono – se li leggono – quasi esclusivamente scrittori in prosa (soprattutto romanzieri). Come mi capita talvolta di dire ai ragazzi e alle ragazze, i poeti somigliano sempre di più ad animali in via di estinzione o esotici relegati in uno zoo (la scuola, l’aula) e affidati a dei custodi (gli insegnanti). Senza questo recinto istituzionale, la poesia tutta – anche quella altissima: poniamo Dante, Leopardi, Montale – avrebbe ben poche chances di essere letta dalle nuove generazioni. Sei d’accordo con questa diagnosi? Anche a te, qualche volta, è sembrato di lavorare in un zoo?

Inizio dalla fine: l’immagine dello zoo per me è “limitante”, fa pensare a gabbie, recinti, zone di clausura. Vero, esiste la questione dell’obbligo, della burocrazia, delle programmazioni, eppure ho sempre percepito la scuola come un passaggio, un attraversamento. Mantenendo una certa aderenza con la tua metafora, allora penserei a un safari, in cui ognuno di noi, senza troppe distinzioni tra alunni e docenti, può accumulare istantanee e provare a elaborare un percorso di crescita. Io, poi, parto da esperienze diverse rispetto alla maggior parte degli autori che hanno già risposto a queste domande (solo Marilena Renda, ha avuto esperienze simili durante gli anni di precariato). Insegnando alle medie, la poesia non ha un ruolo preponderante come nelle programmazioni liceali, anche se in prima con l’Epica e in seconda e terza con i primi approcci alla Letteratura, chiaramente affrontiamo la questione. La dominante con i ragazzini dai 10-11 ai 13-14 anni che si avvicinano alla poesia dopo le esperienze per lo più mnemoniche delle filastrocche elementari, è quella emozionale e questa, per quanto mi riguarda, è una fortuna. In prima media, siamo ancora abbastanza liberi dai pregiudizi sul genere, quindi è relativamente facile impostare il lavoro sulla poesia partendo dalle sensazioni prodotte dal testo nudo e crudo e solo dopo arrivare anche agli aspetti tecnici e alla storia dell’autore che l’ha composto. Quando parlo di emozione, parto da ciò che vedo, le reazioni dei ragazzi, che vivono l’esperienza come un movimento che li porta verso l’esterno, un’alterità inesplorata che la prosa non riesce a suscitare, perché, a detta loro, li “immedesima” nella storia, in qualcosa che riconoscono. In poche parole, la poesia li disorienta e li sorprende (solo due generi che affrontiamo in Antologia hanno questa capacità estraniante e “tensiva”: l’horror e la fantascienza). Chiaramente è una constatazione di massima, è ovvio, infatti, che non tutti possono avere la stessa attenzione o sensibilità, per motivi che esulano la didattica e spesso sono  dettati da disagio sociale, psicologico, ecc. La maggior parte del mio precariato l’ho vissuto in scuole di “frontiera”, in periferie urbane dissestate, al sud e al nord del paese senza distinzione, probabilmente ho imparato in questi ambienti la grande necessità di relazione e trasmissione che condiziona ogni linguaggio, poesia compresa.

Forse ho un po’ travisato il senso della tua domanda, credo però che la custodia cui ti riferisci non sia sufficiente, non salvaguardiamo semplicemente una tradizione ma la rimettiamo in circolo, provando a indirizzarne il flusso. Mi sembra necessario correre questo rischio.

Continua a leggere…

Nino De Vita: Il bianco della luna – Antologia personale (1984-2019)

Segnalo con grande piacere l’uscita dell’Antologia personale di Nino De Vita, Il bianco della luna, per la nuova collana novecento/duemila della casa editrice Le Lettere, a cura di Diego Bertelli e Raoul Bruni.

Della poesia di Nino De Vita ho parlato in molte occasioni (vedi qui, qui, qui e qui), per questo ripropongo un estratto di riflessione sulla sua opera, di cui questa autoantologia è la più recente testimonianza e, mi auguro, possibilità per le nuove generazioni di scoprire o approfondire la poesia di uno degli autori più significativi dell’ultimo scorcio del Novecento e dei primi anni di questo secolo:

“Ecco, il soggetto in De Vita è completamente assorbito in quella trama testuale che negli anni il poeta di Marsala è riuscito a costruire, utilizzando uno strumento così personale da rappresentare il sintomo di una scomparsa. Provo a spiegarmi: a dissolversi è l’io lirico nella custodia e reinvenzione di una lingua ctonia, profonda, di un “idioma” in pratica sconosciuto e, per questo, adatto a ogni trasfigurazione affabulatoria.
Nel corso del tempo, questa scelta radicale si è stratificata costruendo un conglomerato mitico di figure, le quali, finalmente accostate, ci offrono l’estremo tentativo di sopravvivenza di una storia, “della storia”, cioè dell’ultima grande metafora in cui è riassunto il tragitto della trasmissione dei messaggi tra le generazioni.
In passato ho parlato di ibridazione linguistica come fenomeno risultante dalla mutazione del rapporto io/mondo, la tensione all’incrocio di due realtà non più separate ma conglobate in una nuova definizione, in un “monstrum” linguistico. Nel caso di De Vita, invece, viene da pensare a fenomeni di concrezione. Lingua e mondo si coagulano, fanno uso di un procedimento che non richiede forzatura ma il pudore di chi accoglie una tradizione e non rinuncia alla sua spinta verso il futuro. Il dialetto di De Vita possiede questa dimensione pudica insieme a una carica di resistenza che continua a dire il passato, conservandolo nel proprio DNA. È il racconto della memoria che spinge al mutamento, nonché il limite con cui lo stesso si scontra”.


