Francesco Balsamo, “Cresce a mazzetti il quadrifoglio”, Il ponte del sale, Rovigo 2015

Francesco Balsamo 4
Francesco Balsamo

IL MONDO TOCCATO IN SORTE: Francesco Balsamo, Cresce a mazzetti il quadrifoglio, Il Ponte del Sale, Rovigo 2015

cresce-a-mazzetti-il-quadrifoglio-di-francesco-balsamo-su-lestroversoAlla fine del libro (ultima fatica di Francesco Balsamo, autore catanese che affianca la scrittura in versi a un’originalissima produzione figurativa, per la quale mi concedo di rimandare al libro di disegni Non copiare dagli occhi, Incertieditori, Legnago 2012 – con testi di Guido Giuffrè e Renata Morresi) possiamo leggere una dedica particolare al padre che viene paragonato a un albero (così come, all’inizio della raccolta, troviamo un disegno dello stesso Balsamo che rappresenta anch’esso un albero): «mio padre, da maneggiare come un albero – / a mio padre,». La pianta maestosa e insieme fragile, indifesa e imponente, apre e chiude un’operazione “augurale”, all’insegna della protezione e della crescita. Un mondo “vegetale”, un fermento che si confronta con la caduta esiziale – la morte è presente e “vegeta” tra le parole come segnale d’adesione, senza invocazioni tragiche, almeno in apparenza – intrecciando i lineamenti della lingua in un disegno profondamente evocativo.
Il dettato sommesso, frastagliato di oggetti banali che non assolvono sempre al compito loro assegnato – «come fischiare dentro un bicchiere», (p. 21) – o di luoghi comuni rinnovati dalla semplice sostituzione di un termine, sembra preconizzare la scomparsa della funzione utilitaristica della parola, come se ad agire fosse solo il riflesso che la ri-sostanzia – come un’ombra più concreta del reale: «aspetto le prime luci del tavolo», (p. 28). L’effetto che si crea non è straniante ma accogliente perché s’istalla sulla familiarità del quotidiano, minimo, certo, ma non minimalista, non tollerabile a tutti i costi, ma sfuggente.
Balsamo sembra riflettere sulla capacità che le parole possiedono di custodire (ancora un riferimento alla paternità) quello che i giorni ci portano in sorte – «la sfortuna/ (o la fortuna)/ si è inoltrata a passi lunghi», (p. 26) – senza forzare il senso in maniera reattiva ma parlando il linguaggio dell’ospitalità.
Non si tratta di un’operazione accomodata sui minimi risultati, lo accennavamo poc’anzi, perché la lingua resta in tensione, non si distende su una visione “comune” ma ne rilancia i risultati riattivandoli attraverso la composizione di piccoli quadri, apparentemente paradossali, ma che tanto ci dicono del nostro essere “in comune”, sia nell’assolvere i nostri gesti quotidiani, sia nella loro continua dissoluzione: «a volte le cose del giorno non sono molte/ e gli uccelli sono il miglior esempio di ciò che ci manca/ o di ciò che abbiamo, / una foglia non ancora scucita / un’altra che trema nella rete della gola – / basta contare gli spiccioli del pomeriggio, / quel che ne rimane all’orecchio/ e la tristezza a fiori tenui/ poco alla volta ci chiude le mani», (p. 25).
Che non si tratti di un libro “pacificante” sotto l’aspetto del rapporto dialettico parola/mondo (per quanto già dal titolo si respiri una freschezza augurale nella sua originalità) ce lo segnalano le citazioni in apertura, da Ceronetti e, soprattutto, da Aglaja Veteranyi, scrittrice rumena poi naturalizzata svizzera morta suicida nel 2002: «Passiamo molto più tempo da morti che da vivi per questo da morti ci serve molta più fortuna». Oltre il piacere del ribaltamento, strategia cara, come abbiamo visto, all’autore catanese, sempre in direzione dello sconcerto e dello stupore, l’ironia sembra l’unica condizione che renda accettabile la fine, nel gesto apotropaico (come avviene spesso nella prosa frammentaria e “deforme” della Veteranyi) si esorcizza la scomparsa del segno – e del senso – in un continuum che non consente la fissazione ultima, non la vuole. Per questo la parola si trasforma in un’antifrasi incessante, iperbole al ribasso, nel metalogismo che preme e affonda a oltranza per non subire la gabbia del senso, cioè la banalizzazione segnica.
Con questi accorgimenti l’operazione di Balsamo si manifesta nella sua inquietudine, sfruttando la radicalità predestinante dei luoghi d’appartenenza (una Sicilia fatalmente tragica eppure buffa, nella sua mascherata sovrabbondanza che nasconde la paura scaramantica della scomparsa), scomponendola nei passaggi di un racconto sulla sorte che tentano di cogliere e ristrutturare il messaggio effettivo del mondo: nonostante il panorama di sconfitta, all’orizzonte può prefigurarsi l’accoglienza del luogo, ma solo accettando lo sforzo di ri-crearlo. Uno dei caratteri della Sicilia, la predestinazione passiva o il fatalismo, viene frantumato e ricostruito con l’inserzione di un sentire altro. La buona sorte, allora, può diventare il contraltare allegorico della sventura: l’ospitalità.
I movimenti metalogici, cui si faceva riferimento, e le metatassi (le ripetizioni anaforiche in apertura di componimenti diversi, enumerazioni, isocolon: «contrabbandare cose piccole in un foglietto / cose ordinate come per un viaggio», p. 34), nel loro esubero, aumentano l’aspettativa di senso. La parola combatte per la propria autonomia e l’agone non si risolve in una conciliazione, bensì sposta i termini della lotta in una dimensione plastica, arrembante, nel tentativo di frenare la caduta o ribaltarla: «ora basta/ tenersi per cadere/ con la faccia sul foglio», p. 35.
Lo sforzo serio di Balsamo è tutto nella movenza di un gesto sfumato che parte dalle contraddizioni e dall’inadeguatezza dello strumento utilizzato per captare il mondo, o da quella del mondo stesso che non si lascia catturare (l’ironia origina da questo disagio rintracciabile anche nelle operazioni figurative dell’autore). Anche per questo la parola si altera fino a creare nuovi mostri. In questo gioco deformante è coinvolto persino l’amore che diventa commistione, neoformazione: «un ginocchio è gemello / di un ginocchio / come l’altro tuo polmone / è gemello del mio / che si possa andare avanti con quattro / gambe è un prodigio da passante/i / dove sono le mie dita / fra queste venti? / che fra una spalla ci possano stare due teste / adesso si può solo sorriderne», p. 61. Perché nella tensione al mutamento che può imbattersi nella sorpresa, o meglio nella fortuna di qualcosa che ci sorprende, si nasconde una rinascita.

