Diario – Estate: 11) Colei che brucia le navi

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William Mcgregor Paxton, Nausicaa (entro il 1937)

La Senna festeggiante, RV 693, Sinfonia: I. Allegro · Dorothee Oberlinger · Antonio Vivaldi · I Sonatori de la Gioiosa Marca

Diario – Estate: 11) Colei che brucia le navi

Sempre in attesa di un ritorno, ritorno per non tornare.
La collina dove iniziava l’esplorazione era stata scavata per costruire le nostre abitazioni. Molte volte cercò di riprendersi il suo spazio. Pioggia e smottamenti che fecero evacuare alcune famiglie, ma quel condominio enorme, arroccato nel suo cuore, è ancora lì, decrepito e agghiacciante, in contrasto col sole assoluto che lo colpiva nelle stagioni preadolescenziali ancora vive nei miei ricordi.
Un giorno aspettavo di riprendere la scalata interrotta, riprodurmi ancora «nel cammino glorioso del giorno» (W. Shakespeare, cit.), così ruppi l’attesa e con un gruppo di amici raggiungemmo il sentiero in salita che ci proiettava in uno spazio altro, un territorio vergine che solo noi avremmo potuto esplorare, svelandone gli incredibili misteri.
Aspettavamo «che le vesti asciugassero al raggio del sole» (Odissea, VI) dopo l’ascesa. Sedevamo tra rocce in una piccola radura circondata da euforbie rinsecchite e allori. Distanti sul mare le imbarcazioni s’appoggiavano alla luce stanca delle isole¹, la nostra pelle sempre più bruna ci illudeva della fine dell’infanzia, proprio quando, sicuri del nostro vigore (Odissea, Ivi), non potevamo capirne la fine effettiva.
Eravamo il mondo ma dovevamo salvarci da lui, fummo salvati ma non siamo più il mondo. Nella relazione non esisteva salvaguardia. Ora la sicurezza è l’unico obiettivo delle nostre esistenze, dal 2001 è preventiva, quindi fondante, lo straniero è il malvisto e, per questo, l’escluso. Nessuna ripercorrenza, nessuna agnizione, l’identità è per sempre reclusa a causa dell’esclusione dello straniero. Nessuna seconda vita, nessuna opportunità.

Non posso riportare intatto nulla di ciò.
La mia faccia è fumo, il mio corpo acqua,
le mie orme sono fatte di neve.

(R. Robertson, Esitazione)

Eppure quella luce selvaggia era vera, nonostante incombesse la fine, eravamo fuori, sciolti nel paesaggio, impastati nella terra ascendente, in quelle radure che permettevano pascoli vaganti, ritrovamenti alieni, un mondo vecchio che si attorcigliava sotto i nostri passi. Pochi presagi, me scomparso nella terra, «tutto svanito, lasciando solo questo filo fantasma, / questi passi di vetro sottili come ostie» (R. Robertson, Ibid.).


Nota:
¹ Le Eolie? Il brano richiama i primi versi della poesia Uve di mare di Derek Walcott.