TESTI

MARTINU

Parlai ra luna.
Èramu una ricina,
’n terra, aggiuccati,
a giru, nno jardinu.

Parlai ru bbiancu
ra luna;
r’i màculi nno bbiancu
ra luna; ra luci
chi scoppa ri nna luna.
Ascutàvanu a mia
taliannu ’a luna.

Cc’era Martinu,
u picciriddhu ch’avìa
l’occhi astutati, nzèmmula
cu nniathri:
stava cu ’a testa calata,
i manu ncapu l’erva
chi spuntava.

Parlai ra luna,
tunna e a fàuci;
ra me’z’zaluna;
ru jocu ra luna
chi s’ammuccia nne nèvuli
e s’affaccia…
E a corpu Martinu
mi firmau.
«È bbeddha»
rissi «’a luna!».

MARTINO. Parlai della luna. / Eravamo una diecina, / per terra, accovacciati, / a giro, nel giardino. // Parlai del bianco / della luna; / delle macchie nel bianco / della luna; della luce / che viene dalla luna. / Ascoltavano me / guardando la luna. // C’era Martino, il bambino che aveva / gli occhi spenti, insieme / a noi: / stava a testa bassa, / le mani sull’erba / appena nata. // Parlai della luna, / tonda e a falce; / della mezzaluna; / del gioco della luna / che si nasconde fra le nuvole / e riaffaccia… / E all’improvviso Martino / m’interruppe. // «È bella» / disse «la luna!».

*

I LIBBRA

I libbra stannu fermi
ma rintra hannu una vita
ch’i macina: cci sunnu
’i cinchedda, i sbintati, i luparini;
i torti, i macanzisi;
alivoti cci sunnu ’i nannalau,
’i scarafuna, l’òmini squaquègnari,
’i ngazzati, l’eroi;
cci su’ nzivati tinti
nne cantunera bbianchi
ri fogghi, cc’è ’u silenziu,
cci su’ ncuttumi, i tuppulì ru cori…

I libbra stannu suli, comu chiddi
chi sunnu dispizziati, l’angariati,
stritti nne ligna, muti:
l’ùmidu ’i puntiddia,
nne vasciura scurusi, allippatizzi
ri muffa.

I libbra cci hannu ’a firi,
’i palori chi sarvanu.
Fannu pinzari, chiànciri,
nni fannu scaccaniari;
amici ncudduriati
ri chiddi nfarinati, ’i sularini.

Hannu tristizzi i libbra
ch’unn’i putemu fari
scenti,
ddulura linzittiusi.
Gnunìanu trisora, l’allisciati
ri chiddu chi, calatu
a pinzari, a nchiappari
nne fogghi, sapi chi
cci sunnu.

I LIBRI. I libri stanno fermi/ ma dentro hanno una vita/ intensa: ci sono/ gli scapestrati, i libertini, i chiusi di carattere;/ i malvagi, i traditori;/ a volte ci sono gli stupidi,/ gli ingordi, gli uomini miseri,/ gli amanti, gli eroi;/ ci sono paure indicibili/ negli spazi bianchi/ dei fogli, c’è il silenzio,/ ci sono pene, i palpiti del cuore…// I libri stanno soli, come quelli/ che sono maltrattati, che vivono un sopruso,/ ristretti nei ripiani, muti:/ l’umido li macchia,/ nei posti bassi, oscuri, sporchi/ di muffa.// I libri hanno la fede,/ le parole che salvano./ Fanno pensare, piangere,/ ci fanno sbellicare dalle risa;/ amici intimi sono/ dei sapienti, dei solitari.// Hanno tristezze i libri/ che non possiamo/ capire,/ dolori laceranti./ Nascondono tesori, le carezze/ dell’uomo che chinato/ a pensare, a scrivere/ sui fogli, sa che/ ci sono.

