POSTILLE AI TEMPI – di Gianluca D’Andrea (I parte)

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Claudio Giamboi, Forme geometriche nel buio (2015)

POSTILLE AI TEMPI – di Gianluca D’Andrea 

L’approssimazione al vero, massimo risultato raggiungibile per chi è ancora curioso di interpretare, è il metodo che guida queste piccole analisi, o meglio, riflessioni. Si parte da testi di poesia ma si va oltre, ogni linguaggio, infatti, possiede un percorso di memoria e previsione all’incrocio delle quali s’intravede il presente, il tempo della fuga e dell’inaccessibilità. “Dove” e “Quando” sono le domande della storia, cui potremmo aggiungere il “Come” nella verifica dei fatti. Nessuna linea temporale (gli autori considerati appartengono a generazioni diverse), nessun ordine cronologico, ma solo lo spazio allargato del mutamento. Il cammino fa la storia, la mia, la nostra, e per questo il compito è quello di accostarsi al solito movimento e coglierne le accensioni, mantenere, nell’accoglienza della trasformazione, una relazione con l’avvenuto e col ricordo che forma ogni avvenire.
Le date tra parentesi, accanto ai titoli, sono quelle di pubblicazione dei singoli post, ma la linearità del percorso è inficiata dai trascorsi dei testi che appartengono a fasi random del passato. A guidare le scelte è stata la casualità della memoria e nessun altro criterio che ne travalichi il non-senso in un senso ulteriore. Il quadro che si va componendo è frutto d’immaginazione, il che, spero, renda piacevole la lettura.


Milo De Angelis: una poesia da Incontri e agguati (28/06/2015)

Il tempo era il tuo unico compagno
e tra quelle anime inascoltate
vidi te che camminavi
sulla linea dei comignoli
ti aprivi le vene
tra un grammo
e un altro grammo
bisbigliavi l’inno dei corpi perduti
nel turno di notte
diceva cercatemi
cercatemi sotto le parole e avevi
una gonna azzurra e un viso
sbagliato e sulla tua mano
scrutavi una linea sola e il nulla
iniziò a prendere forma.

Postilla:
Certo è il tempo della fine a interrompere ancora il flusso. “Anime inascoltate”, “corpi perduti” e una notte che s’intensifica e copre le parole. I personaggi sono spettri, ombre che giungono da una realtà a stento percepibile, “una gonna azzurra e un viso” sono segnali più che dati concreti (e, infatti, lo stesso viso è “sbagliato”, come in tensione verso un’alterità ignota). Eppure dalla ricerca scabra, un male si annunciava – “ti aprivi le vene/ tra un grammo e un altro grammo” -, piano emerge una nuova possibilità: “sotto le parole” il minimo disegno si allunga ” e il nulla/ iniziò a prendere forma”.

***

Valerio Magrelli: una poesia da La lingua restaurata e una polemica – Otto sonetti a Londra (05/07/2015)

II. My Very First English Poem

Nothing is more like a blind man than a
man in a country where he does not
know the language

Louis Guilloux

How difficult it is to write a sonnet
in a language so hard to dominate!
At least I need guides, Virgil or a pet
for a blind person as I am here (I hate

not understanding well). A double duty:
to build a poem, en plus, about my hero,
Dante’s guide, Poetry’s guide, guide to Beauty,
which I’d had to describe with my own biro…

Far from Italian sounds, far from my language
I must use only rugged monosyllables
and with such ridiculous, poor baggage
I’d settle for a sort of musical

box, or, at best, something that will sound funny:
meglio sempre le immagini, Giovanni.

*

II. La mia primissima poesia in inglese

Nessuno assomiglia tanto a un cieco,
quanto un uomo che ignora la lingua del
paese in cui si trova

Louis Guilloux

Quanto è difficile scrivere un sonetto
in una lingua così dura da dominare!
Dovrei avere almeno qualche guida, un Virgilio o un cane
da ciechi, essendo io tale qui (detesto

non comprendere bene). Un doppio compito:
costruire una poesia, en plus, sul mio eroe,
guida di Dante, della Poesia, della Bellezza,
che dovrei descrivere solo con la mia biro…

Lontano dai suoni italiani, lontano dalla mia lingua,
devo usare soltanto aspri monosillabi
e con tale ridicolo, povero bagaglio
riuscirò a fare giusto una specie di

carillon, o tutt’al più qualcosa che suoni divertente:
meglio sempre le immagini, Giovanni.

