NUOVA POESIA MESSINESE (2ª parte)

NUOVA POESIA MESSINESE (2ª parte)

 

 

Natalia Castaldi

 

L’altra sera Fadwa mi diceva

quanto fosse feroce la memoria

(a ritroso)

 

Fadwa: “

 

 

Si dice che nel nome risieda

il senso dell’esistenza, in effetti

la parola la spiega, le dà senso,

l’organizza, ne mette in relazione

cause, conseguenze, eventi:

Restituisce memoria alla storia

 

Ho sempre ripensato a quei limoni

La staccionata La scala a pioli

Il padre arrampicato che chiamava

i nostri nomi Mentre la veste

di bambina | aperta | Raccoglieva

il salto Il volo del frutto nel Grembo

e una risata

 

Era bello pronunziarne la parola

darle dimensione e colore [: in arrivo

Limoni, gialli e grossi Li_mo_ni]

e osservare sul viso di Fa’ez

la smorfia Gli occhi stretti La lingua

serrata contro i denti | Percepire

l’anticipazione del senso e dell’azione

 

[una mano, il coltello, poi le labbra,

Un sorriso Il capriccio L’attesa]

 

legandone il gusto a un altro sapore

alla liquidità della sete,

all’asprezza del sale

 

Credo che questo sia da leggersi

come una magia, forse un dono,

una capacità propria dell’uomo

che si costruisce la vita  come

i versi di un poema o la pagina

più bella del Corano

con la libertà incondizionata

di fantasia e pensiero

 

Ecco perché non ho mai accettato

questo nome che nel sacrificio

ha preteso una condanna Senza

margine di scarto per l’arbitrio

della mia libera scelta

 

[…]

 

 

La potenza della parola, per la Castaldi, risiede nelle sue capacità affabulatorie, nella possibilità di riattivare un dialogo che sembrava perduto dopo esperienze esiziali. L’estratto, da un poema che si va componendo negli anni, che andiamo a leggere, rimanda all’ἔπος, a quella parola che ritma in scansioni un racconto che rivuole farsi umano, in una trasmissione di valori universali che devono ritornare attivi, memorabili. La memoria, allora, perché «Si dice che nel nome risieda/ il senso dell’esistenza», un improvviso scarto in direzione della fiducia del dire (e potrebbe essere altrimenti se lo slancio abbraccia il respiro ampio del poema?), il ricordo di oggetti e sensazioni «[una mano, il coltello, poi le labbra,/ Un sorriso Il capriccio L’attesa]» che aprono una nuova storia, l’efficacia del nominare e la sua ricchezza nello spostamento continuo di gesti che raggiungono la carne « legandone il gusto a un altro sapore», in un movimento trascendente che slarga i limiti della semplice materia verbale.

La poesia sembra ritrovare la forza del dono nella gratuità di uno sguardo, nel desiderio di libertà che svincola dalle forzature di un destino imposto. La tensione “comunicativa”, in questi versi, si lega al dissolvimento dei limiti, scioglimento che si realizza in una sintassi narrativa, per cui gli inarcamenti seguono il flusso di pensiero, non slegano le articolazioni testuali, anzi concedono un respiro largo. Nel ri-cordo avviene una ri-creazione, il soggetto è fuori campo, la sua presenza è però avvertibile nella partecipazione intima, “empatica”, tra chi scrive e i suoi personaggi: la teatralizzazione dell’esperienza non avviene, non ci sono maschere, c’è la fede di chi, nell’Altro, trova una comunione, per cui, senza clericalismi di sorta, responsabilità e dono coincidono in quell’apertura relazionale che è l’esistenza.

 

 

 

Maria Grazia Insinga

 

*

 

Rive sorprese

tra nervature a lucido sul palmo

e sabbie mobili a nessun ingresso.

Alla sparizione dei paralupi

per la collottola… presa!

Trascinata oltre rosai litanici

graffiando crudeltà sgombera notti

spero, spero che lei sia ancora sul mare.

 

Fughe imbrogliate

e più ristare tirrenico in una manica

o bestiale remissione

ché il dolore che perde di sé memoria

è il dolore che fa più male.

 

 

*

 

[Nascita]

 

Nulla di poetico da segnalare:

sempre dall’inizio nella rimessa del mondo nel mondo

da un armadio

appeso schiantano vestiti

e sospesa la camera in un lampo si iberna.

Cibarti – cibarmi – di me l’unico fuoco.