*

DOMMIANU

Mi patruniava ’a fami
e circavu a me’ matri,
rrunguliusu; o vinia
idda a truvari a mmia,
cu ’na fedda ri pani
’n manu. Sempri una fedda
ri pani. “Teccà, mancia”.
Cci addumannai una vota tanticchiedda
ri cosa, chi nni sacciu,
r’accumpagnari ô pani,
pi calàrimi megghiu;
si nn’jiu, s’arricampau
cu ’na striscia, una sganga,
ri muddica. Mi rissi,
puennumilla “Teccà, è ’u cumpanaggiu.
È tumazzu, bbiscusu,
tènnaru comu ’a tumma”
’U taliai, ’u firriai.
Era comu ’a muddica.
Ma me’ matri m’avia
rittu ch’era tumazzu,
e ggheu accumpagnai
’u pani cu ’a muddica.
Muzzicavu
’u pani e pizzuliavu
’u tumazzu.
Me’ matri mi taliava.
Rissi “Mancialu a picca
a picca, vasinnò,
â sèntiri, t’accabba,
t’arresta sulu ’u pani”.
E ggheu accussia fici.
Ogni vota accussì
facia.
Ravu una muzzicata
nno pani e pizzuliavu,
ma a picca, ’u cumpanaggiu.
Una vota finiu pi primu ’u pani
e ’a chiamai. “Mi finiu
’u pani, o ma’, finiu”
nnamentri chi tinia
nna punta ri iritedda
dda nnicchia ri tumazzu.
Idda vinni e purtau
natra fedda ri pani,
cchiù nziccuta “Chi cci hai
’a lupa?” mi spiau.
Natra vota pi primu mi finiu
’u tumazzu, arristai
cu tanticchia ri pani
’n manu. Chiamai “O ma’,
finiu ’u cumpanaggiu”.
Chiamai e s’arrabbiau,
vinni nni mia cu ’a facci sbambuliata.
“Ti rissi, Dommianu, ri manciari
’u cumpanaggiu a picca
a picca”.
Si nni’jiu. S’arricampau
cu tantu ri muddica
ri pani e m’u puiu.
Una vota cci rissi “O mà, mi pari
chi stu tumazzu chi
mi runi cci havi ’u stissu
sapuri ra muddica
ru pani”.
Mi rissi “ Ma chi ddici,
’unn’i l’ha ddiri cchiù,
tu mancu l’ha pinzari,
Dommianu, tu m’ha crìriri,
m’ha crìriri Dommianu”
e, ’u vitti, cci nisceru
’i làcrimi ri l’occhi.

Vinia nni mia cu ’na fedda ri pani
nno ’na manu e ’a muddica
nne ìrita ri l’àvutra
manu. “Teccà” e puia.
Pi prima ’u pani, ddoppu
’u tumazzu.

DAMIANO. Mi prendeva la fame/ e cercavo mia madre,/ lamentoso; o veniva/ lei a trovare me,/ con una fetta di pane/ in mano. Sempre una fetta/ di pane. “Tieni, mangia”./ Le domandai una volta un pochetto/ di cosa, che so,/ da accompagnare al pane,/ per scendere meglio;/ se ne andò, tornò/ con una striscia, un pezzetto,/ di mollica. Mi disse/ porgendolo “Tieni, è il companatico./ È formaggio, spugnoso,/ morbido come la tuma”./ Lo guardai, lo girai./ Era simile alla mollica./ Ma mia madre mi aveva/ detto che era formaggio,/ e io accompagnai/ il pane alla mollica./ Mordevo/ il pane e pizzicavo/ il formaggio./ Mia madre mi guardava./ Disse “Mangialo a poco/ a poco, se no,/ io ti avverto, finisce,/ ti resta solo il pane”./ E io così feci./ Ogni volta così/ facevo./ Davo un morso/ al pane e pizzicavo,/ ma poco poco, il companatico./ Una volta finì per prima il pane/ e la chiamai “ Mi è finito/ il pane, o ma’, è finito”/ mentre tenevo/ nella punta dei ditini/ quel poco di formaggio./ Lei venne e portò/ un’altra fetta di pane,/ più sottile “E che sei/ affamato?” disse./ Un’altra volta per prima finì/ il formaggio, rimasi/ con un poco di pane/ in mano. Chiamai “O ma’,/ è finito il companatico”./ Chiamai e si arrabbiò,/ venne da me con la faccia accalorata./ “Ti ho detto, Damiano, di mangiare/ il companatico a poco/ a poco”./ Se ne andò. Ritornò/ con un tantino di mollica/ di pane e me lo porse./ Una volta le dissi “O mà, a me sembra/ che questo formaggio che/ mi dai ha lo stesso/ sapore della mollica/ del pane”./ Mi disse “Ma che dici,/ non devi dirlo più,/ tu neanche lo devi pensare,/ Damiano, tu mi devi credere,/ mi devi credere Damiano”/ e, lo vidi, le uscirono/ le lacrime dagli occhi.// Veniva da me con una fetta di pane/ in una mano e la mollica/ nelle dita dell’altra/ mano. “Tieni” e me li porgeva./ Per prima il pane, dopo/ il formaggio.

*

’U RRIMITU

“Chissu è un pueta, ’u viri?”

mi rissi Cola “chissu

chi sta assittatu mpunta

ru molu. Puisii

ammenta nna ddi centu

pitanzi, quannu fannu

l’ammitu a Sagnuseppi.