Postilla:
È in tutto il libro che l’occhio compie l’esperienza della lingua restaurata. Lontano dalla dimora costruita su parole note, il textum si avvoltola ed espone l’aspetto mostruoso. Monstrum vel prodigium, la neoformazione di Magrelli è figlia di una tenace spinta all’ibridazione: i linguaggi altri assalgono il paradiso della lingua “matria”, ne rimescolano i paradigmi di sicurezza raggiunta. Solo adesso sorge una nuova figura – imago che orienta nuove proiezioni (Jung), una diversa mitologia. S’impone, in sostanza, la necessità di un diverso mitologema il cui nucleo originario è la deformazione dei vecchi archetipi. Ma cosa verrà suscitato, quale immagine (parola che ricorre alla fine di ogni sonetto, quasi una formula alchemica) dalla chimica delle forme multiple? quale ibrido, in quale vita/non vita?


Bruno Galluccio: una poesia da La misura dello zero (08/07/2015)

il gelo è incluso
il sistema già in movimento
riesci a sollevare tutto questo passato?

il tempo è stato scostato di un poco
perché non ci sia inclinazione
e l’acqua è spenta

si racconta che dopo
questo tragitto che hai di fronte
ci sia aria più netta e tagliente
che lo scenario non sia quello che vedi
ma un altro dotato di sovrimpressioni
che i corpi che abbiamo imparato
siano davvero siano vivi

Postilla:
In linea col percorso tracciato dagli altri due testi (vedi sopra), è ancora il tempo a spostarsi creando luoghi inediti, accampamenti di un nuovo “sistema”. Movimento, allora, che si “solleva” e, a discapito della forza centripeta – gravitazionale – della parola nel soggetto, “scosta” il tempo a una verticalità sempre più assoluta. Incremento della “visione” non vista per cui le immagini si accavallano e lasciano intravedere un altro panorama (come il monstrum magrelliano e il nulla che inizia a prendere forma in De Angelis). Il dubbio, allora – esistenziale? – riguarda la nostra stessa presenza: come si accavallano le immagini si “sciolgono” i “corpi” abituali e si percepisce, ancora lontana, la possibilità di un habitus diverso. I confini liquefatti di vita e morte, e quelli della parola con il ricordo che diviene dimensione, più che parallela, sovrapposta. Spostamento, appunto, del tempo e della sua rappresentazione verbale.


Cristina Alziati: una poesia da Come non piangenti (15/07/2015)

Adesso

Hanno mandato armi e ruspe
per sgomberare il campo
per demolire le baracche
dove vivono uomini donne bambini,
l’ordine è stato eseguito.

Hanno rassicurato i cittadini:
nessun allarme animali, nessun felino
risulta abbandonato di quelli
“che usano romeni e altre etnie
per dare caccia ai topi” è stato scritto.

Sulla melma del fiume
guardo scorrere lentissimi
cadaveri, qui sotto Ponte Milvio.
Ne riconosco i volti, furono assassinati
buttati morti o vivi nella Senna,
li chiamavano ratti, è ottobre, sono d’argento.

Compio ora gli anni della terra offesa.

Postilla:
Il tempo come dinamica iper-reale della memoria è, quasi paradossalmente, un nuovo rito. Anche in un autore apparentemente distante da dinamiche sperimentali – laddove il linguaggio è trattato in maniera cronachistica, nell’abbattimento dei generi, il racconto è possibile, ma solo nell’Adesso. Il presente si fa tempo assoluto, il passato una proiezione vertiginosa dell’«offesa», in cui gli eventi, accavallandosi, creano un nuovo spazio, popolato dai fantasmi della colpa. Le ombre non viventi sono fissate in sospensione, in un blocco che le vivifica e, però, le imprigiona in un campo circoscritto. Le date – appaiono in nota: 2007, sgombero dell’accampamento di Tor di Quinto a seguito dell’omicidio di una donna; 1944, massacro delle Fosse Ardeatine; 1961, uccisione di massa degli algerini che manifestano per l’indipendenza dell’Algeria – riportando a stagioni passate, fissate nella scrittura, sono monito ma anche, e soprattutto, le maglie di un ultimatum: l’affabulazione resta per sempre congelata nell’eterno presente dell’informazione. La trasfigurazione è parlare degli spettri che vivono incagliati in questo stesso presente che la scrittura realizza come ogni medium, deformando la cosiddetta realtà. La differenza con altri strumenti è rappresentata, forse, dalla pietas di un soggetto colpito a sangue dai fatti. Ma è poco?


Franco Buffoni: una poesia da Jucci (22/07/2015)

Come un eternit

Ho provato a pensarti dal futuro
Da quando e dove
Ferma nel tempo io
Ti vedrò salire
Sempre più vicino
All’età mia.
Giusto un attimo prima fermerò il pensiero
Per festeggiare il nostro compleanno alla pari
Col mio safari nella tua sorpresa.

Come quando assistevi al tuo funerale
E lo trovavi troppo lungo
E contemplavi il tuo cadavere,
Funambola.

E l’ultima volta la mia tomba
Cancellata dalla neve…
Tu che mi cercavi, giocherellone insensato
Pirla gaudioso.

Arrivi, arrivi, e con i tuoi capelli…

Le note stonate hai sempre saputo
Come chiamarle a raccolta.