 

 

 

Anche nei testi di Maria Grazia Insinga, la tensione “originaria” è manifesta, ma qui il linguaggio si fa arcigno, si muove alla volta di una purificazione dall’interno dei suoi strumenti, verso una nascita scabra, un’etica della dissoluzione in cerca di un sé che «graffiando crudeltà sgombera notti». Lo scavo nella parola, tenta di scrostare lo specchio per raggiungere la terra. Siamo ai primi germogli di un soggetto che combatte per la propria scaturigine, le metafore e i traslati si dipanano a grappoli, forse in un’esagerazione voluta che, mostrando le proprie maschere, cerca di dismetterle per arrivare a nutrirsi «di me l’unico fuoco». Siamo sul limite, rischiosissimo, in cui l’identità, tentando il riconoscimento, straborda. La speranza è che quest’esondazione ritiri i suoi argini, ritorni al proprio ricordo, ricostruisca quella protezione e quella cura che permettono di ristabilire una trasmissione, tenendo sempre presente che «il dolore che perde di sé memoria/ è il dolore che fa più male».

 

 

 

 

Gianluca D’Andrea

(Gennaio 2014)

stretto-di-sicilia

 

Natàlia Castaldi nasce a Messina il 13 gennaio 1971, dopo una formazione classica si iscrive dapprima alla facoltà di Lettere classiche della sua città, poi abbandonerà quel percorso di studi per trasferirsi tra Milano e Roma e frequentare il corso di Laurea e specializzazione in Interpretariato e Traduzione, conseguendo nel 1997 la specializzazione in Traduzione di lingua inglese e spagnola. Dopo anni di viaggi per studio e lavoro tra Italia e Inghilterra, dal 2000 è tornata a vivere e svolgere la sua attività di traduttrice libero professionista e scrittrice nella sua città natale. La traduzione poetica, la poesia e la partecipazione attiva alla vita politica e civile, sono i suoi principali campi di interesse, che considera dipendenti e consequenziali gli uni dagli altri.

Scrive poesie, saggi, recensioni, brevi brani in prosa, e nell’ottobre del 2009 fonda insieme ad altri poeti e scrittori il Collettivo dei Meltin’po(e)t_s – http://poetarumsilva.wordpress.com – con l’obiettivo di diffondere la bellezza del pensiero quale unica fonte di resistenza umana dinanzi agli inganni del tempo ed alle dimenticanze della storia.

Pubblicazioni:

  • Il giardino dei poeti – antologia di poeti italiani – Historica – Il Foglio Letterario, novembre 2008
  • Pro/Testo – Versi – antologia – Fara Editore, giugno 2009
  • Poetarum Silva – Antologia A.A.V.V. – a cura di Enzo Campi – Samiszdat edizioni, Parma – maggio 2010
  • Nota introduttiva al poemetto “Ipotesi Corpo” di Enzo Campi – Edizioni Smasher, Messina – giugno 2010
  • Prefazione alla silloge poetica “Diecidita” di Jacopo Ninni, Edizioni Smasher, aprile 2011
  • Dialoghi con nessuno – Edizioni Smasher, Messina – maggio 2011
  • principali poeti tradotti: Pedro Salinas, Ana Rossetti, Elizabeth Barrett Browning, Charles Simic, Mark Strand, Carol Ann Duffy … (traduzioni rintracciabili in rete su vari siti di poesia, tra i quali “Imperfetta Ellisse”, a cura di Giacomo Cerrai)

Suoi lavori sono stati pubblicati da diversi siti e blog di poesia, tra i quali: La dimora del tempo sospeso– a cura di Francesco Marotta; Nazione Indiana – a cura di Marco Rovelli; La poesia e lo spirito – a cura di Fabrizio Centofanti e Francesco Sasso; Oboe Sommerso – a cura di Roberto Ceccarini; Arte Insieme – a cura di Renzo Montagnoli; Il giardino dei poeti – a cura di Cristina Bove; Imperfetta Ellisse a cura di Giacomo Cerrai; Stroboscopio – a cura di Luigi Bosco.

 

 

Maria Grazia Insinga, nasce in Sicilia nel 1970, dove vive ed opera.
 Sue poesie sono apparse online su riviste specializzate (Cartiglio d’ombra, La Bella Poesia, Larosainpiu, Words Social Forum). Insegna Pianoforte presso una Scuola Civica di Musica succursale del Conservatorio “V. Bellini” di Palermo e si occupo di ricerca musicologica – ha censito, trascritto e analizzato i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo – di critica letteraria e fa parte della giuria del Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro.