Cci rìcinu ’u rrimitu”.

“Eu sacciu chi vossia

è pueta” cci rissi

un gghiornu ch’era ddà,

assitttau, cu ll’occhi

a Favugnana, mentri chi di sguìciu

’u suli si cci stava

calannu.

“Puru eu”

cci cunfirai “ ’u sapi,

hâ fattu puisii…”

Annunca si vutau,

mi taliau, chinu ri

maravigghia.

“Rimminni una, rui” mi cumannau.

“A mmenti eu ’unn’i sacciu”

cci rissi, cu ddu cori

ri picciutteddu chi

si misi a bbattuliari.

“E chi pueta sì” mi rissi “ ’i mei

cci l’haiu tutti cca,

cca rintra” e si chiantau

unapocu ri bbotti

cu ’a manu ncapu ’a frunti.

“Vossia, s’è ddaccussì,

po’ fariminni assèntiri

una?” cci addumannai.

“Sulu nne festi ’i ricu,

pi rrispettu ru Santu.

Ti pozzu, siddu voi,

cuntari stori… Anzi

una storia t’ha ddiri

ch’addivintau pi mmia

cosa chi mi macina”.

E accuminciau, senza

chi ggheu arrivassi a ffari

palora.

“Passiàvanu ddu’ amici

p’a strata chi dda Lupa

agghica ccà, â marina,

jìanu e trattinìanu.

Unu cci rissi all’àvutru:

« ’U sai qual’èsti ’a cosa

chi appena arruspigghiatu

eu cci addumannu a Diu?»

«Chi nni pozzu sapiri»

cci arrispunniu l’àvutru. « ’A saluti,

sarrà, eu ricu, anticchia

ri stari bbeni, ri

firi…»

«Ddumannu ogni matina

a Diu una rrisatedda.

Viremma mi succeri

ri spiaricci aliquannu una carizza.

Ddoppu sta cosa a mmia

mi pari stramma, comu

si Diu ’un cci l’avissi

’i manu pi putiri accarizzari».

«E ’a vucca ammeci sì?»

l’àvutru rripicau.

«Cu ’na rrisata eu penzu ch’è diversu.

È sulu una musioni.

’U bbustu, comu â ddiri,

’un cc’entra…»

Ma tu comu ti chiami?”

“Ninu” cci arrispunnì.

“Ninu” ’u rrimitu mi

rissi “pi mmia si fici

tardu. Ddumani, e tu

mentri cci penzi, eu vegnu,

nni ncuntramu e mi rici

soccu nni cunchiuristi”.

E s’aisau, si nn’jiu pi nno cannitu,

runni cci avia appuiatu

nno ’n cutu ’a bbicichetta.

“Cci poi spiari puru

a quarcunu” mi fici

vuci “un parrinu, un vecchiu,

o rari nguestu nne

libbra. Pi mmia cci voli

unu chi mi fa scenti,

chi m’allibbetta ri

sta lìsina”.

E appizzau,

retti, furzannu, nne

pitala.

L’EREMITA. “Questo è un poeta, lo vedi?”/ mi disse Cola “questo/ che sta seduto sul/ molo. Poesie/ inventa in mezzo a quelle cento/ pietanze, quando fanno/ l’invito a San Giuseppe./ Lo chiamano l’eremita”.// “Io so che lei/ è poeta” gli dissi/ un giorno che era lì,/ seduto, con lo sguardo/ a Favignana, mentre che rasente/ il sole vi/ scendeva./ “Pure io”/ gli confidai “lo sa,/ ho scritto poesie…”/ Allora si voltò,/ mi guardò, pieno di/ meraviglia./ “Dimmene una, due” mi comandò./ “A memoria io non le so”/ gli risposi, con il cuore/ di ragazzo che/ si mise a palpitare./ “E che poeta sei” mi disse “quelle mie/ le ho tutte qui,/ qui dentro” e si diede/ colpi, tanti colpi,/ con la mano sulla fronte./ “Lei, se così è,/ può farmene sentire/ una?” gli domandai./ “Solo nelle feste le recito,/ per rispetto del Santo./ Ti posso, se vuoi,/ raccontare storie… Anzi/ una storia devo dirti/ che è diventata per me/ cosa che mi assilla”./ E cominciò, senza/ che io arrivassi a fare/ cenno./ “Passeggiavano due amici/ per la strada che dalla Lupa/ porta qui, alla marina,/ andavano e fermavano./ Uno disse all’altro:/ «Lo sai qual è la cosa/ che appena sveglio/ io domando a Dio?»/ «Che ne posso sapere»/ gli rispose l’altro. «La salute,/ forse, io dico, un poco/ di benestare, di/ fede…»/ «Domando ogni mattina/ a Dio un sorriso./ Pure succede/ di domandargli a volte una carezza./ Questa cosa dopo a me/ sembra stramba, come/ se Dio non le avesse/ le mani per potere accarezzare»./ «E la bocca invece sì?»/ l’altro ribattè./ «Con un sorriso io penso che è diverso./ È solo un atteggiamento./ Il corpo, come dire,/ non c’entra…»/ Ma tu come ti chiami?”./ “Nino” gli risposi./ “Nino” l’eremita mi/ disse “per me si è fatto/ tardi. Domani, e tu/ intanto ci ragioni, io vengo,/ ci incontriamo e mi dici/ quello che ne hai concluso”./ E si alzò, andò verso il canneto,/ dove aveva appoggiato/ su una pietra la bicicletta./ “Puoi domandare pure/ a qualcuno” fece, alzando/ la voce “un prete, un vecchio,/ o cercare dentro i/ libri. Per me ci vuole/ uno che mi faccia capire,/ mi liberi da questo/ rovello”./ E diede,/ diede, forzando, sui/ pedali.