quadrifoglio
Quadrifoglio (Fonte: Wikipedia)

Gianluca D’Andrea
(Agosto 2015)


TESTI

fare la gallina delle cose in miniatura
come faccio io
e con tutte le parole
sparire nel calzino nero di una poesia


scrivere è come segare uno specchio a metà,
come fischiare dentro un bicchiere
anche se invece servirebbe bere –
stare zitto con un pesce in bocca
e far passare a testa bassa una nave da sotto una porta,
facile solo se si potesse fare –
stare di qua, ma sentirsi di là dal muro
ma niente, devi tenerti di qua lo stesso –
come stare al bordo della pioggia
e arrotolarsi e srotolarsi la voce appena sopra la nuca –
un crollo in salita –
tenersi al caldo, perché qualunque cosa si scriva
lentamente la gela la carta,
posarsi allora una mano tutta intera sulla nuca di vetro,
o fare spazio alle foglie di un albero
tenendolo per mano –
scucire boschi per toccare solo il polso di un ramo –
scrivere e scendere lungo i pomeriggi
con un braccio solo
e coprirsi con l’altro, quello che manca –
spalancare le braccia ai giorni con una penna –
tenersi sul fuoco una penna,
quell’unica foglia secca,
perché qualunque cosa lentamente gela –
scrivere allora è cuocere un sasso poco alla volta,
o starci dentro con un brusio
(un brusio di sasso) –
poi voler pagare tutto con quel sasso nero
o, magari, stare come un sasso nella cesta di una faccia –
voler scrivere è come vivere ogni mattina con il palmo
nella tasca di domani,
prendere forse così alla sprovvista la morte di oggi –
scrivere è stare al buio per assomigliare a tutti
ma sembrando lo stesso nessuno
o assomigliare fra i tanti proprio a quello che fischietta
per ritrovarsi il cuore in viso –
scrivere è raccogliere quello che manca e passare di corsa ad altro