Di quando, per vincere il pallore,
Ti cimentavi coi colori accesi
Il verde e il paonazzo
L’incarnato e il ranciato.
Ma perché è ondulato il mio ricordo?
Come un eternit mi lavora alle tempie
E sotto il mento mi sorprende…

Perché io innamorata sono dentro di te,
più ti scuoti per allontanarmi
più io penetro in profondità.

Postilla:
La poesia di Jucci sconvolge il racconto e la percezione degli eventi (per un’analisi accurata dell’intero libro, qui).
Come un eternit è un testo paradigmatico – già questo titolo funge da richiamo sonoro al tempo epocale, assoluto, che si allarga da un riferimento contingente, collaterale e, in apparenza, accessorio.
Eterno è il tempo della memoria, in cui ogni evento diviene possibilità. Lo spettro (dell’amica?) vive trasfigurato in presenza. Dialogo con le ombre, realtà alla seconda potenza, sdoppiamento che si concreta in un piano “oltranzista”, e quindi estremo, più che oltremondano, nell’iper-realtà che ci pertiene.
Jucci è una previsione nell’abbattimento della linearità temporale – ma la poesia, quella vera, non è sempre questo dialogo temporale con le ombre? l’abbattimento dei limiti del “comune” partendo da ciò che di più comune abbiamo (il dolore) e l’approdo a una nuova dimensione percettiva?
«Ma perché è ondulato il mio ricordo?/ […] Perché io innamorata sono dentro di te», in profondità noi siamo spettri di uno stesso essere: scisso, o meglio, incalcolabile.


Seamus Heaney: una poesia da District e Circle (29/07/2015)

On the Spot

A cold clutch, a whole nestful, all but hidden
In last year’s autumn leaf-mould, and I knew
By the mattness and the stillness of them, rotten,
Making death sweat of a morning dew
That didn’t so much shine the shells as damp them.
I was down on my hands and knees there in the wet
Grass under the hedge, adoring it,
Early riser busy reaching in
And used to finding warm eggs. But instead
This sudden polar stud
And stigma and dawn stone-circle chill
In my mortified right hand, proof positive
Of what conspired on the spot to addle
Matter in its planetary stand-off.

*

In quel momento

Un intero nido d’uova fredde, semi nascosto
nel concime di foglie dell’autunno scorso, compresi
dalla sua immobile opacità, marcito,
mutava in sudore di morte la rugiada del mattino
che non ne rischiarava i gusci ma li infradiciava.
Ero a carponi là nell’umida
erba sotto la siepe, in adorazione,
mattiniero, intento a tendere la mano
e avvezzo a trovare uova tiepide. E invece
questa improvvisa borchia polare
e marchio e freddo d’alba cerchiato di pietre
nella mia mortificata mano destra, prova evidente
di ciò che tramava in quel momento per guastare
la materia nel proprio impasse planetario.

(Trad. di Luca Guerneri).

Postilla:
Tempo gelido dell’eterno, nell’ultimo tentativo di riscatto che il ‘900 poteva offrire: l’aspettativa, anche se qui il miglioramento, che il rito vitalistico sembrava presupporre, è disatteso. «This sudden polar stud», immagine pietrificante del disincanto, quel nido raggelato mortifica l’apprensione e lascia tra le mani la ripetizione, come un assillo, della caduta. «Stand-off» planetario, perché la terra (il mondo) è questo “stop” che annulla la speranza. La fine è sorpresa della fine, ma questo è ieri. L’oggi è neutralità soggiogata da un’altra “impasse”, quella del soggetto spettralmente assuefatto al proprio essere, mortalmente definito dal proprio tempo. «My mortified right hand» è pura retorica, metonimicamente tende a indicare la mortificazione della materia (e sua caduta gravitazionale: la caduta del nido è, infatti, la caduta di una dimora che si pensava ancora salvabile), il guasto immedicabile della speranza – e dello spirito – che si credeva abitasse la materia stessa, la quale diviene «mattness» e, infine, «stillness», ovvero «death sweat» del mondo, senza che «la rugiada del mattino» possa riacquistare quel senso di rinascita una volta pertinente. Una volta, cioè in altri tempi.


Wallace Stevens: due poesie da Opus postumum (01/08/2015)

July mountain

We live in a constellation
Of patches and of pitches,
Not in a single world,
In things said well in music,
On the piano, and in speech,
As in a page of poetry –
Thinkers without final thoughts
In an always incipient cosmos,
The way, when we climb a mountain,
Vermont throws itself together.

*

Montagna a luglio

Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico,
in cose dette bene in musica,
al pianoforte e con parole,
come in una pagina di poesia:
pensatori senza pensieri conclusivi
in un cosmo sempre incipiente,
così come, quando scaliamo un monte,
il Vermont si combina d’improvviso.

(Trad. di Massimo Bacigalupo).