*

L’ARANCIARU

Era pi dunn’egghè
ddu ciàvuru ri mustu.
Vinia ru malasenu, ri nne stipa
càrrichi, nfilignera,
e gghjia pi nna cucina,
p’i càmmari, niscia,
si nnacchiava all’àstracu.
E ’u ciàvuru ri rrosi
pi ddintra ’a casa, ’u ciàvuru
ru ggelsuminu, ri
carrubbi.
’Unn’agghicava ’u ciàvuru ru mari.
Ma eu ci jia, ddà,
pi sèntilu.

’U silenziu chi cc’era
nna sta ncufata ru
Stagnuni.

……………..Si putia
sèntiri ’u rriminiu
ri pisci chi vinìanu
ô ncapu, e ’i bboddi, ’u toccu
ri l’ali ri l’aceddi
vasci, a stricari ’u pilu
ri l’acqua.

………………Cci vinia
viremma un’aranciaru
nna stu locu, unu siccu
mpurrutu.

Chiantava tutt’allongu
ra spiaggia, orantuoarantu,
bacchetti cu pizzudda
ri murina o di siccia,
di runcu.
Passava e arricugghia
l’aranci chi s’avìanu
nnastumentri acchiappatu
ê canni pi pistiari.

Nchiusi pi ddintra ê sacchi, ammazzuniati,
cu ’i tinagghi, cu ’i vucca,
stricànnusi cu ’i ranfi,
facìanu un nzirrichiu
chi a mmia mi scumminava.
M’arrassavu accussì
ri nn’iddu quannu cc’era.

Un gghiornu stu cristianu
cu ’a manu mi chiamau.
“Picchì t’a fui” mi rissi.
“Mali ’unn’i fazzu. Cogghiu
aranci pi piscari
cu ’i nassi, abbuscu quarchi
sordu e cci campuniu
’a famigghia”.
“ ’Un mi piaci ascutari
’a làstima chi fannu”
cci rissi.
’U cristianu si fici
ursignu. M’ammicciau,
schifiatu.

………………..“Puru niatri”
accuminciau a vuciari
“semu pi ddintra ô ’n saccu;
e lastimiamu, avemu
l’accupazzioni, ’i còlluri chi cci hannu
l’aranci. Tuttu ’u munnu
si rruri”.
………………….E aisannu ’u vrazzu
’u rriminau nnall’aria
tagghiannu comu fa
una fàvuci.

IL PESCATORE DI GRANCHI. Era dappertutto/ quell’odore di mosto./ Arrivava dal magazzino, dalle botti/ ricolme, messe in fila,/ ed entrava nella cucina,/ nelle stanze, usciva,/ saliva sul terrazzo./ E l’odore delle rose/ nella casa, l’odore/ del gelsomino, dei/ carrubi./ Non giungeva l’odore del mare./ Ma io ci andavo, lì,/ per sentirlo.// Il silenzio che c’era/ in questa cavità dello
Stagnone./ Si poteva/ avvertire il movimento/ dei pesci che venivano/ in superficie, e il boccheggiare, il tocco/ delle ali degli uccelli/ bassi, radenti il velo/ dell’acqua.// Ci veniva/ pure un pescatore di granchi/ in questo posto, uno magro/ ma ferrigno.// Conficcava, lungo tutta/ la spiaggia, una appresso all’altra,/ canne con pezzettini/ di murena o di seppia,/ di grongo./ Tornava e raccoglieva/ i granchi che si erano/ frattanto appiccicati/ alle canne per mangiare.// Rinchiusi dentro i sacchi, ristretti,/ con le chele, con le bocche,/ sfregandosi con le zampe,/ creavano un rumorio/ che mi turbava./ Mi allontanavo così/ da lui quand’è che c’era.// Un giorno questo vecchio/ con la mano mi chiamò./ “Perché fuggi” mi disse./ “Male non ne faccio. Raccolgo/ granchi per pescare/ con le nasse, guadagno qualche/ soldo e ci campo
la famiglia”./ “Non mi piace ascoltare/ il lamento che fanno”/ gli dissi./ Il vecchio si fece/ torvo. Mi fissò,/ sdegnato.// “Pure noi”/ cominciò a gridare/ “siamo dentro a un sacco;/ e ci lamentiamo, ci sembra/ di soffocare, le pene abbiamo/ dei granchi. Tutto il mondo/ si tormenta”./ E sollevando il braccio
lo mosse nell’aria/ tagliando come fa/ una falce.