la sfortuna
(o la fortuna)
si è inoltrata a passi lunghi
fino al rifugio della bocca
(dove si nascondono i denti d’oro)
la fortuna
(o la sfortuna)
fa scattare con dolcezza
un sorrisetto


aspetto le prime luci del tavolo –
i fischi nei bicchieri –

il bestiario delle vecchie monete –
i soldini dei diminutivi, per te

la neve del convincimento,
che si veda compatta sul davanzale –

aspetto di premere la fronte
sulla fronte del tavolo –

di poggiare un piccolo bene
sul viso in discesa: giù, lento –

di cadere in ombra
per illuminare una cima –

aspetto di cominciare coi fiori
che c’erano prima,

di scegliere con dedizione
il seguito di quei fiori –

e intanto scrivo di morire
come si preme una parola,

come si resta legati a una maniglia,
come la fortuna impigliatasi sul fondo –

aspetto per ore
l’ora che si manda via di notte,

che inizi la pioggia
col pane dell’aria di mezzo


un ginocchio è gemello
di un ginocchio
come l’altro tuo polmone
è gemello del mio
che si possa andare avanti con quattro
gambe è un prodigio da passante/i
dove sono le mie dita
fra queste venti?
che fra una spalla ci possano stare due teste
adesso si può solo sorriderne
e che si sposti il tuo braccio quando si muove il mio
lentamente parlo dentro la più piccola
delle nostre orecchie
e ti dico solo il cuore è uno
solo come il coro di una sola candela


l’amore,
sussurrò!
e si restrinse
e ricacciò una montagna
sotto il cuscino


tutti i pomeriggi è autunno

e ogni foglia secca
si spegne
come una vecchia lampada

è l’alternarsi della notte col giorno
o l’alternarsi del giorno con la notte

tutti i pomeriggi è autunno

e gli alberi in fila sono una sola frase
a perdita d’ombra

così uno manda via i giorni

gli alberi soli hanno la felicità aperta
degli equilibristi

*

l’ombra
è il mio lato di gravità

io scomparso di trenta grammi

è la mia mezzanotte di lavagna
il mio riflesso d’eternità
che calza la terra a grandi passi

l’ombra sono io solitario
e al sicuro, sotterraneo,

settantuno chili di riparo


dorme,
segna la tacca del sonno –
ancora una –
dorme,
tremolante come una candela,
un sonno sorvegliato,
l’ultimo bisbiglio
di una storia,
una storia d’acque notturne
e di luci spente

*

preme il viso sul cuscino:
carta contro carta –
dorme,
è uno dei sacchi di paglia
delle ombre


un abbraccio
è uno stare capovolti
un capogiro
il corpo
che scende spinto
dalla forza di un pendio
uno cade ed è
sorretto dal tremore di una stella


qui è facile come una crepa
farsi strada lentamente,
facile starsene curvi
dentro una bottiglia,
palmo a palmo
si restringe tutto

qui la morte è una cosa piccola,
di cerino,
un piccolo giro di luce
per una fine breve e nera

e dopo una seconda o dopo una terza
minuscola luna, qui
dal tuo corpo fioccano fiori
e si spandono al suolo


i morti ci guardano dagli angoli,
si raccolgono lì
come lanugine –
o lane crespate,
a collo alto,
il tenue collo di un pensiero


chi
muore
sta
tutto
in una
scarpa
si perde
nella punta
di uno stivale
chi muore
può solo sparire
si riempie
del vuoto
che riempie
allarga
le zone di calvizie
della terra