NUOVA POESIA MESSINESE (1ª parte)

NUOVA POESIA MESSINESE (1ª parte)

Diego Conticello

 

 

La distruzione delle cose

 

a Fabio Pusterla

Riflessi,

nuovamente piegati

soggiogati buoi/bestie

alla morsa del tempo

al buio come morte.

La distruzione delle cose.

E i nomi lì a rifulgere,

rifiutare di piegarsi,

di nuovo fare luce.

***

 

Cosmagonia

 

                                          a Lucio Piccolo

Se un’enorme massa,

una dell’infinita

gragnuola

trapassante le galassie,

sfondasse i fragili

veli sferici

ad un’ora, ad un tempo preciso,

avremmo un’altra Tunguska,

impensati megatoni

del tramonto.

Questione di traiettorie,

risucchi implosivi

per cui siamo

conigli abbagliati,

sagome inutili

inette a smuoversi.

Chimiche brillanti

attraversano le ere

proiettando particole, orologerie

cieche puntate nelle tenebre,

luci scottanti della fine

l’universo enfiato

in un punto

che tutto sugge,

il nero foro dei mondi,

ombra contratta,

nulla allo stato puro.

Oscureremo per troppa chiarità,

un collasso

per veemenza di stelle…

entropia

non è piacere

di belle metafore e brune

ma morte della luce,

fuga da grazia

materna,

totale penetrazione

del gelo.

In un grande strappo

il mietitore fosco

espanderà questa

illusione vitale

esternandola all’oscura potenza

sebbene

serbiamo il segno,

unica serie di curve

al limite del sensibile

nella sera del cosmo.

La distruzione delle cose è il gioco allitterante proposto per una poetica della resilienza, della capacità, in questo caso delle parole, di sopportare i colpi distruttivi di un’estinzione che appare, agli occhi del poeta, incipiente. Non è un caso, infatti, la dedica a Fabio Pusterla, la cui poetica è esplicitamente diretta alla tutela del messaggio umano nel verbo – in quest’epoca post-umana. Il suono, allora, l’intento di un canto a «rifulgere,/ rifiutare di piegarsi// di nuovo fare luce» (vv. 7-9).

Cosmagonia, o della possibile, improvvisa fine. Ancora una riflessione, dunque, sull’ineluttabilità di un termine, di un confine che limita le nostre esistenze. La potenzialità della soglia, è certo, fa in modo che con le parole l’uomo agisca per una conservazione del «segno,/ unica serie di curve/ al limite del sensibile/ nella sera del cosmo» (vv. 45-48), ma, allo stesso tempo, induce a una riconsiderazione della nostra fragilità e le cadute per inarcamento di questi versi finali sembrano suggerircelo. Come in Piccolo (nume tutelare per Conticello): «È una mobile soglia che divide, unisce due zone;/ ma non sappiamo dove sorga la memoria/ e dove cominci l’invadenza discreta del flusso lunare» (E intanto la notte è venuta, in L. Piccolo, Plumelia, La seta, Il raggio verde e altre poesie, Scheiwiller, Milano 2001, p. 90, vv. 18-20).

I testi di Conticello vivono lucidamente il loro tempo, aggiornati e taglienti, aperti agli influssi della migliore tradizione italiana contemporanea e magistralmente radicati all’assolutezza etica che contraddistingue le migliori espressioni dell’isola (Piccolo, lo abbiamo visto, ma non dimenticherei Cattafi e le sue asprezze ctonie).

Il riferimento alle propensioni terragne della lingua poetica siciliana ci permette di ragionare su due testi esemplari, in tal senso, di Enrico De Lea.

Enrico De Lea

II.

Serba memoria d’alba,

camminate tra lo spino

e un rintocco calcareo, salvezza

sconosciuta dalle serpi.

Ritrova una salvezza altra,

di radura, la morte subitanea

dei vigneti, con la finzione

divenuta vita.

***

III.

Una frase anch’essa

calcarea, al suo spaccarsi

a un fuoco di fornace,

rende una crepa al cielo, troppo

vicino da escludersi.

Colmo di ogni ramo, esausto,

che qui s’innalza, collo

come di bestia antica

incattivita, resta,

sul vetro alle finestre, vapore

di erbe cotte della selva.