Intervista su “Transito all’ombra” – Il posto delle parole

Una bella discussione tra me e Livio Partiti su Transito all’ombra per Il posto delle parole

A questo link il podcast. Buon ascolto.

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Cammino nella metà della luce – 7 non-prose inedite su Nazione Indiana

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Hal Morey, Grand Central Terminal (1930)

Sette mie prosette su Nazione Indiana oggi. Suggerimenti e scelte di Renata Morresi che ringrazio. Per chi volesse leggerne.


Cammino nella metà della luce

di Gianluca D’Andrea

 

I. Risveglio

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti

e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.

 

II. L’ente scimmia

I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.

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Breve nota a “Nuovo Inizio” di Gianluca D’Andrea

La dimora del tempo sospeso

Leggo Nuovo Inizio di Gianluca D’Andrea come un ambizioso, coraggioso poema contemporaneo, come un multiforme progetto, come una rischiosa proposta. E dico subito che quel mio leggo possiede già un difetto, perché esso fa pensare alla lettura di un testo almeno lineare, di un testo composto secondo la tradizionale scansione in versi e in pagine, scansione che continua, spesso, ad accomunare pubblicazioni “in rete” e pubblicazioni cartacee. E, invece, Nuovo Inizio è sì un poema, ma è anche un esperimento e, dicevo, una rischiosa proposta perché Gianluca, che ha già all’attivo pubblicazioni in volume di notevole valore e la cui poetica è estremamente consapevole e avvertita, ben lontana da qualunque intimismo e vezzo letterario, ha voluto, direi ha accettato il rischio di comporre quello ch’egli stesso definisce ipertesto e l’ha fatto coerentemente con lo sviluppo delle sue riflessioni e, appunto, della sua poetica.

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Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Dos poemas de Gianluca D’Andrea

Traducción de Diego Estévez

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III

El petirrojo y el pichón dividían

los cuadros de espacio en el patio.

El alimento son los manteles revueltos,

el aire alacena y todas aquellas briznas

que vuelan, mientras un tufo desde el sur

me recuerda la calle de los desperdicios,

su almacenaje en costales,

incubados, producidos, jamás procesados.

Desde el mar, después, la brisa llega tenue,

en el rostro la caricia se transforma,

desde atrás, fastidioso, golpeaba

el lebeche y el respirar, que se torna

infecto, ahora podía devolver

el lejano mensaje de la cañería

que, silente y grávida, vomita en el mar.

 

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Pitture rupestri e visioni di poetica in Bortolotti, D’Andrea, Di Dio, Mari

Oggi su Poetarum Silva un articolo di Andrea Accardi (che qui ringrazio) parla di pitture rupestri e visioni, analizzando opere recenti di Bortolotti, Di Dio, Mari e il sottoscritto (nello specifico Nuovo Inizio). Qui di seguito l’estratto che mi riguarda e il rimando all’intero articolo. Buona lettura.