chi muore
scende un sentiero
e torna solo
è un forestiero
col petto aperto


i nostri cari vivi
che per loro conserviamo
scatolette di terra,
dove sbadatamente buttiamo
noccioli di pesca
o di altri frutti, dipende
dalla stagione,
e i nostri cari morti si allungano
familiari come fiori
si alzano in punta di piedi e vivono,
i nostri cari vivi


vivo
mi piego
mi sporgo
per toccarmi
nel farlo
mi sale
lungo il braccio
un poco di terra

vivo
in piedi
tutte
le parole
le leggere per prime
si mettono
a sventolare
piùnerechemai

canzonetta
sotto terra
uno stana
ciò che aspetta

uno intanto
aspetta
e sotto terra
canzonetta


morire è l’orto delle mani
e dei piedi

è anche una tecnica di neve
come un pensiero di dedizione –

morire è stare in casa
con una bandiera nera –

è anche un ricamo
riposto con cura negli armadi –

morire è riconoscere l’aria solo
con una pantofola

è anche stare in mezzo agli altri
e piegarsi con parole proprie


sono diventato come un cucchiaio
e ho nella nuca le profondità della bocca

ho in bocca la ghiaia delle parole
e per intero intravista la coda di un sentiero


poi pace
sale
come un buon profumo
di colazione
ancora in tempo
anche quando è tardi
un miracolo tenue
dunque
la si stringe così
al mattino
accanto a un pentolino
come uno dei molti zeri
del fumo di una tazza
tutto qua dunque
pace
facile come uno zero
poi pace
anche quando manca
e punge di freddo
e mi gela la coda del foglio


balsamo-francesco-copia
Francesco Balsamo (2015)

Francesco Balsamo è nato nel 1969 a Catania, dove vive e lavora. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Brera e Catania e alla facoltà di Lettere dell’Università di Catania. È tra i vincitori del premio Eugenio Montale nel 2001 — sezione inediti — con Appendere l’ombra a un chiodo, poesie pubblicate nell’antologia dei premiati, edita da Crocetti nel 2002, nello stesso anno riceve il premio Sandro Penna, per l’inedito, con Discorso dell’albero alle sue foglie, edito da Stamperia dell’Arancio nel 2003. Nel 2010 pubblica Ortografia della neve (Incerti editori, vincitore del premio Maria Marino 2011) cui seguono Tre bei modi di sfruttare l’aria (Forme Libere 2013) e Cresce a mazzetti il quadrifoglio (Il Ponte del Sale 2015). Alcune sue poesie sono state pubblicate su riviste: «Hortus» (Grottammare 2004), «I racconti di Luvi» (Palermo 2004), «Poeti e Poesia» (Roma 2004), «Ore piccole» (Piacenza 2007); e su antologie: Centro Montale – Vent’anni di poesia (Firenze 2001), Ci sono ancora le lucciole (Milano 2004), dieci poesie tradotte in polacco in La comunità dei vulcani (Messina 2006), Poeti e Poesia – poeti nati negli anni sessanta – (Roma 2007). Una sua raccolta è stata tradotta in finlandese e pubblicata a Helsinki nel 2004.

Poeti tradotti da poeti: Francis Catalano tradotto da Valerio Magrelli

cactus-candelabro
Cactus candelabro (Foto: © sensaos. Fonte: flickr.com)

CHECK-IN CHECK-OUT
(crépuscules/crepuscoli)

Francis CATALANO

Traduzione dal francese di Valerio Magrelli

LE CIEL EN PETITES COUPURES à plates
coutures que tranche
la ligne-hache des montagnes
acérées arides
retailles de papier volt-
igeant bleu par-
delà les pics ocres les
socles esthétiques
avions de chasse furtifs dissimulés
dans les pétroglyphes
ici-bas un noyau de pêche irréel
roule irrégulier irradié
sur la voie carrossable chauf-
fée par les pneus les nœuds
par le peu d’âme le trop plein
de rien dans les réservoirs
d’essence et les
réserves d’indiens :

(Du matin)

