Collage Invernale – Pre-vedere l’apocalisse

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di Gianluca D’Andrea

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J. P. Dupuy, “Pre-vedere l’apocalisse” – per un catastrofismo razionale, in R. Girard, Prima dell’apocalisse, Transeuropa, Massa, 2010

Pierluigi Mele – Tramontalba

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Elaborazione grafica di Gianluca D’Andrea

Tramontalba

Sud. Come termometri sigarette
al carbone fendevano la bocca
d’un nonno officiante di Gramsci
nella piazza, quando il tramonto
ravviava il monotono rosario
al passaggio delle devote. È questa
la mia prima immagine del comunismo.
Con quello mi raccontavano l’offesa
del tabacco malpagato, la vanga – la storia:
a caso prendi due uomini dal mazzo,
chi non sorride è sempre il boia.
Poi non so, si sparigliano le carte, i canti
e soffia falò nero di bandiere.

Maggio, afa di rose nel giardino.
Fuori i gatti salpavano da sotto
le automobili per l’umido mattino,
già squillando nell’azzurro le urla
sincopate del venditore d’angurie
come da un minareto il muezzin di Maometto.
Altra sorte quella d’un cane
a cui la legge dei padri negò i dadi:
sfortunato al gioco del vero, dalla malerba
venivo a darti fuga, ma randagio
è il sangue di chi dispera
libertà con la catena al collo. Certo
insieme avremmo annottato
a seguire il fiuto bavoso della lumaca
sui cardi, ignorando dove l’alba ci avrebbe
scovato, o che l’infanzia fosse il solo
mestiere di tutta una vita.

Ricordo una fontana di crocicchio
dove zingari intrecciavano coi giunchi e salici
i canestri; da lì tornavo con brocche
d’acqua tersa per la casa senz’acqua
domestica. E nel rione zitelle a turno
fare la ronda al cielo davanti agli usci:
per ogni stella una promessa di matrimonio
in soffice cantilena notturna
sotto la bianca scodella della luna.
Tutt’intorno bruciavano le stoppie
all’ombra degli ulivi, torsi
d’un Impero di baroni e grilli.
E il mare: “Chi conosce il Sud sa piangere la morte”,
mare saraceno che risucchia clandestini
amanti come in un film di Vigo.

Sì, tutto è stato digerito.
Come la terra dove nascere
e vivere a rate; là sono i miei risvegli
innevati sulla strasse a tornante d’una San Gallo
frontiera di visioni migrare
tra gli abeti, abbracciare la sera
scambiandola per madre – quando lepri
spuntavano alla tristezza come torce.
Inatteso il favonio arrossava poi
di follia composta le montagne, i volti
dei passanti, le strade – in Svizzera
l’ordine è solo un impiego della natura,
e festante trillava il merlo dal torrente
ovunque lasciando tracce del suo canto,
come il nostro sguardo sulle cose.
Allo stesso modo avrei invidiato
nella provincia da cui scrivo
muovere la rondine i primi richiami
utili alla vita per imballare la scuola
in un pallone, io vissuto nella lingua,
i colori, i giochi che non so, straniero
a me stesso come in grembo.

Sì, hanno gli uccelli tutte le chiavi
del nostro tempo; e come loro
torneremo un giorno alla terra delle zolle,
perché c’è un’età oltre gli atlanti e le stagioni
che resta, anche se noi andiamo.
Un tempo, credo, di tramontalba.


(Testo tratto da: P. Mele, Tramontalba, Edizioni Moscara Associati, Galatina, 2003).

Un grazie speciale a Daniele Greco per il dono.

Gianluca D’Andrea

Scartafaccio – Intemporanea (riflessione sull’eterno presente)

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Fernando Vicente, Karl Marx

Scartafaccio: Intemporanea (riflessione sull’eterno presente)

Sul nostro mondo “non è più sostenibile la vecchia separazione tra «dentro» e «fuori» o, potremmo dire, tra «centro» e «periferia»”.