Postilla:
Testo profondamente ricettivo, che dice molto del nostro tempo e dell’assoluto. La percezione non definibile dei primi due versi apre il quadro a una «costellazione» tutta da venire – è il sempre della prima scoperta di «un mondo» non «unico» ma sempre in propulsione verso possibilità molteplici (del dire? del pensiero? dell’arte? dell’espressione del soggetto, certo non conclusiva ma compartecipe nella sua costruzione). Solo così il «cosmo» è «sempre incipiente», riattivabile nel tentativo ravvisato che ricompone e cristallizza per un attimo il panorama (cioè il senso del quadro): «Vermont throw itself together».

A mythology reflects its region…

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible – But if we had –
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

*

Una mitologia riflette la sua regione…

Una mitologia riflette la sua regione. Qui
in Connecticut, non abbiamo mai vissuto in un tempo
in cui la mitologia era possibile: ma se così fosse stato…
Da ciò la questione della verità dell’immagine.
L’immagine deve essere della natura del suo creatore.
È la natura del suo creatore accresciuta,
esaltata. È lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca
ed è lui nella sostanza della sua regione,
legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi
o di sotto i suoi monti.

(Trad. di Massimo Bacigalupo).

Postilla:
Il Connecticut, metonimia del mondo (lo spazio raccolto di Stevens – i suoi luoghi intimi o abitudinari – non differisce dalla dimensione cosmica da cui ogni emergenza reale può essere attinta). Fabula mitologica come ipotesi possibile dell’accadere in un quadro di piena percezione. Solo «la natura del suo creatore» rende accessibile «l’immagine», come in un potenziamento della stessa nella disposizione del soggetto al reale.
La poesia esalta la natura e rigenera il soggetto (“La poesia è un mezzo di redenzione”, recita uno degli adagi di Stevens in conclusione al Meridiano), il «fatto nuovo» capace di dare parola alla «sostanza della sua regione», narrando da “dentro” le “parti” del suo mondo.
La nuova mitologia che cresce dal mondo, «from under his mountains», cui il soggetto stesso appartiene – di cui si sente parte intima, potendo, una volta rigenerato, ricostruirne la “fabula”, il mito, appunto.


Dario Villa: una poesia da Abiti insolubili (05/09/2015)

ma il senso ormai sta colando s’accumula
in pozzanghere nuove
altri sogni lo espugnano tra vetri
primaverili sotto
tacchi che passano in profumi forse
più costruttivi di un caffè nel solco
che risale memoria e previsione
sui primi tavolini che fioriscono
all’aperto
———–———rivisto al cannocchiale
o al microscopio l’arco del possibile
mostra friabilissimi tegumi
ed acumina acuti desideri
di artigliare alla gola l’universo
ha l’aria fragile un po’ concitata
un elastico teso
da troppo tempo
————————— sembra quasi un viaggio
il tempo che non si ferma a guardarti

*

Postilla:
Il movimento, allora il tempo è spazio perché le parole si addensano e “colano” in un “senso” nuovo, accumulandosi e saltando d’immagine in immagine, in associazioni e analogie che trasformano il nominare in una vertigine che “rompe” i mondi, i luoghi e il passato. Inarcature serrate perché proprio il segno/senso non vuole fermarsi e la visione si ampia e riduce in strumenti antinomici, lenti utilizzate da nuovi soggetti, per quanto “smarriti”: «rivisto al cannocchiale/ o al microscopio l’arco del possibile/ mostra friabilissimi tegumi». Il desiderio di avvicinare le distanze attraverso paronomasie e figure etimologiche tenta l’abbraccio che non lasci sfuggire un significato che si fa sempre più impraticabile, avvolto su se stesso o esteso su uno spazio espanso, “universale”.
Ancora un preavviso, e Dario Villa, morto prematuramente nel 1996, “poeta che credeva nelle ombre” – secondo la definizione di Raboni – lottava col tempo, nella velocità di una fine che tentava di estendere «l’arco del possibile», l’«elastico teso» del viaggio rapido in un’epoca postuma che è ancora la nostra. Solo che adesso le ombre sono localizzate, i soggetti non sono più “smarriti” e neppure annientati, piuttosto, adesso è evidente, “virtuali, sempre in procinto di poter essere senza la possibilità di concretarsi. Ecco perché il “possibile”, il potenziale “bartlebiano” chiaro all’orizzonte di Villa, si realizza nell’inazione di un’ombra che nessun tempo può fermarsi a guardare. Soggetto/ombra e tempo coincidono in un ibrido neanche tanto mostruoso ma solo inguardabile, veloce, increato.