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Concludo con Gianluca D’Andrea e con il suo Nuovo inizio, che non è materialmente un libro, ma un poema ipermediale in due parti, che mischia versi, prosa, immagini, video, un progetto molto ambizioso e suggestivo, fruibile per intero sul sito dell’autore. Anche qui troviamo una sorta di cornice fantascientifica, la strana situazione in cui si trova l’io lirico protagonista: «Nella capsula, l’aria viziata/ non era stata ancora incanalata/ nel tubo di espulsione./ Guardavo in apprensione/ eppure con distacco/ l’acqua intoccabile dopo/ che l’ultimo strato si era dissolto./ Fuori dalla piccola sfera/ non avrei sopportato l’aria/ se non per qualche ora» (I, I). Molti frammenti dopo, scopriamo però che si era trattato piuttosto di un qualche esperimento psichico: «Al risveglio non mi sentivo frastornato, perché il ciclo di ottanta minuti, se non disturbato da imprevisti esterni, come nella fase REM, si conclude senza traumi. Lo psicologo è subito pronto a riattivare il dialogo che, nella percezione del soggetto, sembra interrotto da anni» (I, XL). Il tutto si configura come uno sprofondamento nella mente e nella memoria, dove ricordi, associazioni, visioni personali emergono comunque da una dimensione collettiva stridente e totalizzante, che va dalle tragedie della Storia al pop più scanzonato. Durante il tragitto incrociamo quindi il record di Ben Johnson, l’architettura razionalista, il Trittico delle delizie e l’incubo di Füssli, MasterChef, IKEA, le ombre di Hiroshima stampate sui muri dal flash dell’esplosione, le canzoni di Fiordaliso che accompagnano tramonti che uniscono «la luce aranciata […] allo strato fuligginoso dell’atmosfera» (I, XIV), e poi il discorso di Martin Luther King e la dichiarazione di guerra di Mussolini, Sinéad O’Connor, David Bowie, il secondo tragico Fantozzi, la visita di Primo Levi ad Auschwitz, e molto altro ancora. Nella seconda parte, con il ritorno a casa, il protagonista ha come un’allucinazione nel salotto, che si riempie di pitture rupestri: «Riflettevo su realtà e rappresentazione perché le ombre sulle pareti assumevano forme sempre meno vaghe. Immaginavo o vedevo animali stilizzati? Scene di caccia preistoriche, come in quei graffiti negli anfratti antichi delle grotte. I predecessori sono il baratro in cui sono risucchiati gli orrori, le ferite e i traumi, i sogni morbosi di ombre che vengono incontro, le forze esterne pronte ad annientarci. La paura di essere niente ha prodotto ogni macchinazione. Cadevo dalla superficie delle pareti dentro le ombre» (II, IV). È come se ogni avvenimento del passato nella memoria si rapprendesse in una scena violenta, incontrollata e misteriosa, come se queste immagini stilizzate non fossero che il precipitato nella mente di tutte quelle altre, senza un centro, un asse che le organizzi insieme («tutti i mostri sfilano/ da epoche numerose, da crepe spalancate», II, XL). Da quel momento in poi attraversiamo un incubo più tradizionale, senza mediazione, dentro spazi aperti, «un lago viscoso […] dentro cui sciamavano/ frotte di moscerini a stento visibili» (II, V), una donna enorme che «avanzava guidando un enorme triciclo» (II, VI), una porta di calcio «disegnata su una parete ricoperta di edera e crepe» e un bambino che incide il pallone «con un falcetto» (II, XVI), la casa di una vecchia zoppa, le alghe del lago appese ai cembri di un sentiero, e la sensazione che ogni evento della vita non abbia «alcuna connessione con ciò che ci ostiniamo a chiamare reale» (II, XXXVI). Questa strana opera ci dice molto insomma sulla nostra mente all’epoca della medialità esplosa, e lo fa in modo mimetico, si fa essa stessa capsula ridondante, scorribanda di immagini, e continua come un percorso in levare verso il proprio sé, che risulta però schermato, fino all’ultimo, perfino negli affetti privati, contro «la paura di essere niente» (chiude infatti la traccia audio di Senza Fine, Gino Paoli, come l’ennesimo contrappunto ironico).

Per leggere l’articolo completo clicca qui

Gianluca D’Andrea racconta Nuovo inizio – Biblioteca San Giorgio Pistoia

Oggi sul canale YouTube della Bibilioteca San Giorgio di Pistoia per l’iniziativa La San Giorgio a porte chiuse – Videomessaggi di autori, traduttori ed editori a tutti i lettori della San Giorgio, presento e leggo alcuni estratti da Nuovo Inizio – Un poema in versi, prosa e altri media, fruibile gratuitamente al link https://www.gianlucadandrea.eu/ipertesto/

Un grazie grande a Martino Baldi per l’ospitalità e a Francesco Terzago per il lavoro d’impaginazione.

QUALCOSA ANCORA DA COGLIERE. POESIA, TERZO PAESAGGIO? UN DIALOGO CON GIANLUCA D’ANDREA

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Foto di © Sally Gall, Tailwind, 2015 (particolare)

     Poesia, terzo paesaggio?, rubrica a cura di Laura Pugno

[Questa rubrica, o meglio inchiesta, Poesia Terzo Paesaggio?, nasce dal desiderio di entrare in dialogo con altri poeti, scrittori e chissà, in futuro, anche artisti, chiamati a rispondere a un identico questionario.

La conversazione ha per cuore l’analogia tra la poesia in Italia oggi e il concetto di Terzo Paesaggio, che si deve al paesaggista francese Gilles Clément.

Analogia che ho tratteggiato nelle ultime pagine del mio saggio In territorio selvaggio (Nottetempo), riportate qui, e a cui rimando per approfondimenti.

L’analogia è appunto un’analogia, un’intuizione, non una tesi sistematica – come del resto anche l’idea stessa di Terzo Paesaggio sembra essere. Allo stesso tempo, ha qualcosa di vero. Di quel vero che è delle intuizioni, delle immagini. Spaventoso e allo stesso tempo confortante (uso non a caso questo aggettivo).

Terzo Paesaggio è una definizione che, precisa Clément, rimanda “a Terzo Stato, non a Terzo Mondo. Uno spazio che non esprime né potere, né sottomissione al potere.” Ma il Terzo Paesaggio è anche “uno spazio comune del futuro”.

Può questo oggi aiutarci a pensare la poesia? Potere non ne ha. Cerca sottomissione al potere? Qual è il suo spazio comune nel futuro? (Laura Pugno)].

Immaginiamo di essere nello stesso posto e che questa conversazione avvenga in un luogo. Metto qui, in questo spazio, un’analogia, allo stesso tempo precisa e imperfetta come tutte, che la situazione della poesia italiana e non solo italiana oggi abbia qualcosa in comune con quello che il paesaggista francese Gilles Clément denomina Terzo Paesaggio. Cosa te ne sembra? La senti vera? Cosa ti fa ulteriormente immaginare?