 

Entrambe le poesie appartengono alla serie Da un’urgenza della terra-luce (ass. La Luna, 2011), una sequenza di dieci frammenti incentrata sull’appartenenza “ctonia”, appunto, a un luogo materno: l’isola, è certo, anche se le scelte lessicali suggeriscono, quasi per sineddoche, un rapporto viscerale alla terra nel suo complesso. L’aspetto relativamente duro di una sedimentazione, direi archeologica, delle parole come delle esistenze siciliane, permette una riflessione sulle spaccature della lingua di De Lea, sulle sue crepe (e che cos’è una crepa se non un’altra soglia) pronte ad aprirsi al «cielo, troppo/ vicino da escludersi» (III., vv. 4-5). Ecco scaturire una lingua da quelle fenditure magmatiche delle origini, pronta ad espandere per necessità il suo orizzonte, anche con la forza «di bestia antica/ incattivita» (Ibid., vv. 8-9). Eppure dal «rintocco calcareo» di questi versi emerge la speranza insita nella conservazione di una tradizione attraverso un ricordo aurorale, sacralmente eterno: è ancora la facoltà sonora, il canto di questo linguaggio che sembra indifferente alle dinamiche accademiche, ai cavilli sul lirismo e l’anti-lirismo, a farci reimpossessare di un fondamento del linguaggio poetico. Sì, solo il canto è memoria, apertura nei rintocchi dei suoi ritmi: «Serba memoria d’alba,/ camminate tra lo spino/ e un rintocco calcareo, salvezza/ sconosciuta dalle serpi» (II., vv. 1-4), sibila e rimbomba sulle labbra la lingua e la memoria si riattiva in questi suoni striscianti, nell’allarme.

 

Gianluca D’Andrea

(Gennaio 2014)

 

 Punta-Faro-Messina

 

Diego Conticello, nato a Catania nel 1984. Specializzato in Letteratura e filologia moderna all’università di Padova con una tesi sulla poesia contemporanea in Sicilia (La curva mediterranea. Caratteri della poesia contemporanea in Sicilia, con monografie su Lucio Piccolo, Bartolo Cattafi, Nino De Vita, Angelo Scandurra, Melo Freni e Lucio Zinna, relatore Silvio Ramat). Collabora con la rivista QuiLibri de La Vita Felice di Milano.
 Sue poesie e articoli critici sono usciti su Incroci, Arenaria, Leggere Tutti, Centonove e blog come Poetarum Silva, alleo, Tellusfolio, Imperfetta ellisse, Paginatre ed altri. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo per la rivista annuale Fragmenta II da Pablo Lopez Carballo.
 Ha scritto un volume di critica poetica per immagini su Lucio Piccolo (Lucio Piccolo. Poesia per immagini «Nel vento di Soave». Cittaperta edizioni 2009). 
Nel 2010 è uscito il suo primo volume di poesia (Barocco amorale, LietoColle con prefazione di Silvio Ramat).
 Della sua poesia si sono occupati, tra gli altri: Giorgio Linguaglossa, Antonio Spagnuolo, Sebastiano Saglimbeni, Fabio Michieli, Maddalena Capalbi, Angelo Scandurra, Melo Freni, Lucio Zinna, Marzia Alunni e altri.

Enrico De Lea (1958) dal 1988 vive nell’alto-milanese, originario di quell’area della Sicilia tra Messina e la Valle d’Agrò (in particolare Casalvecchio Siculo), a nord del taorminese.
 Pubblica nel 1992 la raccolta Pause (Edizioni del Leone) e nel 2009 la raccolta Ruderi del Tauro (L’Arcolaio Editore, Finalista al Premio Lorenzo Montano 2010 – Verona).
 Suoi inediti sono stati premiati al Premio Poesia di Strada 2010 (Macerata – Festival Licenze Poetiche), dove è stato finalista nel 2011.
 Con una raccolta inedita è stato finalista al Premio Miosotis 2010 – Edizioni d’IF – Napoli.
 Nel 2011 è stato, altresì, finalista al Premio Lorenzo Montano 2011 – Verona, con la raccolta inedita La furia refurtiva. Suoi testi sono apparsi sulle riviste Specchio (de La Stampa), Sud, Atelier (su cui è stata anticipata Acque reali, poi sezione di Ruderi del Tauro); in rete, suoi testi sono apparsi su La poesia e lo spirito (di cui è collaboratore), su Rebstein – La dimora del tempo sospeso, Nazione Indiana, Compitu re vivi, Imperfetta Ellisse, Clepsydraedizioni, Mutter Courage, Filosofi per caso. Il suo blog da presso e nei dintorni raccoglie parte della sua produzione.