Diario – Primavera: 10) Ma soprattutto scoprii intorno a me

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Henri-Léopold Lévy, La mort d’Orphée (c. 1870)

Sonate, arie et correnti, Op.3, RISM A/I: U 14: Aria quinta sopra la Bergamasca · Dorothee Oberlinger · Dmitry Sinkovsky · Marco Uccellini · Ensemble 1700

Diario – Primavera: 10) Ma soprattutto scoprii intorno a me¹

Il gracchiare costante, questo urlo di uccelli impazziti. Nel giardino nero si affacciano nuove finestre. Inaudito.
«Se voi, nati in questi tardi tempi» (W. Shakespeare, Pericle, principe di Tiro) vorrete incamminarvi dentro le stagioni, scopriremo i prossimi sentieri e le strane deviazioni? Tempi tardi e nuovi, origine.
Non si tratta di un loop, gli uccelli continuano a gracchiare, non più. Adesso tutto fila, massaggia la colonna vertebrale. Cervice liquefatta sul sentiero, Orfeo redivivo e squartato:

Orpheus

I.

I suoi sensi erano divisi
come se i passi non fossero usciti
dal sentiero. Continuando a strisciare
sotto un cielo di pioggia, con le mani
sottili, si voltò infine e vide
la radice. Tra i passi annacquati
sentì come una piccola voce,
un sussurro, un reclamo. Reclamava
la radice, un fuoco, il calore
perché tutta l’acqua sussurrava
    ———————- ——————Chi?
E lui si voltò nello scatto rappreso
e accolse i rami silenziosi, i frassini
spogli e sparsi sugli argini. Il vento
lo spingeva lontano, dove i passi
divisi si separarono fatalmente
dal sentiero, sotto un cielo di pioggia
senza stelle.

II.

E allora si voltò, l’89
remoto di vecchie e nuove età.
Era la commozione arcaica
che lo trascinava tra le bacche
i rami secchi, tra i boschi
a succhiare e trasfondersi.

Solo immagini per trarre colori
sommersi, col blu altrove,
con digital nomads e baracche
a materializzare il paesaggio.
C’erano rocce lì e un cuore commosso
e un suono d’uccello outsourcer.
Il cuore del bosco era dentro una nuvola
vaporosa, come una catena di cristalli
circondati dall’effimero.

E tutto appariva sparpagliato
e accessibile, ardente
come il suo essere solo,
inghiottito. Un dio di trasformazioni
si espandeva come nebbia e desiderio,
per questo si voltò e lo raggiunse
un vento moderato antimoderno,
un archivio-agglomerato a imprigionarlo.

Nel lock-in che generava una nuova
appartenenza si sentiva appagato,
tenero, nascente come un uomo
raccolto nel suo attimo di rivelazione,
nella sua notte del passato. Nell’avvenire.
Così trasfuso nell’apparizione del mondo
nell’ora più solitaria
del suo cuore solitario.

III.

Nel giorno avvenente della sua solitudine
sentì un formicolio appagante
e un gibbone candido, gli occhi tristi,
incombere sui frammenti delle sue spoglie.
Aveva sempre saputo che a triturarlo
sarebbe stata un’onda di sfortuna
causata dal lavoro sisifeo del destino,
dalla ripetizione costante dell’ascesa.
Per questo non si sorprese ma ascoltò
le parole compatte e attutite dell’ominoide,
la sua lingua che poteva sembrare sbiadita
mentre vibrava sbiadita sugli ultimi
scorci della sua rovinosa vita.

Dove il fiume ristagna, le sue gambe
marcescenti, segni della disfatta,
ogni dito un bonsai da comodino
irrorato da una muffa digitale
cresciuta dove il cranio spezzato
tra le rocce si era sgravato
del contenuto grigio e pastoso.

Entrambi, lui e la scimmia, volevano
parlare degli ultimi passi, ma un verso
stagnante e matriarcale risuonava
dalla lingua polverizzata sui granelli,
inzaccherata di terra, vorticante
sui circuiti di ieri, tormentata
dalle allucinazioni del buio.

Le linee cunicolari del mondo, le allucinazioni del buio, e il tempo. Lo spaziotempo che si espande nella percorrenza.
Ali e piedi e scoprire che intorno si aprono, svoltano i sentieri, il cielo nero supera il giardino, le cornacchie suonano un avvertimento, non incombe alcun vento impetuoso tra i viali, solo la pioggia s’infittisce. Poi il cielo si sbianca e il profumo delle robinie si espande, sono grato al profumo, alle ombre immense con cui il sole disegna il paesaggio. Le variazioni della terra e le origini umili della vita. Mi arrampico prima che ritorni il vento, rimarrò qui finché non tornerà la pioggia, «nel cammino glorioso del giorno» (W. Shakespeare, Ivi).


Nota:
¹ Il titolo è una frase di Henry David Thoreau (Camminare).