Andrea Zanzotto: una poesia da Meteo (12/09/2015)

Leggende

Nel compleanno del maggio
«Tu non sei onnipotente»
dice la pallida bambina

*
Polveri di ultime, perse
battaglie tra blu e verde
dove orizzonti pesano sulle erbe

*
Lievi voci, api inselvatichite –
tutto sogna altri viaggi
tutto ritorna in minimi fitti tagli
*
Forse api di gelo in sottili
invisibili sciami dietro nuvole –
Non convinto il ramoscello annuisce

*
Voglie ed auguri malaccetti,
viole del pensiero
sotto occhi ed occhi
—————— ————quando maggio nega

*
Il bimbo-grandine, gelido ma
risorgente maggio,
«Non sono onnipotente»
batte e ribatte sui tetti

*
«Mai più maggio» dicono
in grigi e blu
segreti insetti grandini segrete

*
Mai mancante neve di metà maggio
chi vuoi salvare?
Chi ti ostini a salvare?

*
Come, perché, il più cupo
maggio del secolo – cento
anni d’oscurità in un mese?

*
Acido spray del tramonto
Acide radici all’orizzonte
Acido: subitamente inventati linguaggi

1985

Postilla:
Mistero del tempo, cronologico, atmosferico? Come sempre cupezza e luce in Zanzotto s’innestano sulla riflessione della “propria” contemporaneità.
C’è, in principio il tentativo del racconto, l’atmosfera del mutamento (climatico?) e l’azione “acida” è quella dell’uomo cui spetta un finale arrembante: anafore e climax a seguire, a perseguitare l’orrore dell’azione distruttiva, in bilico tra l’ibridazione («Acido spray del tramonto», spray che traccia l’annientamento del tramonto o tramonto che si trasforma nel nuovo scenario del negativo?) e l’innovazione che è conseguenza di un’evoluzione, un diverso attraversamento («Acide radici all’orizzonte»). E infatti l’«acido», sema di dissoluzione, si apre a immediate trasmutazioni, invenzioni, nuovi «linguaggi».
L’ultimo Zanzotto, quasi ingabbiato tra vecchio e nuovo mondo, manifestando disprezzo estremo per l’abrasione etica effettuata dall’azione antropica e dal moderno, insinua la speranza che qualcosa riemerga dalle macerie. Per questa speranza «tutto sogna altri viaggi/ tutto ritorna in minimi fitti tagli», tutto può ripresentarsi come leggendarie «api di gelo» o favola assoluta del «ramoscello» che, per quanto «non convinto», «annuisce».
La parola si era spezzata e adesso acconsente al nuovo racconto, disponendosi, così, in sordina, all’alterazione del tempo.


Osip Mandel’štam: una poesia da Ottanta Poesie (19/09/2015)

Epoca

Chi potrà, mia epoca, mia belva,
fissarti nelle pupille un istante
e di due secoli agganciare le vertebre
incollandole con il proprio sangue?
Le cose terrestri dalla gola
zampillano sangue carpentiere;
sul limitare dei nuovi giorni
che, se non il mangiafumo, trema?

La creatura fino a che c’è vita
deve in giro portare la sua schiena,
e l’onda, il flutto al gioco si affidano
di un’invisibile spina dorsale.
Tenere cartilagine di bimbo
è l’epoca neonata della terra:
di nuovo hanno sacrificato l’apice
della vita come fosse un agnello.

Per scioglier l’epoca dalle catene,
per dare inizio a un mondo nuovo
bisogna, a mo’ di flauto, unire insieme
le piegature dei nodosi giorni.
È l’epoca a gonfiare d’angoscia
umana il flutto che s’increspa; e l’aurea
misura dell’epoca ha il respiro
della vipera nascosta fra l’erba.

E ancora le gemme si gonfieranno,
la vegetazione schizzerà tallì,
ma, epoca mia, bellissima e grama,
è in pezzi la tua spina dorsale.
E con un povero sorriso demente
ti volti a guardare crudele e fiacca,
come una belva che fu agile un tempo,
le orme lasciate dalle tue zampe.

1922

Postilla:
Ma il tempo diventa assoluto solo nella contingenza. Mandel’štam lo sa e dall’inizio la composizione ci parla di “cose terrestri” e lavoro e speranza di “nuovi giorni” di miglioramento. Ma l’epoca è una “belva” in sospensione perenne e spezzata. Il trancio di tempo è rotto ma in costruzione continua (il “sangue carpentiere”), l’infrastruttura “invisibile spina dorsale” in crescita, “neonata”. Alla fine della seconda strofa (metà composizione) appare l’agnello, il simbolo del riscatto nel sacrificio, del mondo nuovo. E infatti “un mondo nuovo” apre il secondo respiro del testo, ma fatto del nuovo lavoro che unirà “le piegature dei nodosi giorni”, inestricabili, incomprensibili, inaccessibili ancora per le parole: per questo “l’aurea/ misura dell’epoca ha il respiro/ della vipera nascosta fra l’erba”, il ritmo “nuovo” è nascosto da sempre nel vecchio male perché è la storia a farsi cammino, una tradizione zoppicante di uomini che, travasati nel linguaggio, si accingono a carpire il futuro. La vipera ha un respiro che si lega al suono del flauto – altro simbolo poetico -, all’altezza del canto si ripete la distruzione dopo il rifiorire del tempo (“la vegetazione schizzerà talli”), perché il presente è già una spina dorsale spezzata. L’epoca muore e rinasce, belva invecchiata sulla spinta a un assoluto sempre da venire, eppure già avvenuto, e solo la “parola”, cambiando i suoi strumenti, può continuare a dire la speranza del suo perpetuarsi. Mandel’štam non dice nulla se non la perfezione di un composto: riesce per un attimo a incanalare un flusso nella scatola chiusa della forma strutturata, ospita il tempo in un cantiere precisissimo ma già frantumato e, forse per questo, veramente perfetto.