«Si orienta la selva ed è giardino»

A. Zanzotto

Che viviamo un mondo immaginifico, una costante ricreazione di immagini che fatichiamo a focalizzare e fissare. Che queste immagini provengono da crepe sgorganti sempre nuovi umori, relazioni, crasi potenziali.
Eppure quanto espresso è da verificare perché lo è l’idea stessa che abbiamo di “paesaggio” che esula, probabilmente, da una prospettiva specificamente topologica. Me lo fa pensare l’analogia da te proposta, perché la poesia è un fenomeno non circoscrivibile e, quindi, incollocabile dal punto di vista spaziale. Anzi, è possibile che quella della poesia sia la parola della dis-locazione, la manifestazione del transito di una presenza.

Partirei, allora, da un tentativo di ridefinizione che riattivi lo spunto da te proposto tramite il saggio di Clément. Credo che oggi sia poco necessaria una classificazione per tipologie paesaggistiche; ritengo, inoltre, che l’uomo e il pianeta con esso abbiano attraversato definitivamente il limite che li rende – e li arrende – alla loro stessa marginalità. Questo il saggio di Clément lo dice quando accenna al mondo come giardino planetario, nella sua finitezza o, seguendo Nancy, mondializzazione (un concetto ibrido tra mondanità e globalizzazione). L’essere immersi nell’immanenza fattuale del mondo, dell’unico mondo possibile, ne dispiega la “periferizzazione” ma non ne annulla le capacità germinative. Di più, è estinta de facto qualunque distinzione tra centro e periferia perché sono decaduti i fondamenti dialettici che la sostenevano. La parola della poesia, nella sua ostinata ricerca di verità, prendendo atto della destituzione dialettica appena citata, apre alla diversificazione rizomatica. In questa dimensione, poesia e mondo possono istituire connessioni molteplici e produttive in qualsiasi direzione. Il rischio di isotropia che può derivare dall’interscambiabilità delle direzioni è lo stesso che corre la parola in un mondo in continua trasformazione ma economicamente omogeneo (la globalizzazione di cui sopra, appunto. Ma proverò ad approfondire rispondendo alla tua terza domanda).

E la poesia: e la letteratura, l’arte più in generale? Che tipo di paesaggio occupano intorno a questo incolto, residuo, friche?

Mi piace pensare a questo “incolto” in prospettiva futura: come qualcosa ancora da cogliere. Una “pregnanza”, direbbe François Jullien, che è dimensione ambientale e che “promuove” il paesaggio.
Prioritariamente si tratta di cogliere in poesia un’insorgenza, dal margine che è la poesia stessa (e l’arte in generale) una nuova gemmazione. In questi termini essa è evocazione di un nuovo paesaggio, lo preannuncia. Attraverso la parola della poesia si accerta una scomparsa per consentire una presenza (in questo si avverte una forte similitudine con la fotografia). Poesia e paesaggio suscitato sono segnali di resistenza della vita nell’attraversamento della fine.
La poesia, mi ripeto, non occupa nessuno spazio, perché in quanto parola nel mondo, nella verità sempre nascente del mondo, è raccolta potenziale di ciò che avviene. Ogni arte risiede nell’incolto che il mondo è prima di germogliare rinnovandosi. Si corre sempre e soltanto il rischio di mancare l’appuntamento con l’insorgenza, con l’evento.

In cammino dentro il mondo è la parola che ne accoglie la necessità e che si fa capace di correre il pericolo insito nella stessa accoglienza: l’abbandono. Un’urgenza della parola – nel nostro mondo messo al bando da ogni trascendenza, sacro perché bandito nella sua mondanità (Agamben) – è la denuncia di una possibile scomparsa. In questo modo interpreto la tua domanda in maniera più estesa: una volta assodato l’abbandono fattuale del mondo a se stesso, occorre considerare la sua fattività. Nessuna epochè temporale, nessuna attesa che qualcosa avvenga, perché tutto costantemente avviene. L’arte, la parola della poesia nello specifico, dovrebbero ricostituire modalità d’intervento su un terreno intensamente sfruttato e allo stesso tempo residuale (il terzo paesaggio di Clément, per me il mondo nella sua globalità). Perché, lasciando da parte qualsiasi catastrofismo, ma anche certo lassismo attendista, il mondo oggi come ieri è dentro un abisso. Nessuna connotazione moralistica in questo termine certamente abusato, ma la mera constatazione etimologica del “senza-fondo” che il mondo da sempre è. Solo che la nostra attualità esige una riformulazione etica del limite, anche perché, se non si rispondesse a questa necessità, le potenzialità liberatorie del senza fondo (e del senza-confine) si ridurrebbero, come storicamente è stato, agli abusi di un soggetto (uomo) su un oggetto (mondo-paesaggio).

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