Wallace Stevens: due poesie da “Opus postumum” in “Wallace Stevens – Tutte le poesie” (I Meridiani, Mondadori 2015) – Postille ai testi

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Wallace Stevens in un disegno di Davide Racca (2015)

di Gianluca D’Andrea

Ultimo intervento mentre si annuncia il riposo estivo. La rubrica riprenderà a fine agosto. Mi piace chiudere con un autore a me profondamente caro, in occasione dell’uscita di un Meridiano che aspettavo da tanto, troppo tempo. Per questo non finirò di ringraziare Massimo Bacigalupo che così tanto ha fatto per la diffusione e la ricezione di Wallace Stevens in Italia.

Wallace Stevens: due poesie da Opus postumum (2015)

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JULY MOUNTAIN

We live in a constellation
Of patches and of pitches,
Not in a single world,
In things said well in music,
On the piano, and in speech,
As in a page of poetry –
Thinkers without final thoughts
In an always incipient cosmos,
The way, when we climb a mountain,
Vermont throws itself together.

*

MONTAGNA A LUGLIO

Viviamo in una costellazione
di chiazze e schizzi,
non in un mondo unico,
in cose dette bene in musica,
al pianoforte e con parole,
come in una pagina di poesia:
pensatori senza pensieri conclusivi
in un cosmo sempre incipiente,
così come, quando scaliamo un monte,
il Vermont si combina d’improvviso.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Testo profondamente ricettivo, che dice molto del nostro tempo e dell’assoluto. La percezione non definibile dei primi due versi apre il quadro a una «costellazione» tutta da venire – è il sempre della prima scoperta di «un mondo» non «unico» ma sempre in propulsione verso possibilità molteplici (del dire? del pensiero? dell’arte? dell’espressione del soggetto, certo non conclusiva ma compartecipe nella sua costruzione). Solo così il «cosmo» è «sempre incipiente», riattivabile nel tentativo ravvisato che ricompone e cristallizza per un attimo il panorama (cioè il senso del quadro): «Vermont throw itself together».


A MYTHOLOGY REFLECTS ITS REGION…

A mythology reflects its region. Here
In Connecticut, we never lived in a time
When mythology was possible – But if we had –
That raises the question of the image’s truth.
The image must be of the nature of its creator.
It is the nature of its creator increased,
Heightened. It is he, anew, in a freshened youth
And it is he in the substance of his region,
Wood of his forests and stone out of his fields
Or from under his mountains.

*

UNA MITOLOGIA RIFLETTE LA SUA REGIONE…

Una mitologia riflette la sua regione. Qui
in Connecticut, non abbiamo mai vissuto in un tempo
in cui la mitologia era possibile: ma se così fosse stato…
Da ciò la questione della verità dell’immagine.
L’immagine deve essere della natura del suo creatore.
È la natura del suo creatore accresciuta,
esaltata. È lui, fatto nuovo, in una gioventù fresca
ed è lui nella sostanza della sua regione,
legno delle sue foreste e pietra dei suoi campi
o di sotto i suoi monti.

(Trad. di Massimo Bacigalupo)


Postilla:

Il Connecticut, metonimia del mondo (lo spazio raccolto di Stevens – i suoi luoghi intimi o abitudinari – non differisce dalla dimensione cosmica da cui ogni emergenza reale può essere attinta). Fabula mitologica come ipotesi possibile dell’accadere in un quadro di piena percezione. Solo «la natura del suo creatore» rende accessibile «l’immagine», come in un potenziamento della stessa nella disposizione del soggetto al reale.
La poesia esalta la natura e rigenera il soggetto (“La poesia è un mezzo di redenzione”, recita uno degli adagi di Stevens in conclusione al Meridiano), il «fatto nuovo» capace di dare parola alla «sostanza della sua regione», narrando da “dentro” le “parti” del suo mondo.
La nuova mitologia che cresce dal mondo, «from under his mountains», cui il soggetto stesso appartiene – di cui si sente parte intima, potendo, una volta rigenerato, ricostruirne la “fabula”, il mito, appunto.

 

Cos’è il contemporaneo. Dante e il paradiso (Canto IV) – di Andrea Ponso

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Miniatura che illustra la dottrina del libero volere (Paradiso, Canto IV). Fonte: lj.rossia.org