Nico Orengo: una poesia da Cartoline di mare (26/09/2015)

Lo spruzzo che leva
la roccia trascina il
granchio sott’acqua
vicino alla stella marina:
è l’inizio di una cruenta
mattina.

Postilla:
La poesia “lieve” di Orengo ha bisogno di pochissimi segnali. L’apparato verbale ridotto non fa che sottolineare la necessaria precisione del nome. Precisazione, allora, che tenta di alleviare il dileguarsi di un mondo, quello della natura (Maria Corti lo rileva nella prefazione al libro da cui il testo presentato proviene) di cui a noi viventi non resta che certificare la mancanza.
Chi ha seguito il magistero della Corti è disposto a una nominazione chiara e consapevole di un’appropriazione, che può farsi possibile, della realtà, per accostamento: delicato e implacabile il nome sfiora il fenomeno e lo perde in un contatto che esplicitandosi conduce alla successiva scomparsa. Questa modalità operativa ha trovato un interprete in Orengo – il poeta adombrato dall’attività di romanziere e giornalista, morto prematuramente e anche per questo da riscoprire – ed ha un riflesso considerevole nell’evoluzione poetica di un altro autore che a quel magistero ha prestato profonda attenzione e che, forse, ad oggi, ne è il miglior interprete: Fabio Pusterla.
Le Cartoline di mare di Orengo sono un reperto che documenta e conserva la possibilità per il linguaggio di raggiungere il mondo gradualmente, attraverso un percorso d’osservazione e conoscenza che aspira ad abbattere le diffidenze per realizzare una maggiore empatia. Certo il mondo di Orengo si è sfaldato davanti ai nostri occhi e non ci resta che assorbire la mutazione, ma questo non deve allontanarci dalla responsabilità dell’apertura, a quel “diverso” che è ulteriore possibilità e conformazione. Certo, oggi la fabula pare immergersi nel buio di onde ben distinte da quelle marine – elettromagnetismi in fibra ottica, guide d’onda dielettriche al virtuale che si realizza – ma la “vecchia ed eterna” storia dei nomi, in questo scenario, può sempre dirci «l’inizio di una» non tanto «cruenta» ma sicuramente “altra” «mattina».


Edoardo Cacciatore: una poesia da Il discorso a meraviglia (03/10/2015)

Qui quindi è dappertutto

Parlaci di ieri raccontaci la gita
Ma nemmeno tu stesso ti stai più a sentire
Perché insiste a trovare una via d’uscita
Il corpo il medesimo per modo di dire
Sazio in pelle in pelle in fondo famelico
Le stagioni il cerchio labile al centro è l’anno
Gonfio di sesso ubriaco di amore angelico
È già gli avversari che lui diverranno
Le cose ancora in mano già una diceria
Perché insisti a cercare una via d’uscita
Non stai chiuso in una platea o in galleria
Sei negli occhi dentro agli orecchi della vita
——————–Sei un altro da quello che provammo ieri
——————–Chi può testimoniare dove in realtà eri.

Postilla:
«Sei un altro da quello che provammo ieri/ Chi può testimoniare dove in realtà eri». I grandi temi novecenteschi dell’identità e del tempo formano una sola domanda nel testo di Cacciatore. La disillusione scandita nel disorientamento, i termini si fanno interscambiabili, «Le stagioni il cerchio labile al centro è l’anno/ Gonfio di sesso ubriaco di amore angelico», la commistione ossimorica è non solo la sottomissione al dato ineluttabile di uno squilibrio di prospettiva, ma anche l’ultimo tentativo di abbracciare il tutto in un quadro complessivo. All’origine della “visione” la constatazione di una rinuncia: «Perché insisti a cercare una via d’uscita», un mantra che risuona e monitora la forzatura, l’autoconvincimento, che cerca di arginare la fuga metafisica. La “fuoriuscita” dalla realtà è solo “diceria” che squilibra e confonde le capacità percettive, «Sei negli occhi dentro agli orecchi della vita». L’impostazione – l’enfasi – della forma stride contro l’autoriflessione, la rinuncia alla stessa percezione del mondo.
La “grande maniera” di Cacciatore si fa baluardo di resistenza anche se il segno martella per rompere le ultime difese. Il passato non è più forte e il futuro è ancora lontano; la parola si distorce per ritmare una fine arrembante, il dettato sporco in una struttura linda.