Zygmunt Bauman

Il Popolo non è più una classe sociale (distinzione tra Popolo e popolo, vedi Giorgio Agamben: Homo Sacer). Il Popolo è l’umanità – l’appartenenza e il riferimento.
Popolo = Umanità, nell’equazione si sottintende che sta per realizzarsi il messaggio di Marx (in parte anche quello di Adorno): l’avvento del comunismo appare come la neutralizzazione di una coscienza e l’assoluta inerzia rispetto alla materia (il cui paradigma è rappresentato dal capitale). Non vi sarebbe allora distinzione, o scissione, nel pensiero di Marx, per il quale solo con la realizzazione assoluta del sistema capitalistico a livello globale (globalizzazione “negativa”) si può concretizzare l’essere in comune del Popolo (sarebbe riduttivo, da quanto detto, ritornare ad una distinzione di “classe”, poiché proletariato e borghesia, per quel che è accaduto attraverso il modello occidentale capitalistico nel mondo dagli anni ’60 del novecento ad oggi, sono stati livellati nella “neutralizzazione” dei valori; il nichilismo compiuto infatti non distingue tra valori veri o falsi).
Il comunismo è dunque avvenuto (sta finendo di avvenire) attraverso la frammentazione glocale del Valore Assoluto (la materia), ciò consolida la sua affermazione, metonimicamente, altrimenti non esisterebbe la stessa dialettica dell’Ab-soluto (lo Spirito Assoluto è sempre avvenuto – Hegel – con Marx siamo diventati consapevoli dell’ineluttabilità della nostra presenza in comune anche nella prassi).
Se, come sembra, l’umanità è immersa nel suo avvento, resta nuovamente alla coscienza decidere fino a che punto sia possibile spingersi nel post-umano, senza confondere le sue diverse esigenze con un’incombente dis-umanizzazione; il presente si incontra col futuro e si proietta, costituendo il nostro ulteriore presente: l’Eterno presente in cui non sembrano più occorrere altre dinamiche e strutture. La tecnica fonda, dalle origini, la condizione precaria del post-umano e, in tal senso, l’uomo è sempre stato postumo: emancipazione e/è salvaguardia, libertà e/è protezione.
Mentre essere dis-umanizzati conduce all’autodistruzione (campi, di concentramento e non), essere consapevoli della post-umanizzazione, sempre avvenuta, comporta una verifica dell’impossibilità di azione, sposta l’asse decisionale sul terreno “mortuario” dell’impotenza. L’umiliazione dell’azione limita lo stesso volontarismo del Potere, neutralizza la potenza dis-armandola.
La post-umanità, essendo assoluta, all’evidenza della sua stessa definizione rende sempre dialettica la questione del miglioramento. Dopo l’umano, l’umano dopo l’umano è pur sempre una “determinazione” (la scelta, il clinamen) a-prioristica.
L’indeterminazione non conduce a nient’altro che a ristabilire il processo dialettico, perché non può che rinunciare, data l’incommensurabilità di ogni sistema, alla stabilizzazione totale dei sistemi stessi, per questo restiamo fermi all’assolutizzazione, senza interno o esterno, di un insieme consustanziale al proprio fuori-insieme: la meta-dialettica in cui consiste il post-umano nella sua ineffettività. La speranza, impercettibile metafisica, decontestualizzata da ogni atteggiamento dogmatico e attivistico, sembra rappresentare “l’infimo inizio” dell’ulteriore procedimento dialettico.
La stessa indeterminazione allora ci determina e ci assimila ulteriormente (la lenta deriva di un tempo cosmico non è paragonabile alla relatività di un tempo umano) all’Ecosistema (ovviamente il mondo, non più la tribù e forse neppure il pianeta), l’insieme di appartenenza che si dimentica a causa – nella determinazione – dell’indeterminazione.
Contribuire alla salvaguardia del mondo, di una vita nello stesso mondo, perché la coappartenenza continui a verificare la reversibilità del rapporto vita/morte. Non vivere il capovolgimento (come ancora in Marx avviene nella sua sfida dialettica con Hegel) ma la sua neutralizzazione, essere per il fatto stesso di essere perché siamo il sistema nella sua salvaguardia, lasciarsi andare all’impotenza, la libertà stessa dell’Ecosistema.