*

IL CIELO A PICCOLI TAGLI a taglia
e cuci che taglia
la linea-ascia delle montagne
affilate aride
ritagli di carta azzurra svo-
lazzante oltre i picchi ocra oltre
gli zoccoli estetici
aerei da guerra furtivi dissimulati
nei petroglifi
un nocciolo di pesca irreale
rotola irregolare irradiato
quaggiù sulla via carrozzabile riscaldata
dagli pneumatici dai nodi
da quel poco d’anima dal troppo pieno
di nulla nei serbatoi
di benzina e le
riserve indiane :

(Del mattino)


Tout est régi par l’éclair
Héraclite

L’APACHE TRAIL la paix
la grande paix (on dit qu’elle s’achète)
avec énergie d’images
privées de couilles les cactus à candélabres
défendent leur aride espace leur
alcool leur système de refroidisse-
ment endo-végétatif
cactus-fréon petits bonhommes de chemin
bras en l’air caquet bas cactées gras
cependant qu’un éclair-aiguille zig-
zague dans le ciel bleu blanc
rouge pâle tel un aigle
safran en boucle tournoie
lentement et frappe
dans le nihil dans le mille
dans un nuage
de poussière :

(Antique surface)

*

Tutto è retto dal lampo
Eraclito

L’APACHE TRAIL la pace
la grande pace (si dice che si puo comprare)
con energia d’immagini senza coglioni
i cactus a forma di candelabri
difendono il loro arido spazio il loro
alcool il loro sistema di raffredda-
mento endo-vegetativo cactus-freon
l’omino che va sano e va lontano
con le braccia in alto poche chiacchiere cactacee grasse
mentre un lampo-aquila va a zig-
zag nel cielo bianco azzurro rosso pallido
come in circolo un aquila zafferano
ruota lentemente
e colpisce nel nihil nel centro
in una nuvola
di polvere :

(Antica superficie)


FUMÉ LE FUMIER miscellanées
peyotl, whisky & tobacco
font effet le sol soil oil
les fruits et légumes bio pous-
sant dans les sillons de l’encé-
phale sont des protocerveaux
protubérances du Colorado en action
déviation déniée vol à vau
l’eau vol à vau de mirage
d’un hyperdivorce post-ironique d’oi-
seaux trois cents caplets d’un anti-diarrhéique
chutant d’une trouée dans
les nuages-iguanes
qui éblouit le toit ouvrant
d’autant ouvrant qu’en route
la fiente s’annihile
s’autofertilise éclôt
ô raison merdique
tassée dans le com-
primé imagination :

(Ô raison merdique)

*

LETALE IL LETAMAIO miscellanee
peyotl, whisky & tobacco
fanno effetto il suolo, soil, oil
frutti e verdure bio che cres-
cono nei solchi dell’ence-
falo sono dei protocervelli
protuberanze del Colorado in azione
deviazione negata volo sul
pelo dell’acqua volo sul pelo del
miraggio di un iperdivorzio post-ironico di uc-
celli trecento capsule di un anti-diarreico
che cadono da un buco nelle
nuvole-iguana
che abbaglia il tetto apribile
tanto più apribile visto che strada facendo
lo sterco si annichilisce
si autofertilizza si schiude
oh ragione di merda
tutta pigiata nella pastic-
ca immaginazione :

(Oh ragione di merda)


UN AIGLE SE POSE sur un im-
posant cactus erectus
en même temps que la plume
se pose sur la page
reine col blanc écriture-rapace
elles scrutent les pépites d’or
gueil dans l’œil de l’écureuil le seuil
de tout sens toutankhamon
ibis scribe ride a highway
la plume et l’aigle juchent sur la
page-cactus reviennent à l’or
igine aux blondes herbes brûlées
aux éboulis oubliés
où par les ocres escarpements
zéro s’enfuit vers un :

(Numérisation du paysage)

*

L’AQUILA SI POSA sul po-
tente cactus erectus
mentre la penna
si posa sulla pagina
regina collo bianco scrittura-rapace
che scruta le pepite d’or
goglio nell’occhio dello scoiattolo la soglia
di ogni senso toutankhamon
ibis scriba ride an highway
la penna e l’aquila stanno appollaiate sulla
pagina-cactus tornano all’or
igine alle bionde erbe bruciate
ai ghiaioni dimenticati
dove attraverso le scarpate ocra
lo zero fugge verso l’uno :