di Andrea Ponso

Canto IV

La famosa metafora del cibo, che apre il quarto canto, ci riporta, come sempre, se così possiamo dire, in terra e in cielo contemporaneamente. Essa mi fa tornare alla mente gli episodi evangelici post-pasquali, quando il Risorto appare ai suoi, chiusi nel dubbio e nella paura, e quindi incapaci di “decidersi”, chiedendo proprio del cibo: “datemi qualcosa da mangiare”, questo chiede il Signore dopo aver dato la pace ai suoi. È il segno più forte della presenza quello che, di solito, indicherebbe invece quasi il suo contrario, soprattutto se riferito al Figlio di Dio: è attraverso questa “indigenza” umanissima che il Risorto si mostra tale, portando inoltre nel suo corpo i segni staurologici della croce e della morte. Da questa indigenza nasce la sicurezza del Cristo risorto e la sua presenza non fantasmatica e non spirituale: “non sono uno spirito” dice infatti.
Dante è preso nel dubbio, egli ha fame di verità e, nello stesso tempo, se seguiamo le immagini delle prime due terzine del canto, teme addirittura di essere divorato: “sì si starebbe un agno intra due brame / di fieri lupi, igualmente temendo; / sì si starebbe un cane intra due dame”. Egli è, ad un tempo, chiuso nel suo dubbio come i discepoli in quel luogo in cui irrompe il presente vivente del Risorto, e aperto al chiedere e all’ascolto di Beatrice. Il rischio della fame coincide con quello di essere mangiati, non c’è altra via. E l’agnello è l’indifesa fame che porta salvezza e, ad un tempo, l’estremo rischio “intra due brame / di fieri lupi”: forse ci troviamo di fronte alla memoria di quell’Agnello sgozzato eppure in piedi gloriosamente, che riunisce in se stesso la fame e l’essere divorato, che ci riporta l’Apocalisse.
Ed è questa la presenza – fatta di segni e di fame, di paura e di desiderio, di storia raggrumata nel corpo e nei sensi – ma non costretta alle fossilizzazioni del passato e del conosciuto, quanto piuttosto aperta ora all’interrogazione, ad una domanda talmente forte e desiderante che proprio nel presente del corpo e del viso di Dante viene letta anche senza la linearizzazione logica delle parole, senza quel “parlar distinto”, da Beatrice: “Io mi tacea, ma ‘l mio disir dipinto / m’era nel viso, e ‘l dimandar con ello, / più caldo assai che per parlar distinto”. Proprio così, “più caldo assai che per parlar distinto”: ancora, nel paradiso è il corpo che parla per primo, e non la mente e la logica che, casomai, seguono, letteralmente, i moti del corpo – cosicché la liberazione dal dubbio come chiusura e stallo avviene attraverso il corpo come la stessa manifestazione del dubbio e della domanda; mentre Beatrice si rivela ancora “dottore” in teologia anche e forse soprattutto nel senso fisiologico del termine che, come sappiamo, non era certo estraneo al pensiero della lirica d’amore del tempo.
Come è possibile, allora, ridurre questo canto, come molti esegeti hanno fatto, a pura didascalia della filosofia scolastica? Ci si dimentica già delle “postille” del canto precedente? Dopo un inizio come questo, e con la conclusione che tra poco vedremo, mi chiedo, come?
Si tratta di un dualismo che lo stesso Tommaso non avvallerebbe: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu. E lo stesso dubbio, verso la fine, verrà poi ancora esaltato come necessità vitale e quasi fisiologica per raggiungere la vera conoscenza: “Nasce per quello, a guisa di rampollo, / a piè del vero il dubbio; ed è natura / ch’al sommo pinge noi di collo in collo”; i dubbi, infatti, come la fame e il desiderio, innalzano l’uomo, lo portano nei pressi di quella fonte che sola lo può annegare nella conoscenza – annegare corpo e mente, anima e spirito, nella sua totalità incarnata, come accade nel battesimo, in cui si veniva immersi con tutto il corpo, per rigenerarlo continuamente come uomo nuovo.
Le parole finali che Dante rivolge a Beatrice come lode e ringraziamento ci riportano proprio a questa immagine battesimale: “Cotal fu l’ondeggiar del santo rio / ch’uscì del fonte ond’ogne ver deriva; / tal puose in pace uno e altro disio. // “O amanza del primo amante, o diva” / diss’io appresso “il cui parlar m’inonda / e scalda sì, che più e più m’avviva …”. La disputa sulla dottrina platonica e quella sulle due volontà si placano in questa pienezza proprio perché non rimangono sterile discussione didascalica ma si fanno sostanza e corpo, relazione e ascolto, amore tra Dante e Beatrice; e ciò avviene fin dall’inizio, quando viene sciolto il problema relativo alla collocazione delle “anime” paradisiache che il poeta vede: Beatrice spiega che “non hanno in altro cielo i loro scanni” e che tutto è quindi presenza, anche se con diverse variazioni; mentre il fatto che vengano viste in diversi cieli e scale dipende direi non tanto dall’ingegno umano che non reggerebbe la totalità (causa certo presente e giusta) ma da quell’amore che “condescende” per primo, che letteralmente scende come dono verso l’uomo e la sua finitezza: un movimento divino che la rima “segno”/”ingegno” mostra in maniera splendida, quasi come un inginocchiarsi dall’alto del segno divino stesso dinnanzi all’uomo, facendosi suo servo anche nella conoscenza:

Qui si mostraro, non perché sortita
sia questa spera lor, ma per far segno
de la celestial c’ha men salita.

Così parlar conviensi al vostro ingegno,
però che solo da sensato apprende
ciò che fa poscia d’intelletto degno.

Ed ecco allora che questa fonte, “spiegando” e “piegandosi”, si dispiega e bagna ogni cosa, anch’essa dall’alto inginocchiandosi gioiosamente verso il basso, e non cancella la complessità della vita e dei dubbi di Dante, ma li intona con la verità multipla e sfaccettata del suo fluire, specchiandoli nei suoi riflessi, perché è in quel movimento fontale e continuo che la verità si mostra e che può essere donata, e mai solamente nei singoli significati o concetti che pure porta in essa come riflessi: immergendosi in essa e lasciando che il vero si dica “insieme”: “sì che ver diciamo insieme” ricorda Beatrice a proposito della discussione sulle due volontà di Piccarda del canto precedente. E “mia virtute diè le reni, // e quasi mi perdei con li occhi chini”.