Charles Simic: una poesia da The Voice at 3 a. m. (10/10/2015)

Serving time

Another dreary day in time’s invisible
Penitentiary, making license plates
With lots of zeroes, walking lockstep counter-
Clockwise in the exercise yard or watching
The lights dim when some poor fellow,
Who could as well be me, gets fried.

Here on death row, I read a lot of books.
First it was law, as you’d expect.
Then came history, ancient and modern.
Finally philosophy – all that being and nothingness stuff.

The more I read, the less I understand.
Still, other inmates call me professor.

Did I mention that we had no guards?
It’s a closed book who locks
And unlocks the cell doors for us.
Even the executions we carry out
By ourselves, attaching the wires,
Playing warden, playing chaplain

All because a little voice in our head
Whispers something about our last appeal
Being denied by God himself.
The others hear nothing, of course,
But that, typically, you may as well face it,
Is how time runs things around here.

*

Scontare il tempo

Un altro giorno tetro nell’invisibile
penitenziario del tempo, a fabbricare targhe
con molti zeri, a seguire percorsi fissi in senso anti-
orario nel cortile delle esercitazioni o a osservare
le luci che si abbassano mentre qualche disgraziato –
potrei anche essere io – frigge sulla sedia.

Qui, nel braccio della morte, ho letto molti libri.
Prima la legge, come puoi immaginare.
Poi la storia, antica e moderna.
E infine la filosofia – quella roba sul nulla e sull’essere.

Più leggo, meno capisco.
Però altri detenuti mi chiamano professore.

Ho già detto che non avevamo guardie?
Le porte delle celle le serra e le disserra
un libro chiuso.
Anche le esecuzioni le facciamo
da noi, collegando i fili,
impersonando il secondino, il cappellano

perché una vocina nella testa
sussurra che il nostro ultimo appello
è stato respinto da Dio stesso.
Gli altri, ovviamente, non la sentono
ma questo, al solito – lo vedrai anche tu -,
è il modo in cui qui il tempo governa le cose.

(Trad. Nicola Gardini).

Postilla:
Certo, se il tempo è “penitenziario” ancora sopravvive una dialettica con, all’opposto, la possibile fuoriuscita. La faccenda è oscura perché è la scrittura la gabbia – nello specifico il tempo autistico della scrittura in versi – quella scissione dal mondo che s’insinua “nella testa” del poeta, cioè la caduta libera dell’alterità. Non è stato “Dio” (l’Altro, senza per questo scomodare Lacan) a respingere “l’appello” ma il soggetto (l’uomo?) a girare le spalle al “tempo” della dialettica, ad autorecludersi in uno spazio “virtuale” per farsi riflessione assoluta, nel disorientamento, nella mancata comprensione: «The more I read, the less I understand».
Il carcere-osservatorio in cui possiamo scandire il tempo della fine, “scontarlo” in «percorsi fissi in senso anti-/orario», nelle nostre vite neutre – neutralizzate -, interscambiabili, visibili solo nel momento della condanna definitiva, la comune sparizione.
Singulti novecenteschi, i topoi del carcere, dell’alterità estinta, del solipsismo voyeuristico, sono i vasi conduttori della fine di un mondo, circuitazione e attraversamento. Ma, scontato il tempo, è proprio la «vocina nella testa» il riscatto, l’altro interiore, “schizomorfico”, che ci allontana dal rimpianto per la perduta unità. Unità, d’altronde, è adesso semplice evidenza dello strato di pieghe e fratture che fanno l’essere, che fanno questo essere adatto a farsi attraversare dal tempo. Non integrità, allora, ma spartizione. L’illusione, squadernata in mille rivoli, del contatto, arcipelago fluttuante in una rete che non è più carcere, ma scelta ipnotica. L’essere non è più ironia o ribaltamento ma, attraverso questo stesso ribaltamento, è un costante dimenticarsi in un tempo senza linearità e progressione. Intermittenza, perché «Anche le esecuzioni le facciamo/ da noi, collegando i fili» e recitando ogni ruolo possibile.


Wystan Hugh Auden: una poesia da Grazie, nebbia (17/10/2015)

Aubade

In Memoriam Eugen Rosenstock-Huessy

Beckoned anew to a World
where wishes alter nothing,
expelled from the padded cell
of Sleep and re-admitted
to involved Humanity,
again, as wrote Augustine,
I know that I am and will,
I am willing and knowing,
I will to be and to know,
facing in four directions,
outwards and inwards in Space,
observing and reflecting,
backwards and forwards through Time,
recalling and forecasting.