(Scansione del paesaggio)


TANDIS QU’À BELLES DENTS le Nord
mord la queue bleu ciel de
l’animal voyageur le sud-rut
rampe tire sa langue bifide
au sud dru au sud dur
au south-mouth et au sud-out
rond comme le Nord
vu l’ivresse dans les soutes de l’Ou-
est sur les rives de l’infini
écrire de la po-asie plages du Pacifique
écrire de la porient de la poccident
po-hiémal et po-midi
écrire sur un point cardinal
« pommade et époxy » :

(Road poem III)

*

MENTRE IL NORD MORDE con grande appetito
la coda azzurro cielo dell’
animale viaggiatore il sud-ritto
striscia mostra la sua lingua biforcuta
al sud fitto al sud duro
al south-mouth e al sud-out
tondo come il nord
visto l’ebbrezza nei depositi dell’
ovest visto le rive dell’infinito
scrivere della po-asia spiagge del Pacifico
scrivere della p-oriente della p-occidente
po-iemale e po-mezzogiorno
scrivere su un punto cardinale
« pomata ed epossidico » :

(Road poem III)


LES TERRES LA PIERRE la mousse
les roses du désert les opun-
tias les tumbleweeds qui roulent
les nopals les saguaros
la blondeur du vert des papillons ar-
més de libre-arbitre par-
delà le pare-brise écran
papillons safran tels aigles safran
en vol plané grande amplitude les ailes
puis plongeant vers leur asile
dans la nature-fissure
pour rien pour le nihil l’idem
le thrill de voler l’Apa-
che Trail sous le gril au gaz solaire
la finitude de l’asphalte
routes chiffonnées ar-
rivées à leurs fins :

(Road poem IV)

*

LE TERRE LA PIETRA il muschio le o-
punzie tumbleweeds che attraversano la strada
i nopal i saguaro
la biondezza del verde e delle farfalle ar-
mate di libero arbitrio al
di là del parebrezza-schermo
farfalle zafferano come aquile zafferano
che planano con ali di grande ampiezza
poi si tuffano verso il loro asilo
nella natura-fessura
per niente per il nihil per l’idem
per il thrill di volare per l’Apa-
che Trail sotto il forno solare la griglia a gas
per la finitudine dell’asfalto
perché la strada arrivi alla
sua fine :

(Road poem IV)


PASSE UN TRAIN-SCIE polychrome
une file Malévitch de rectangles Kandinsky
le long d’un vers volumé-
trique de Sandburg
train-train locomotive nature morte vivante
imperturbable hache inex-
orable hachis de cailloutis
moteurs à combustion explosion du roc
érosion du corps et de
l’âme siècles attachés un à un au
mouvement sans frein sans
entrain vers le programme-
progrès sous la fourchette-
assiette et surtout surtout
bonnes bises aux bisons :

(Du soir)

*

PASSA UN TRENO-SEGA policromo
una fila Malévitch di rettangoli Kandinsky
lungo un verso volume-
trico di Sandburg
tran-tran locomotiva viva natura morta
imperturbabile ascia ines-
orabile macinato di breccia
motori a combustione esplosione della roccia
erosione del corpo e dell’
anima secoli attaccati uno a uno al
movimento senza freni senza
lena verso il programma-
progresso sotto la forchetta-
piatto e soprattutto soprattutto
bacioni ai bisonti :

(Della sera)


CHECK-IN CHECK-OUT la route le rite
la room le vroom voilà
qu’on double une maison mobile (nul
ne s’y attendait) puis des
motos mots-à-mots doublés
à notre tour par
les camions qu’y ont
les chiches les english les hémis-
tiches les nichons de l’Amé-
riche business
as usual :

*

CHECK-IN CHECK-OUT la strada il rito
la room il vroom ecco
che stiamo sorpassando un tir con su una
casa prefabbricata (nessuno
se lo aspettava) poi del
moto delle motociclette delle moto
a nostra volta sorpassati
dai camion ch’hanno…
gli english gli emis-
tichi i fichi le natiche dell’Ame-
ricca it’s business
as usual :


CHECK-IN CHECK-OUT aigle à deux
têtes écritures blondes
végétation-chair
à l’horizon la pierre sourit
d’une fente narquoise plus d’une
dent à son arc d’une
flèche à son carquois
aigle en aérosol sur la
pierre qui craque :

*

CHECK-IN CHECK-OUT aquila a due
teste scritture bionde
vegetazione-carne
all’orizzonte la pietra sorride
con un sorriso sornione c’è più
d’un dente al suo arco più
d’una freccia nella sua faretra
aquila in aerosol
sulla pietra che scricchiola :


CHECK-IN CHECK-OUT et tchick et tchack
c’est la police est-ce bien ma plaque?
— et est-ce moi? et est-ce là
cette auto louée une vraie marque
à mon image?—
identité lithique rainures rai-
nettes portrait-pierre
portrait-identikit :

*

CHECK-IN CHECK-OUT e chick e chack
è la polizia è davvero la mia targa?
— e sono davvero io? ed è proprio qua
questa auto affittata un’ottima marca
a mia immagine?—
identità litica scanalature ra-
ganelle ritratto-pietra
ritratto-identikit :


CHECK-IN CHECK-OUT l’appareil
photo est une Canon
s’affairant dans la mémoi-
re du Grand-Canyon
la langue sortie de sa coque tu
parles du roc le café bu
la Ducati et la Volvo
la 40 ouest les pictogram-
mes sur les panneaux
serpents sonnettes et leurs anneaux
redire l’aride dérider le
temps prendre la route le doute la voûte
le pli disparaître par le val
dans la gorge glisser :

*

CHECK-IN CHECK-OUT l’apparecchio
è una Canon nella
memoria del Grand-Canyon
la lingua uscita dal suo guscio tu
parli della roccia il caffé bevuto
la Ducati e la Volvo
la 40 ovest i pit-
togrammi sui pannelli
serpenti a sonagli e i loro anelli
ridire l’arido togliere al
tempo le rughe prendere la strada il dubbio
la volta la piega scomparire attraverso la vallata
nella gola scivolare :


CHECK-IN CHECK-OUT la radio
éteinte le soleil brille
malgré lui tel un sou
neuf le patron des montagnes
pousse l’oeil-ciseau vers
le textile ciel et on coupe
revient sur terre plus vite
que la lumière
d’un revêtement de verre fumé
les yeux se rhabillent :

*

CHECK-IN CHECK-OUT la stazione radio
spenta il sole brilla
suo malgrado come un soldo
nuovo il padrone delle montagne
spinge l’occhio-forbice verso
il tessile cielo e taglia
torna sulla terra più veloce
della luce
di un rivestimento in vetro scuro
gli occhi si ricoprono :


CHECK-IN CHECK-OUT le monde rap-
plique dans la pupille
à mille milles/seconde
l’image s’écrase dans la vallée
ennuagée nous venons de
nulle part d’une déforma-
tion géologique et nous allons vers
la forme cambrée non assou-
vie des nuages
check-in check-out ou
bon voyage :

*

CHECK-IN CHECK-OUT il mondo ritor-
na nella pupilla
a mille millisecondi
l’immagine si frantuma nella valle
rannuvolata noi veniamo dal
nulla da una deforma-
zione geologica e andiamo verso
la forma incurvata non appa-
gata delle nuvole
check-in check-out o
buon viaggio :

(Check-in check-out)


francis-catalano
Francis Catalano (Foto © Matheiu Rivard)

Francis Catalano, nato a Montreal nel 1961, ha pubblicato sei libri di poesia, tra cui qu’une lueur des lieux (L’Hexagone 2010), Premio Québecor del 27° Festival Internazionale di poesia di Trois-Rivières ed un libro in prosa, On achève parfois ses romans en Italie (l’Hexagone 2012) che è stato letto da Alice Ronfard al BAnQ (Bibliothèque et Archives nationales du Québec) nel 2014. Ha pubblicato Instructions pour la lecture d’un journal di Valerio Magrelli (Écrits des Forges 2005), Premio John Glassco per la traduzione. Cofondatore della rivista di poesia Influx (1980-85), fa parte del comitato redazionale della rivista Exit dal 2005.