Out there, to the Heart, there are
no dehumanised Objects,
each one has its Proper Name,
there is no Neuter Gender:
Flowers fame their splendid shades,
Trees are proud of their posture,
Stones are delighted to lie
just where they are. Few bodies
comprehend, though, an order,
few can obey or rebel,
so, when they must be managed,
Love is no help: We must opt
to eye them as mere Others,
must count, weigh, measure, compel.

Within a Place, not of Names
but of Personal Pronouns,
where I hold council with Me
and recognize as present
Thou and Thou comprising We,
unmindful of the meinie,
all those We think of as They.
No voice is raised in quarrel,
but quietly We consverse,
by turns relate tall stories,
at times just sit in silence,
and on fit occasion I
sing verse sotto-voce,
made on behalf of Us all.

But Time, the domain of Deeds,
calls for a complex Grammar
with many Moods and Tenses,
and prime the Imperative.
We are free to choose our paths
but choose We must, no matter
where they lead, and the tales We
tell of the Past must be true.
Human Time is a City
where each inhabitant has
a political duty
nobody else can perform,
made cogent by Her Motto:
Listen, Mortals, Lest Ye Die.

*

Albata

in memoria di Eugen Rosenstock-Huessy

Richiamato in un Mondo
nel quale i desideri sono inutili,
cacciato dalla cella
imbottita del Sonno e riabbracciata
l’Umanità impegnata, so di nuovo,
come sant’Agostino ci ha insegnato,
di esistere e volere,
di possedere volontà e coscienza
e di voler esistere e sapere,
volto in quattro diverse direzioni:
all’esterno e all’interno nello Spazio,
osservando e pensando,
all’indietro e in avanti lungo il Tempo,
ricordando e facendo previsioni.

Là fuori, per il Cuore, non esistono
Oggetti non umani,
ognuno ha un Nome Proprio,
non c’è Genere Neutro: i Fiori sfoggiano
le loro tinte splendide,
fieri si ergono gli Alberi,
le Pietre si dilettano a restare
là dove sono. Pochi sono i corpi
che comprendono un ordine,
pochi che obbediscono o si oppongono,
perciò non basta Amore per gestirli:
dobbiamo accontentarci di vederli
come una mera Alterità e contare,
misurare, costringere, pesare.

E all’interno un Luogo, non composto
di Nomi, ma Pronomi Personali,
dove siedo in consiglio
con l’Io e percepisco la presenza
di Te e Te, che va a formare Noi,
non pensando agli estranei,
coloro che vediamo come Loro.
Nessuna voce si alza litigiosa,
ma conversiamo calmi,
e raccontiamo a turno una storiella,
a volte ce ne stiamo silenziosi,
e se il momento è giusto
canticchio sottovoce
versi creati a nome di Noi tutti.

Ma il Tempo, dominio dell’Azione,
richiede una Grammatica
complessa, con diversi Modi e Tempi,
primo l’Imperativo.
Ci è permesso di scegliere il sentiero,
però dobbiamo farlo ovunque porti;
le storie da Noi dette sul Passato
devono essere vere.
Il Tempo degli Umani è una Città
in cui ogni abitante
ha un compito politico
che nessun altro è in grado di eseguire,
reso più convincente dal Suo Motto:
Ascoltate, Mortali, o Morirete!

(Trad. Alessandro Gallenzi)

Postilla:
A parte le valenze filosofiche e la perizia sperimentale, nell’ultima produzione di Auden è il tempo ad acquistare centralità. Albata (1972) riassume la necessità per cui la richiesta di una nuova “Grammatica” è quasi consustanziale al movimento della scelta. Il supporto “linguistico” è plastico, tra riferimenti arcaici all’innominazione sorgiva, espulsa, però, nell’esubero di significazioni, con la funzione di trattenere la voglia stessa di nominare: «Out there, to the Heart, there are/ no dehumanised Objects,/ each one has its Proper Name». La misurazione degli oggetti (del reale) attraverso i segni è un compito che tende a ricompattare la comunità, formare una tradizione: «e se il momento è giusto/ canticchio sottovoce/ versi creati a nome di Noi tutti». Spazio e Tempo sono la volontà di risentire, senza desiderio ma per necessità, la presenza dei corpi: all’esterno e all’interno, “osservando e pensando”, indietro e avanti, “ricordando e prevedendo”, punti cardinali per il corpo che ci permettono «di scegliere il sentiero» pur nell’incognita dell’esito (“ovunque porti”). La “Verità” declamata in conclusione è il compito, per questo l’Imperativo è il rischio che rende plausibile una nuova definizione, “dovuta” per tracciare scie e ulteriori costruzioni (la plasticità linguistica che ha base nel passato e capacità di prevedere nella trasformazione), un’imposizione del soggetto sul discrimine aprioristico: «Audi, ne moriamur».

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